Tra finanza e mitigazioneLe Cop non sono più quelle di una volta, ma possono ancora cambiare il mondo

L’accordo di Parigi del 2015 è stato il punto più alto del multilateralismo “verde” globale, ma è figlio di un mondo che non esiste più. Dal Covid in poi, i vertici Onu sul clima hanno perso reputazione e credibilità, trascurando la riduzione delle emissioni e concentrandosi su deboli e vaghi obiettivi economici. Per rilanciarle serve un nuovo (storico) trattato internazionale

AP Photo/LaPresse (ph. Eraldo Peres)

Questo è un articolo de Linkiesta Magazine 03/25 – Senza alternativa. Si può acquistare qui.

Sono passati dieci anni da quando a Le Bourget, piccolo comune alle porte di Parigi, i delegati di quasi duecento Paesi si strinsero la mano dopo aver raggiunto l’accordo capace di posizionare il cambiamento climatico nel nostro mappamondo mentale. Nessuno, neppure il più pessimista, avrebbe immaginato di essere il testimone del punto più alto nella storia della diplomazia “verde”. Poteva essere il prologo di una storia costellata di risultati, successi e sospiri di sollievo per i nostri ecosistemi, ma la Conferenza delle Parti sul clima numero ventuno del 2015 (Cop21) è stata la fine di un mondo che non esiste più.

Secondo Jacopo Bencini, presidente di Italian climate network (Icn), l’accordo di Parigi «è stato il picco della diplomazia del clima, la massima concretizzazione di una governance che non regola più solo spazio, ma anche il tempo, perché guarda avanti nei decenni». Il trattato vincola i Paesi firmatari a impegnarsi per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro le soglie di rischio (+1,5°C e +2°C rispetto ai livelli pre-industriali) che ci separano dalle conseguenze più gravi del cambiamento climatico. Il primo target è destinato a fallire, anche perché nel 2024 è stata superata per la prima volta la linea del “grado e mezzo” di incremento della temperatura del pianeta. Non basta un solo anno per oltrepassare un limite calcolato su medie di lungo periodo, ma la strada intrapresa è tortuosa e pericolosa.

Stando al Production Gap Report del 2025, i piani climatici al 2030 dei governi prevedono un volume di combustibili fossili più che doppio (+120 per cento) rispetto al livello di produzione compatibile con l’obiettivo di +1,5°C (+77 per cento per quello di +2°C). «Quello che sarà il prossimo accordo sul clima – e ne avremo bisogno, perché non basta quello di Parigi – sarà un protocollo profondamente diverso: non ci sono più le condizioni che hanno portato all’accordo di Parigi e stiamo entrando in una nuova epoca», continua Bencini, che con la Cop30 di Belém arriverà a quota otto vertici Onu sul clima vissuti in prima persona nelle sale negoziali.

Durante la Cop21 era uno studente universitario – è stato il primo in Italia a scrivere una tesi sulla costruzione dell’accordo di Parigi – e ancora oggi ricorda bene le lezioni in cui «le proiezioni mostravano la retta del riscaldamento globale crescere fino a 4-6°C entro il 2100». Oggi quella traiettoria è scesa a 3-4°C anche grazie all’accordo di Parigi, che ha introdotto lo strumento dei Nationally determined contributions (Ndc), ossia i documenti in cui gli Stati firmatari del trattato mettono nero su bianco le loro strategie per contrastare il cambiamento climatico. A proposito di Ndc: mentre gli Stati Uniti si sono sfilati dall’accordo di Parigi (ma l’uscita verrà formalizzata a febbraio), la Cina – durante l’assemblea generale dell’Onu a settembre 2025 – ha annunciato un piano vincolante per ridurre le proprie emissioni del sette-dieci per cento entro il 2035.

