I suoni contribuiscono a dare rotondità ai ricordi dei luoghi della nostra infanzia: li rendono intensi, e possono aprire porte nella memoria che pensiamo inaccessibili. Sam Sala, producer e compositore italiano ha trascorso l’infanzia sulle rive del lago di Como, un paesaggio che ha molto ispirato la sua musica. Il suo lavoro, infatti, è composto da contaminazioni sonore, caratterizzato da droni lo-fi, registrazioni ambientali e percussioni manipolate. Con questi estamotage sonori l’artista si immerge nell’ambiente naturale che lo circonda, cogliendone la texture sonora, che nei brani risulta inquietante e ipnotica. Forte di una solida esperienza con i live, l’artista ora si è stabilito a Bruxelles, dove continua a sperimentare spingendo la sua musica verso nuovi orizzonti musicali. Lo abbiamo intervistato.
Il titolo Diathomee rimanda a un organismo invisibile ma fondamentale per l’ecosistema: per te che cosa rappresenta questa metafora nel rapporto tra suono e ambiente?
Il progetto è nato circa due anni fa, quando ho iniziato a immaginare il concept dell’album. Entrando per la prima volta in un percorso da solista, l’unico vero punto fermo era — ed è tutt’ora — la parte ritmica e percussiva, la struttura che mi dà stabilità. Da qui, l’idea di costruire i brani partendo da un “scheletro” ritmico forte, come una colonna portante su cui il resto può crescere liberamente. Prendendo molta ispirazione dall’immaginario naturale e dal contesto in cui ho sempre vissuto, la metafora delle Diatomee mi sembrava perfetta.
Che cosa sono le Diatomee?
Sono alghe unicellulari, presenti in ambiente marino e di acque dolci, e come microalghe sono alla base della catena alimentare marina. Se per l’ambiente marino le Diatomee sono fondamentali in termini di alimentazione, per me lo stesso ruolo lo ha la ritmica: è ciò che nutre e sostiene l’intero progetto. C’è un dettaglio importante: ho aggiunto una “h” alla parola originale per legarlo all’idea di casa e comfort zone: uno spazio personale e privato, in cui posso sperimentare liberamente senza aspettative o pressioni. Dopo due anni di scrittura, volevo che questo lavoro restasse qualcosa di istintivo e allo stesso tempo divertente. Questo riflette l’altro scopo che hanno in natura le Diatomee o più precisamente la Terra di Diatomee, ovvero fare da deterrente per combattere agenti infestanti; creare una barriera protettiva, un modo per tenere lontani ciò che può contaminare o invadere
L’EP nasce da un intreccio di pratiche sonore e visive.
Sono cresciuto in un ambiente immerso tra lago, montagne, boschi e prati, e ancora oggi passo molto tempo a camminare nella natura insieme al mio cane. Questo contatto continuo con il paesaggio mi ha portato a costruire negli anni un archivio importante di fotografie e video. Per molto tempo mi sono chiesto che destino potessero avere, e ora sono diventati parte integrante del progetto: immagini che accompagnano e amplificano la musica. La ricerca di ciò che esiste ma non è visibile a occhio nudo — come le Diatomee — mi ha portato ad avvicinarmi anche all’osservazione microscopica vera e propria. L’idea è di usare il microscopio anche dal vivo: proiettare ciò che si vede attraverso le lenti, usando materiale naturale come sassi, legni, terra o frammenti di fiori. In questo modo il paesaggio non è solo ispirazione, ma presenza viva e organica dentro la performance.
Le registrazioni ambientali e le percussioni manipolate sono al centro del tuo lavoro. Come bilanci il suono naturale con l’intervento tecnologico?
Avendo una formazione da percussionista d’orchestra e batterista, per me il rapporto con il suono è innanzitutto fisico e tattile. Questo è il punto di partenza della mia ricerca: il contatto diretto con la materia sonora, sia attraverso strumenti musicali sia attraverso la registrazione dell’ambiente. Quando inizio a scrivere un brano parto quasi sempre da uno strumento analogico, da qualcosa che posso toccare. Solo dopo costruisco strati più complessi utilizzando il computer, come estensione e sviluppo di ciò che è nato in modo più corporeo e istintivo.
Nel tuo lavoro rievochi l’immagine delle “piogge di sabbia”, provenienti dall’Africa. Come hai tradotto questa idea di spostamento e di deposito nella struttura dei brani?
Dal punto di vista sonoro, il progetto alterna due stati: da un lato le parti più instabili, oscure e ossessive, che richiamano l’idea di deposito — qualcosa che ristagna, che si decompone, che arrugginisce. Dall’altro, momenti più eterei, aperti e luminosi, che suggeriscono movimento, crescita e possibilità. La metafora delle diatomee racchiude bene questo doppio livello: organismi viventi alla base della vita marina che, una volta fossilizzati, vengono trasportati altrove assumendo una nuova funzione. Mi affascina molto questo cambio di destinazione — il fatto che qualcosa che nasce con uno scopo primario possa trasformarsi e diventare tutt’altro. È un po’ come la “pioggia di sabbia” che arriva da lontano e si deposita sulle superfici, creando uno strato sottile, quasi protettivo. In questa immagine ritorna il tema della casa: un involucro che preserva, uno spazio sicuro in cui poter esprimersi senza interferenze esterne.
Dopo aver vissuto sul Lago di Como ti sei spostato a Bruxelles. Questa trasferta ha cambiato il modo di ascoltare e registrare il paesaggio?
Lo spostamento geografico non è raccontato direttamente nell’album. Tuttavia per me lo spostamento è sempre sinonimo di crescita. Vivere in un luogo diverso ha cambiato soprattutto il modo di ascoltare: nella mia quotidianità sono immerso in un paesaggio sonoro nuovo, più urbano, più denso, spesso meno accogliente. Quando posso torno a camminare nelle foreste fuori città con il mio cane, per ritrovare una forma di appartenenza e un ritmo più vicino a quello naturale. Per me la natura porta con sé una dimensione di cambiamento, di vitalità, di movimento. In città, invece, percepisco quasi l’opposto: un’accelerazione che convive con una certa stagnazione e decomposizione, dove tutto corre ma poco sedimenta davvero. Si desidera tutto subito, ma spesso senza lasciare il tempo alle cose di acquisire valore.