C’è, credo, un punto di convergenza tra il nuovo libro di Francesco Piccolo (“Paparazzi”, Einaudi), il nuovo film con Pierfrancesco Favino, “Il maestro”, e la morte delle sorelle Kessler. Provo a metterlo a fuoco qui, così vediamo se me lo sto sognando.
La prima pagina di Repubblica del 20 dicembre 1996 era fatta così. Subito sotto la testata, in apertura (gli anglofoni direbbero: above the fold) c’era una foto orizzontale di Mastroianni, credo fotografato sulla spiaggia del Lido di Venezia. Il titolo era «Ciao, Marcello». Sotto, c’era una vignetta di Forattini in cui Fellini aspettava Mastroianni in paradiso. Ancora sotto, tre interviste: alla moglie, a Sordi, a Gassman. A destra, due editoriali su Mastroianni, uno di Scalfari e uno di Eco.
Non restava molto per il resto dell’Italia e del mondo, su quella prima pagina: Berlusconi e Di Pietro erano relegati in una spalla a sinistra. Nessuno, negli anni successivi, ha avuto il trattamento-Mastroianni: tre anni e mezzo dopo, la morte di Vittorio Gassman non sottrae l’apertura a una partita di calcio così irrilevante che non se ne ricordano neanche i più appassionati di giuoco del pallone.
Per non parlare di quel giorno di primavera del 2016 in cui anche i più clementi constatano il decesso di Repubblica. La morte di Prince, con tutta quella fotogenia perfetta per la prima pagina, finisce in un angolino, perché la foto grande a centro pagina (in gergo: fotonotizia) se la prende una che ha fatto una morte da fessa attraversando i binari con le cuffiette nelle orecchie e quindi non sentendo l’arrivo del treno.
Eh, ma se c’è l’autoscatto allo specchio con le cuffiette, vuoi che non mettiamo una qualunque tizia in cui il lettorato possa immedesimarsi, invece che uno che ha scritto capolavori e quindi distante e che ci riempie di complessi? La data di morte dei giornali, il giorno in cui decidono che applicheranno a pagamento gli stessi criteri che Instagram usa gratis.
Sono molti anni, dunque, che ho conversazioni su: ci sarà mai più qualcuno che abbia diritto al trattamento-Mastroianni? Negli anni i miei interlocutori hanno fatto varie ipotesi, ma martedì è stato improvvisamente chiaro che erano tutte sbagliate, perché intanto era accaduto il 2025.
Nel 2025 sono morti tutti, da Redford alla Cardinale, da Armani a Baudo, e a quelli che fanno i giornali è evidentemente presa la strizza che, di quella cultura popolare i cui nomi non avevano bisogno di presentazioni, non resti più nessuno. Le prime pagine sulle Kessler erano una roba che, a un osservatore senza contezza del panico da fine del Novecento che segnalavano, faceva dire: e allora quando muore Mina cosa fate?
Su Repubblica c’era Serra, sul Corriere Cazzullo e Grasso e Gramellini, sarebbe facile dire che era il trionfo della senilità che rievocava le proprie polluzioni giovanili, ma io credo che fosse più la celebrazione d’un lutto da reduci: non quello per le Kessler, quello per quando non ci sembrava impensabile guardare un’intera ora di varietà fatto da gente in cui non specchiarci, perché sapeva fare cose che noi no, e sulla quale non comunicare istantaneamente le nostre opinioni al mondo ricevendone cuoricini.
Credo c’entri un po’ quella cosa che dicevo l’altroieri, l’incredulità per quel mezzo secolo pazzesco che abbiamo attraversato, lo smarrimento per l’estinzione dei reduci, il nuovo corso in cui abbiamo capito cos’abbiamo perso per sempre e non serve che muoia Sophia Loren: vale apertura della prima pagina anche la morte di figure marginali.
La fine di quel secolo in cui, tra le altre cose, si andava al cinema. Sto riscrivendo un libro ambientato nel 2014, e dicevo alla editor che la tv non ha più la rilevanza che aveva allora, e lei diceva insomma, io vedo case con televisori giganti, e abbiamo ragione entrambe: la gente normale compra tutta televisori grandi come pareti, quello schermo da cinema su cui vidi la finale del Sanremo 1993 a casa di Carlo Massarini adesso non è più riservato a chi vive e lavora coi media o a chi è molto ricco.
Hanno tutti televisori giganti, e li usano per tutto tranne che per guardare i varietà (che non esistono più) o i telegiornali (che incredibilmente esistono ancora): ci proiettano porcherie di Netflix o film che forse con la fine del tax credit smetteranno finalmente di passare dal cinema, cinema dove nessuno ha più intenzione di andare, a meno che non sia il cinema che diventa come un concerto: evento instagrammabile in cui io io io – ho già detto io? – sono più in scena di chi è in scena.
Perché dovresti andare al cinema, quando quello stesso film non molti mesi dopo l’uscita puoi vederlo sul tuo divano con qualità identica e senza essere circondato da fastidiosi sconosciuti? Ma, se vai al cinema solo quando la tua presenza dev’essere testimoniata per farti esistere nel tuo gruppo di amici, o solo quando ci sono i gadget colorati – se ci vai cioè per la Cortellesi, per Zalone, per “Barbie”: una volta l’anno – allora il cinema è già morto: nessuna industria campa solo di eccezioni.