In un certo senso, spiega il presidente di Italian climate network, l’esito della Cop21 ci ha salvato da «un’anarchia totale delle emissioni» anche perché ha catalizzato l’attenzione di tutto il pianeta sulle politiche di riduzione dei gas serra. Al netto degli effetti diretti sulla politica, l’accordo di Parigi ha posto le basi culturali per la nascita dei Fridays for future (Fff) e di tutti i movimenti per il clima. Negli anni, sulla scia di quell’entusiasmo, l’Unione europea ha approvato il Green deal e gli Stati Uniti, con Joe Biden alla Casa Bianca, l’Inflation reduction act (Ira), che sta contribuendo a minimizzare i danni dello smantellamento climatico di Donald Trump. La transizione ecologica, tra elettrificazione e rinnovabili, è definitivamente entrata nel vivo, mostrando al mondo che l’energia del sole e del vento è conveniente oltre che pulita. Il clima, da argomento di nicchia, è riuscito a conquistarsi spazio nei talk show, sulle prime pagine dei giornali e sui social, forgiando una nuova generazione di attivisti, politici e comunicatori con un orizzonte temporale più esteso di chi occupa le stanze del potere.

Mentre tutto ciò si consumava, il mondo stava cambiando a una velocità difficile da pronosticare. Il Covid e la crisi economica, il 24 febbraio 2022 e il 7 ottobre 2023, il ritorno di Trump alla Casa Bianca e la guerra commerciale, la Cina che domina il mercato delle materie prime necessarie per dare concretezza alla transizione energetica. Si tratta di sconvolgimenti che hanno avuto un impatto immediato anche sulle Cop, che sono lo specchio degli assetti geopolitici fuori dalle plenarie. «Vedo la primavera 2020 come uno spartiacque in questo senso. Da lì in poi, a livello di relazioni internazionali, certi Paesi hanno completamente cambiato schieramento. Penso a tutti gli Stati africani dove erano stanziate le truppe francesi: dal Mali al Burkina Faso, passando per il Senegal. Si trattava di Paesi che durante le Cop giocavano a favore del gruppo occidentale, mentre oggi sono dal lato della Cina».

Ciò non ha impedito di raggiungere risultati come quello di Dubai (Cop28 del 2023), dove nel testo finale è comparsa la dicitura «transitioning away» dai combustibili fossili. Nei fatti, è stata tracciata la strada per abbandonare le fonti di energia responsabili del cambiamento climatico. «È stato il punto più alto dopo l’accordo di Parigi. È importantissimo – dice Bencini – vedere dei Paesi Opec accettare di scrivere queste parole in un documento di quel livello. Purtroppo, però, il risultato è stato smentito dalla realtà, perché già alla Cop successiva (la Cop29 di Baku, ndr) sembrava tutto dimenticato». La realtà è che le Cop stanno perdendo credibilità e rilevanza internazionale. L’informazione mainstream si accorge di loro solo durante le giornate dedicate alle passerelle dei leader politici.

Secondo Jacopo Bencini, «non sono più solo le Conferenze delle Parti di un accordo internazionale, ma una versione più funzionale dell’assemblea generale dell’Onu». La reputazione di questi contesti diplomatici è calata anche perché le ultime tre edizioni sono state organizzate all’interno di Stati con governi autoritari e/o strettamente legati all’estrazione e all’esportazione di combustibili fossili: Egitto (Cop27), Emirati Arabi (Cop28) e Azerbaijan (Cop29). Contestualmente, la partecipazione dei delegati dell’industria del gas e del petrolio ha toccato livelli che vanno oltre il giusto e democratico assortimento dei partecipanti. Alla Cop29 di Baku, per fare un esempio, il numero di accreditati attribuibili all’industria fossile (1.773) ha superato quello dei delegati dei Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico (1.033). C’è sempre più rumore di fondo ed è difficile pensare solo al negoziato tecnico.

