Oltre la policyRappresentazione e inclusività negli ingranaggi dell’industria musicale

Non più un’adesione formale, ma un pensiero critico nei confronti del mondo del music business. Tra le tematiche che verranno trattate nella prossima edizione di Linecheck – che si terrà a Milano dal 17 al 22 novembre – si discuterà anche di rappresentazione delle voci indigene e di inclusività reale

Courtesy of Linecheck

Alla vigilia dell’edizione 2025 di Linecheck, Sarah Parisio, Head of Conference del festival, racconta come l’evento stia ripensando il concetto di inclusività, volto a costruire un’apertura reale a culture e prospettive diverse. Dal focus sulle comunità indigene alle collaborazioni con altri settori creativi, il festival mira a costruire un terreno di dialogo orizzontale per un’industria musicale più interconnessa.

In questa edizione di Linecheck come avete deciso di trattare il tema dell’inclusività?
Dall’anno scorso stiamo cercando di lavorare sul tema dell’inclusività. Il termine “inclusione” prevede in un certo senso che ci sia un gruppo maggioritario che ne include un altro, senza aprirsi davvero a uno scambio reciproco. Abbiamo criticato questa posizione e all’interno del palinsesto del Festival stiamo cercando piuttosto di aprire alle diversità dei linguaggi.

In che modo?
Dall’anno scorso tutti i nostri panel hanno una sottotitolatura simultanea per essere più accessibili a diversi tipi di pubblico. Sviluppiamo il tema in diversi modi, grazie alle conferenze: portiamo sul palco istanze, culture e linguaggi diversi. Ci sono varie  listening session che raccontano culture diverse attraverso la musica da diverse parti del mondo. C’è apertura verso mercati nuovi da esplorare – non da colonizzare o conquistare – ma piuttosto volta a creare sinergie e nuove collaborazioni. 

Il termine “inclusività” viene spesso usato solo per posizionarsi. Come passare da una rappresentazione formale a una reale, soprattutto nel mondo della musica?
Serve provare a spostarsi da se stessi e dal proprio punto di vista. Quello che tentiamo di fare ogni anno è capire quali sono le prospettive, gli argomenti, le tematiche che non sono percepite come primarie da parte nostra ma che possono essere invece di grande rappresentatività per altre categorie e altri target di pubblico. Siamo un team molto eterogeneo, con interessi diversi. Questo aiuta ad aprire nuovi ragionamenti, nuove strade, nuove visioni sul tema dell’industria musicale in generale. Linecheck è un festival B2B, parla molto all’industria, ai professionisti e alle professioniste del settore. Cerca in un certo senso di creare dialoghi che siano il può possibile orizzontali, trasversali e plurilivellari.

Come avete portato questo concetto in questa edizione del festival?
È il primo anno in cui ci siamo aperti ufficialmente alle live arts grazie alla collaborazione con FAROUT Festival. Non siamo più focalizzati soltanto sulla musica ma ragioniamo molto sull’apertura a un pubblico trasversale che possa essere accolto e ingaggiato attraverso altre culture e linguaggi artistici. Abbiamo da sempre una visione cross-settoriale che raccoglie la musica all’interno di diverse industrie. Ci sarà un summit sul tema delle sincronizzazioni, che riunisce il mondo film, tv, advertising, videogames e anche il Social Change Summit in collaborazione con Acting Inc, un insieme di contenuti che raccontano le esperienze che attraverso la musica creano sinergie tra professionisti, professioniste e realtà diverse. Ci saranno discussioni sul tema della decrescita, della rappresentanza di artisti e realtà indigene che vivono in luoghi dove il cambiamento climatico è più sentito. Lo faremo per esempio attraverso la presentazione del progetto TAKKUUK, lanciato da Bicep insieme a EarthSonic e In Place of  War per esplorare le sfide che le comunità indigene delle regioni dell’Artico si trovano ad affrontare. Ci saranno discussioni su come la diversità viene rappresentata nel mondo della musica sia attraverso le registrazioni, sia sul palco. Durante il panel How to (re)act to stories of incidents of violation or violence – realizzato in collaborazione con ECSA, l’alleanza europea di compositori e autori – si parlerà di storie di reazione a episodi di violenza o discriminazione. Cerchiamo di affrontare il tema senza stigmatizzarlo nè banalizzarlo.

Perché è importante mettere al centro le voci delle realtà indigene?
Siamo sempre più abituati alla viralità, ci stiamo omologando. Nonostante la grande apertura che internet ci offre, ci sono delle dinamiche che ormai scandiscono il ritmo alle nostre vite e che ci portano a seguire modelli sempre più simili l’uno all’altro. È un’omologazione globale che riduce la proposta, anziché ampliarla. L’errore che si fa è quello di adeguarsi invece che cercare delle innovazioni dal punto di vista creativo e artistico. Si rischia l’appiattimento.

Da questo punto di vista, qual è la situazione nell’industria musicale di oggi?
Non me la sento di fare di tutta l’erba un fascio. Esistono realtà che a volte sbandierano un approccio inclusivo e di apertura verso determinati mondi che poi in realtà si ghettizzano, anche rispetto a questi mondi che rappresentano o che includono soltanto per policy. Per quanto riguarda il tema della parità di genere si stanno facendo passi in avanti, non siamo arrivati ancora all’ideale a cui tutti aspiriamo però credo che insistere su queste tematiche sia stato importante. È importante continuare a farlo perché la consapevolezza sta crescendo, cresce la sensibilità. È molto più difficile oggi trovare una conferenza di soli uomini, rispetto a qualche anno fa, quando ancora non si parlava di queste battaglie. Quando si parla di inclusività a volte però siamo ancora abbastanza indietro, specialmente in Italia: ci si dimentica di molte culture che formano la nostra società. Rimangono i casi in cui si tratta solo di “washing”, ma stiamo procedendo verso la direzione giusta.

Quanto conta la dimensione economica in termini di fondi, circuiti, opportunità per affermarsi nellindustria musicale?
Se non hai fondi l’algoritmo ti aiuta. Sono due lati della stessa medaglia: se avessi accesso a un supporto finanziario l’algoritmo non sarebbe fondamentale, e viceversa. In mancanza di entrambe queste cose si rischia l’oblio totale. Dal mio punto di vista dipende molto dalla dimensione economica e di reach, per dirla con un termine social: quanto riesco ad arrivare al pubblico tramite gli strumenti che ho a disposizione?  A volte poi non è una questione economica ma di network, di connessioni. Sicuramente non è facile, soprattutto in quest’epoca in cui nel momento in cui si presenta un progetto molto interculturale e che esce dal nazionalismo si rischia sicuramente molto di più, anche dal punto di vista dell’accesso a bandi e finanziamenti pubblici. 

Qual è l’obiettivo di Linecheck?
Io spero che diventi un punto di riferimento per l’industria musicale globale, dove scoprire novità, cogliere opportunità di collaborazione con realtà da tutto il mondo e per scoprire  progetti che ce l’hanno fatta e che possano diventare nuovi modelli da perseguire, con la speranza che diventi un’industria musicale più eterogenea e basata sull’equità e sulle collaborazioni, piuttosto che sulla competitività e sulla conquista degli altri mondi. Spero possa essere soltanto l’inizio di un percorso che renda Linecheck un luogo dove iniziare nuovi dialoghi e adottare uno sguardo critico nei confronti dell’industria musicale, che però possa essere sempre attrattiva per i professionisti e le professionisti del settore che vogliono crescere in questo settore.

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