Nel recente convegno dei sessant’anni anni dell’Union Internationale des Œnologues, il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella ha preso una posizione piuttosto netta contro i cosiddetti vini naturali e contro le nuove tecniche di affinamento, come quella in acqua. Secondo lui, queste sono derive che non hanno senso e rischiano di confondere il consumatore.
Eppure, c’è un altro lato della medaglia che merita di essere guardato con attenzione. Il punto non è tanto stabilire se un “vino naturale” sia un concetto perfetto o meno (e sapete bene che non sono certo uno strenuo difensore di questa tipologia di prodotti). Il punto è che il settore del vino, soprattutto in Italia, ha bisogno di aprirsi ai giovani e di dialogare con le nuove generazioni. Se continuiamo a guardare con sospetto ogni forma di innovazione, rischiamo di restare fermi al palo.
Non si tratta di idolatrare ogni nuova tendenza, ma di riconoscere che il mondo del vino è vivo, mutevole e ha bisogno di respirare aria nuova. Invece di denigrare a priori metodi come l’affinamento in acqua (ne abbiamo parlato qui) o di bollare i “vini naturali” come un errore, forse dovremmo chiederci perché queste strade stanno nascendo. E dovremmo dare ai giovani enologi lo spazio per esplorarle, senza il timore di essere zittiti da chi pensa che l’unica tradizione sia guardare indietro.
In conclusione, se il vino oggi ha delle sfide commerciali e di comunicazione, non è certo colpa delle idee nuove. È piuttosto per colpa della mancanza di fiducia verso il cambiamento. Lasciamo spazio a chi ha voglia di innovare e concentriamoci sui problemi veri, piuttosto che combattere battaglie di retroguardia.