Musica al microscopioIl progetto musicale di Sam Sala traduce il paesaggio in un discorso sonoro

Nel suo ultimo EP “Diathomee” l’artista comasco richiama il fenomeno delle diatomee fossili provenienti dall’Africa centrale, trasportate dai venti fino in Europa e talvolta depositate sotto forma di una sottile pioggia di sabbia che ricopre auto, strade e città

Sam Sala. Courtesy of the artist

I suoni contribuiscono a dare rotondità ai ricordi dei luoghi della nostra infanzia: li rendono intensi, e possono aprire porte nella memoria che pensiamo inaccessibili. Sam Sala, producer e compositore italiano ha trascorso l’infanzia sulle rive del lago di Como, un paesaggio che ha molto ispirato la sua musica. Il suo lavoro, infatti, è composto da contaminazioni sonore, caratterizzato da droni lo-fi, registrazioni ambientali e percussioni manipolate. Con questi estamotage sonori l’artista si immerge nell’ambiente naturale che lo circonda, cogliendone la texture sonora, che nei brani risulta inquietante e ipnotica. Forte di una solida esperienza con i live, l’artista ora si è stabilito a Bruxelles, dove continua a sperimentare spingendo la sua musica verso nuovi orizzonti musicali. Lo abbiamo intervistato.

Il titolo Diathomee rimanda a un organismo invisibile ma fondamentale per l’ecosistema: per te che cosa rappresenta questa metafora nel rapporto tra suono e ambiente?
Il progetto è nato circa due anni fa, quando ho iniziato a immaginare il concept dell’album. Entrando per la prima volta in un percorso da solista, l’unico vero punto fermo era — ed è tutt’ora — la parte ritmica e percussiva, la struttura che mi dà stabilità. Da qui, l’idea di costruire i brani partendo da un “scheletro” ritmico forte, come una colonna portante su cui il resto può crescere liberamente. Prendendo molta ispirazione dall’immaginario naturale e dal contesto in cui ho sempre vissuto, la metafora delle Diatomee mi sembrava perfetta.

Che cosa sono le Diatomee?
Sono alghe unicellulari, presenti in ambiente marino e di acque dolci, e come microalghe sono alla base della catena alimentare marina. Se per l’ambiente marino le Diatomee sono fondamentali in termini di alimentazione, per me lo stesso ruolo lo ha la ritmica: è ciò che nutre e sostiene l’intero progetto. C’è un dettaglio importante: ho aggiunto una “h” alla parola originale per legarlo all’idea di casa e comfort zone: uno spazio personale e privato, in cui posso sperimentare liberamente senza aspettative o pressioni. Dopo due anni di scrittura, volevo che questo lavoro restasse qualcosa di istintivo e allo stesso tempo divertente. Questo riflette l’altro scopo che hanno in natura le Diatomee o più precisamente la Terra di Diatomee, ovvero fare da deterrente per combattere agenti infestanti; creare una barriera protettiva, un modo per tenere lontani ciò che può contaminare o invadere

L’EP nasce da un intreccio di pratiche sonore e visive.
Sono cresciuto in un ambiente immerso tra lago, montagne, boschi e prati, e ancora oggi passo molto tempo a camminare nella natura insieme al mio cane. Questo contatto continuo con il paesaggio mi ha portato a costruire negli anni un archivio importante di fotografie e video. Per molto tempo mi sono chiesto che destino potessero avere, e ora sono diventati parte integrante del progetto: immagini che accompagnano e amplificano la musica. La ricerca di ciò che esiste ma non è visibile a occhio nudo — come le Diatomee — mi ha portato ad avvicinarmi anche all’osservazione microscopica vera e propria. L’idea è di usare il microscopio anche dal vivo: proiettare ciò che si vede attraverso le lenti, usando materiale naturale come sassi, legni, terra o frammenti di fiori. In questo modo il paesaggio non è solo ispirazione, ma presenza viva e organica dentro la performance.

Le registrazioni ambientali e le percussioni manipolate sono al centro del tuo lavoro. Come bilanci il suono naturale con l’intervento tecnologico?
Avendo una formazione da percussionista d’orchestra e batterista, per me il rapporto con il suono è innanzitutto fisico e tattile. Questo è il punto di partenza della mia ricerca: il contatto diretto con la materia sonora, sia attraverso strumenti musicali sia attraverso la registrazione dell’ambiente. Quando inizio a scrivere un brano parto quasi sempre da uno strumento analogico, da qualcosa che posso toccare. Solo dopo costruisco strati più complessi utilizzando il computer, come estensione e sviluppo di ciò che è nato in modo più corporeo e istintivo.

Nel tuo lavoro rievochi l’immagine delle “piogge di sabbia, provenienti dall’Africa. Come hai tradotto questa idea di spostamento e di deposito nella struttura dei brani?
Dal punto di vista sonoro, il progetto alterna due stati: da un lato le parti più instabili, oscure e ossessive, che richiamano l’idea di deposito — qualcosa che ristagna, che si decompone, che arrugginisce. Dall’altro, momenti più eterei, aperti e luminosi, che suggeriscono movimento, crescita e possibilità. La metafora delle diatomee racchiude bene questo doppio livello: organismi viventi alla base della vita marina che, una volta fossilizzati, vengono trasportati altrove assumendo una nuova funzione. Mi affascina molto questo cambio di destinazione — il fatto che qualcosa che nasce con uno scopo primario possa trasformarsi e diventare tutt’altro. È un po’ come la “pioggia di sabbia” che arriva da lontano e si deposita sulle superfici, creando uno strato sottile, quasi protettivo. In questa immagine ritorna il tema della casa: un involucro che preserva, uno spazio sicuro in cui poter esprimersi senza interferenze esterne.

Dopo aver vissuto sul Lago di Como ti sei spostato a Bruxelles. Questa trasferta ha cambiato il modo di ascoltare e registrare il paesaggio?
Lo spostamento geografico non è raccontato direttamente nell’album. Tuttavia per me lo spostamento è sempre sinonimo di crescita. Vivere in un luogo diverso ha cambiato soprattutto il modo di ascoltare: nella mia quotidianità sono immerso in un paesaggio sonoro nuovo, più urbano, più denso, spesso meno accogliente. Quando posso torno a camminare nelle foreste fuori città con il mio cane, per ritrovare una forma di appartenenza e un ritmo più vicino a quello naturale. Per me la natura porta con sé una dimensione di cambiamento, di vitalità, di movimento. In città, invece, percepisco quasi l’opposto: un’accelerazione che convive con una certa stagnazione e decomposizione, dove tutto corre ma poco sedimenta davvero. Si desidera tutto subito, ma spesso senza lasciare il tempo alle cose di acquisire valore.

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