Cap and trade La compravendita delle emissioni è una scusa per continuare a inquinare

In “50 grandi idee. Cambiamenti climatici”, Fabrizio Mani descrive le proposte avanzate dall’Unione europea per rendere efficace la carbon tax e, allo stesso tempo, mantenere la propria competitività economica

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Nel decennio 2011-2020 la temperatura è aumentata di 1,1 °C rispetto alla media di riferimento degli anni 1850-1900, e negli anni 2023-2024, i più caldi del secolo, è aumentata di 0,76 °C, per cui sembra più probabile che l’aumento futuro sia compreso fra 2 e 2,5 °C invece di 1,5-2,0 °C come auspicato dalla Conferenza di Parigi.

Un provvedimento per finanziare le tecnologie a emissioni neutrali di anidride carbonica (quelle prodotte dalle biomasse vegetali, indicate come carbon neutral), quelle a bassa emissione di CO2 e quelle che non l’emettono (carbon free), cioè tutte quelle indicate col nome collettivo di rinnovabili, è l’imposizione di una carbon tax sulle emissioni di CO2 dalle centrali termoelettriche a combustibili fossili e da alcune grandi industrie (siderurgiche, petrolchimiche, cementifici).

È una tassa osteggiata anche dai 27 Paesi dell’Unione Europea, sebbene il 50% dell’energia elettrica che vi è prodotta sia carbon free, una quota molto maggiore di quella media globale. Infatti la tassa renderebbe ancora meno competitiva la produzione industriale europea nei confronti dei grandi Paesi asiatici che non adottano quel provvedimento. L’Unione Europea ha avanzato proposte differenziate della carbon tax, che dovrebbero essere adottate anche dai Paesi extra UE er avere efficacia.

Le allocazioni di CO2
È di fatto la commercializzazione delle emissioni di CO2. Un Paese che emette meno CO2 di quanto gli competa può vendere i «certificati» delle sue minori emissioni a chi ne emette in eccesso. Un problema da risolvere è il criterio con cui assegnare le allocazioni ai differenti Paesi; potrebbe essere in base alla loro popolazione, alla loro economia o ad altri indicatori che ne identifichino il grado di sviluppo, come il PIL.

È sicuramente un incentivo per alcuni Paesi ad aumentare la loro quota di energia rinnovabile, facendola pagare ad altri. Comunque è un criterio a dir poco discutibile, perché piuttosto che diminuire le emissioni complessive di CO2, permette a quei Paesi di comprare la licenza per continuare a emettere i loro gas serra. In fin dei conti è una carbon tax riscossa dai Paesi che sono più avanti nella transizione energetica, cioè quelli più ricchi, e pagata da quelli che sono più indietro, i più poveri. Val la pena ripetere che i vantaggi climatici sono molto modesti o inesistenti se la riduzione dei gas serra non avviene su scala globale. 

La borsa di scambio di CO2 
È il sistema di scambio delle quote di carbonio (Emission Trading System) di tutti i settori che consumano combustibili fossili e quindi emettono CO2; è la principale misura adottata della UE per adempiere agli Accordi di Parigi. Si applica non solo alle industrie manifatturiere ed energetiche, ma anche al trasporto e al condizionamento termico degli edifici.

A ciascun settore è assegnata una quota fissa di emissioni di CO2, per ora a titolo gratuito; il prezzo delle quote che eccedono quelle assegnate è definito dal mercato, in pratica dipende dalla domanda di acquisto di chi ha superato la quota assegnata e dall’offerta di vendita di chi non raggiunge la propria quota assegnata grazie all’adozione di energia rinnovabile. Lo scambio di quote a titolo oneroso può essere fatto da privati oppure attraverso professionisti abilitati. Di fatto, è un’allocazione su scala nazionale, e talvolta è indicata dalle imprese che ne fanno uso come compensazione delle loro emissioni di CO2. 

Carbon Border Adjustment Mechanism 
È una nuova entrata fiscale a beneficio del bilancio dell’Unione Europea che si basa sul «meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere» e fa parte delle proposte Fit for 55 del Green Deal europeo (idea 18). Entrerà in vigore all’inizio del 2026. È la tassa sull’importazione di acciaio, alluminio, fertilizzanti e altre materie prime (nel futuro anche l’idrogeno, idea 32) da quei Paesi esteri che non seguono le direttive UE sulle emissioni dei gas serra e producono a basso costo, soprattutto Cina e altri Paesi asiatici. In pratica gli importatori europei di quei prodotti dovranno comprare «crediti di CO2» per ogni tonnellata di carbonio emesso dai Paesi produttori di quei beni. È molto dubbio che il provvedimento possa essere approvato perché comporterebbe l’aumento del prezzo dei materiali importati e quindi dell’inflazione.

Se il resto del mondo industrializzato non seguirà l’esempio europeo, c’è il rischio che l’Europa paghi il costo della propria transizione energetica con una ancora minore competitività nei confronti dei Paesi all’avanguardia nel progresso scientifico, tecnologico e industriale (USA, Cina, Giappone, India, Corea del Sud, ecc.). Il compito molto difficile dell’Unione Europea nei prossimi anni sarà portare avanti la transizione energetica senza danneggiare la propria economia.

Finora si sono considerate le proposte per la riduzione delle emissioni di CO2 che rappresenta il 76% delle emissioni complessive di gas serra di origine antropica (nel 2019 pari a circa 54 miliardi di tonnellate). Le commissioni sui cambiamenti climatici dell’IPCC e delle COP hanno deliberato delle proposte anche per la limitazione degli altri gas serra, che rappresentano il 24% del totale, ma con maggiore prudenza, ben sapendo che se è difficile agire sulla riduzione di CO2 lo è ancora di più nei confronti degli altri gas serra, che dipendono in massima parte dalla produzione alimentare.

Tratto da “50 grandi idee. Cambiamenti climatici”, di Fabrizio Mani, ed. Edizioni Dedalo, pp. 88, 19,00€

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