Da Parigi in poi sono anche cambiati i temi delle Cop. È finita l’epoca degli obiettivi climatici limpidi e concreti, basati su numeri e date, facili da ricordare e da comunicare esternamente. Ora, le fasi negoziali si concentrano esclusivamente su aspetti di natura economico-finanziaria. Il riscaldamento globale è già qui, e ci sono tanti Stati che attendono di essere risarciti dalle economie più industrializzate (e maggiormente responsabili dell’emergenza in corso). Questa polarizzazione, sostiene Bencini, è nata dallo «scontro totale tra Global North e Global South, partito da una scintilla sfuggita sul finale della Cop26 di Glasgow del 2021, quando non si riuscì a inserire il phase-out (eliminazione graduale, ndr) del carbone nel testo finale: si dovette tornare sul phase-down (riduzione graduale, ndr) per via della forte protesta dell’India e del G77. Da lì in poi c’è stato un effetto-valanga, perché nelle ultime tre Cop si è parlato quasi esclusivamente di finanza e non più di riduzione delle emissioni. La mitigazione climatica era il tema principe del mondo “pre-Covid”. Durante la Cop30 in Brasile, invece, prima di discutere davvero si aspetterà di capire cosa succederà in termini di finanza climatica».

La rapidità è un altro elemento che contraddistingue la diplomazia climatica odierna. Le Cop «non sono più “luoghi” dove si parte con un’agenda strutturata, discutendo dei punti sulla base delle indicazioni dei propri ministeri. Ora è tutto più caotico, perché è saltato lo schema secondo cui Ue, Canada, Stati Uniti e altre economie occidentali avevano un’agenda chiara. Oggi non si sa più chi detta l’agenda all’inizio delle Cop. Nelle ultime tre edizioni, per esempio, sono stati i Paesi G77. Questo porta a un’accelerazione, perché tutto viene ripensato a un ritmo quasi quotidiano», dice Bencini. Non a caso, prosegue il presidente di Italian climate network, «i testi finali sono sempre più ineleganti, colmi di passaggi che non hanno senso dal punto di vista del diritto internazionale».

Per dire, il documento conclusivo della Cop29 di Baku, che definisce il nuovo obiettivo di finanza multilaterale (trecento miliardi l’anno entro il 2035) per i Paesi più vulnerabili, parla di una mobilitazione da parte di «tutti gli attori» («all actors»). È un termine privo di valore giuridico. Per ridare credibilità alle Cop servirebbe un nuovo accordo che rilanci l’ambizione climatica globale, imponendo ai Paesi scadenze vincolanti e credibili. Bencini spiega che «si è perso lo spirito con cui si deve completare l’accordo di Parigi, nato in un contesto politico in cui era ancora troppo presto per parlare di temi attuali come la cattura e lo stoccaggio di CO2». Il vertice brasiliano è l’occasione perfetta per colmare questo gap e rinvigorire i contesti Cop anche tramite progetti innovativi che guardino al periodo tra il 2035 e il 2050.

Tuttavia, il problema è talmente profondo che si sta iniziando a parlare concretamente di una riforma del processo delle Conferenze delle Parti. Alain-Richard Donwahi, presidente della Convenzione delle Nazioni unite per la lotta alla desertificazione, ha proposto di creare una Cop unificata che metta in sinergia i tre temi fondanti della diplomazia “verde”: clima, biodiversità e desertificazione (strettamente connessi). La Cop sul clima è annuale, mentre quelle sulla biodiversità e sulla desertificazione avvengono su scala biennale.

«La Cop unificata dovrebbe avere una formula da sviluppare nell’arco di quattro anni: le tre Cop dovrebbero tenersi – contemporaneamente e separatamente – nei primi tre anni, mentre nel quarto anno tutti i soggetti dovrebbero riunirsi in un unico vertice. Sarebbe più efficiente», ha detto Alain-Richard Donwahi in un’intervista a Linkiesta nel dicembre 2024. «È un’idea fondamentale – conclude Bencini – che è sempre stata prioritaria in Italian climate network. Il tema è come se fosse lo stesso, ma affrontato da punti di vista diversi. Per fortuna la presidenza della Cop30 di Belém ha creato per la prima volta un trittico delle presidenze per lavorare in quella direzione».

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