I modesti incassi di “Il maestro”, il film con Pierfrancesco Favino, sono il mistero più misterioso di questa stagione. Favino, lo sappiamo tutti, è insuperabile nella promozione. Non fa le interviste noiose in cui dice solo quant’è bello il film: si sbatte, fa le imitazioni, se gli fanno domande serie dice cose intelligentissime, è una risorsa che dovrebbe bastare da sola al successo d’un film, in un’industria vivente.
E invece Favino va dappertutto, tra un po’ mi spunterà anche nel microonde, ma non basta. Io – che non ho visto il film, perché come tutti non vado al cinema – a un certo punto ho avuto il sospetto che dipendesse dal fatto che non si capiva che film fosse. Uno dei produttori ha scritto su Facebook che era un tentativo di rifare la commedia all’italiana, «quella dei personaggi spacconi e gaglioffi ma fragili, tragici». L’ho letto e, non essendo esente da quel crampo dell’intelletto che è la catalogazione per precedenti, Tizio è il nuovo Caio, ho pensato: ah, è “Il giovedì” (quel Risi dove un Walter Chiari cialtronissimo passava una giornata col figlio dalla cui madre era separato).
Solo che quei film lì sono film di tono, sono film di atmosfera: mica li puoi spiegare. È come spiegare il palco d’un concerto invece di dire: facciamo le canzoni famose, venite a sentirle. Puoi dire solo: fa ridere, fidatevi. Che era una cosa che funzionava quando il cinema era vivo e a casa non c’erano schermi di cinquanta metri quadri in cui guardare le immagini del caminetto acceso che offre quell’azienda di spaccio di contenuti per scemi che è Netflix. Quando il pubblico non aveva bisogno di venire convinto e accudito.
L’altro giorno hanno dato un Oscar alla carriera a Tom Cruise, e lui, che non è diventato Tom Cruise per caso, ha detto che il cinema non si fa da soli e ha chiesto a tutti quelli che avessero mai lavorato con qualsivoglia funzione in un suo film di alzarsi. Due terzi della sala erano in piedi. È stato il discorso più da leader politico che abbia visto da parecchio tempo, e ho pensato: ma com’è che questi pochi giganti che potrebbero salvare il mondo, lui, Clooney, perdono tempo con quel relitto dei totalitarismi che è il cinema?
Sul nuovo numero del New York Magazine, la cui copertina è dedicata all’instupidimento della mente americana (richiamando la chiusura e l’accudimento della mente americana che hanno dato i titoli a due saggi piuttosto famosi di trentotto e dieci anni fa), c’è un articolo che elenca alcuni titoli di Netflix che cominciano col morto, in nome del «cattura subito l’attenzione del pubblico, non lasciargli il tempo di annoiarsi, carica i primi novanta secondi di qualunque dramma con pericolo, morte, catastrofe, e indizi senza contesto».
Non ho visto nessuno dei titoli citati dal New York, ma ho guardato “Malice”, su Prime, che comincia con l’assassino che viene fermato alla dogana perché il tizio per cui lavorava (David Duchovny, su cui quando avevamo trenta e qualcosa anni lasciammo gli ormoni a causa di “Californication”) è stato ammazzato. Seguono sei puntate che sarebbero di tensione perché è ovvio che questo ragazzo odia la famiglia per cui lavora e cerca di rovinar loro la vita, ma la tensione è impossibile perché ti hanno detto sei ore prima del finale che il protagonista muore, e anche se non hai mai visto altro che “Heidi” ti è ovvio che l’avrà ammazzato lui.
Ha ragione il New York, ormai è tutto così. Persino il video di Calenda coi tizi con la kefiah di cui vi dicevo l’altro giorno è montato con in testa i due secondi in cui Calenda dice ai due derelitti di studiare: la battuta che dovete sentire ve la mettono subito anche nei montaggi di due minuti, perché vi sanno troppo cialtroni per guardare per intero centoventi secondi, sui vostri schermi grandi come appartamenti.
A un certo punto di “Paparazzi” – che racconta di un mondo che non esiste più, in cui la fama era dei famosi e non di quelli che s’accendono il telefono in faccia – Francesco Piccolo scrive questa cosa qui: «Non ci rendiamo mai conto che via Veneto esisteva anche perché non c’erano i whatsapp per dire dove sei, che fai stasera? Per questo andavano in via Veneto, perché avevano provato a chiamare a casa e, siccome non rispondeva nessuno, uscivano per vedere se c’era qualcuno […] Anche da qui, dalle esigenze elementari, dalle circostanze, nascono le epoche d’oro».
Da questa epoca comoda, invece, non so bene cosa nascerà. Forse una società in cui nessuno lavorerà più, qualcuno reso superfluo dall’intelligenza artificiale e qualcun altro dalla fine del cinema e del resto, e tutti faremo la fine di quelli che prosperavano come maniscalchi ma poi sono arrivate le automobili.
Diversamente da loro, però, potremo stare a casa a guardare video di dieci secondi sui nostri maxischermi, mantenuti da un reddito statale che non ho ancora capito coi soldi di chi sarà pagato, ma ora non cavilliamo.