ReferendumL’atroce dilemma del garantista che non vuol morire meloniano

La sconfitta dell’ennesimo tentativo di riformare la Costituzione dal governo forse potrebbe avere anche conseguenze positive, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

(Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse )

Scrivo una newsletter che si chiama la Linea – non il Punto, non Panorama e tantomeno (il cielo me ne scampi) la Notizia – ma sulla principale questione politica del momento, su cui ragionevolmente si decideranno le sorti di questa e anche della prossima legislatura, il referendum sulla riforma della giustizia, non riesco a dare una linea nemmeno a me stesso. Ho anche provato a delegare la questione ai lettori, come i più fedeli tra voi certamente ricorderanno, ma non è stato di alcun aiuto. Del resto, quando mai la democrazia diretta per via digitale è servita a qualcosa?

Paradossalmente, vedere che i miei timori erano condivisi da molti ha solo aumentato la mia confusione (voi però non demordete, c’è sempre tempo per cambiare idea, l’indirizzo è: [email protected]). Il fatto è che nel merito sarei favorevole alla separazione delle carriere, ma guardo con angoscia sia al modo in cui questa destra tenta di assoggettare la magistratura, e ogni altra autorità o contropotere che non possa occupare direttamente, sia alle conseguenze politiche immediate di una vittoria del Sì: l’idea di cominciare la nuova legislatura con Giorgia Meloni o magari in subordine Ignazio La Russa al Quirinale, sinceramente, non mi lascia tranquillo.

Queste considerazioni mi avevano fin qui spinto a propendere, se non proprio per il No – non dopo aver sentito Nicola Gratteri parlare di riforme «imputatocentriche» (e questi sarebbero quelli che vorrebbero difendere la Costituzione?) – almeno per il non voto. La tragedia è che pure le dirette conseguenze politiche di una vittoria del No non sarebbero certo rose e fiori. Il trionfo della corporazione dei magistrati e dei giornalisti-mazzieri schierati al suo fianco, e di tutte le correnti populiste e giustizialiste del centrosinistra, dal Movimento 5 stelle alle peggiori anime del Pd: uno scenario tale da farmi correre a votare Sì. In compenso, tuttavia, dall’ennesima sconfitta del tentativo di riformare la Costituzione dal governo, con il chiaro obiettivo di ricavarne una scorciatoia per fare cappotto, stravincere e mettersi sotto i tacchi alleati e avversari, potrebbe venire anche un’utile lezioni a tutte le forze politiche e all’intero sistema.

La vittoria del No segnerebbe infatti quasi certamente il futuro dell’orrenda riforma del premierato, e sarebbe un sollievo non da poco, e forse, oso sperare, anche uno stop a questo modo irresponsabile di piegare ogni volta riforme costituzionali e leggi elettorali alle ambizioni e ai capricci dei leader. Se la vittoria del No fosse il colpo inatteso che riequilibra i pesi in campo e costringe tutti a uscire da questo trentennale delirio di ingegneria istituzionale di fazione, riaprendo la possibilità di un ritorno a una logica realmente parlamentare (e proporzionale) del sistema, ecco, questo sì che sarebbe un esito niente male. Ma io mi sa che resterò a casa lo stesso.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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