Ognuno ha i suoi Zohran Mamdani: Roberto Fico non è esattamente la stessa cosa, ma il campo largo di questo dispone. A quanto pare l’ex presidente della Camera (già, è stato presidente della Camera) non sta infiammando la Campania come Zohran a New York, e tuttavia i sondaggi lo danno in testa di almeno dieci punti sul rivale, uno spento Edmondo Cirielli che, è vero, si può giovare dell’appeal di un Gennaro Sangiuliano col cappellino rosso “Make Naples Great Again”, roba da Mario Merola.
Il Riformista ha scritto che il vantaggio per Fico sarebbe solo di sette punti e che quindi la partita non è chiusa, dipenderà anche dai deluchiani e dai centristi: ma non si vede sinceramente quale vantaggio potrebbe ricavare Vincenzo De Luca da una sconfitta del centrosinistra se non quello, ma sarebbe clamoroso e quasi da romanzo giallo, di creare un problema gigantesco a Elly Schlein, la cui leadership in caso di sconfitta in Campania non potrebbe non traballare (e per primi glielo farebbero capire i vari Enrico Franceschini e Andrea Orlando che si vedranno a Montepulciano a fine novembre).
Dunque, come ampiamente previsto fin dall’inizio di questa campagna di elezioni regionali, finirà pari e patta: per il centrodestra a Marche e Calabria si aggiungerà il Veneto, al campo largo alla Toscana si sommeranno Campania e la Puglia di Antonio Decaro.
Un risultato finale per il quale, come al solito, tutti si diranno felici: Schlein con i suoi calcoli sul numero di voti superiori alla destra, e Giorgia Meloni per averla sfangata nelle Marche e stravinto, ma grazie a una Lega lì immarcescibile, in Veneto.
Sarà interessante vedere i voti dei partiti, e la sensazione è che il Partito democratico di Elly “Zohran” Schlein andrà bene, anche senza giovarsi del vento di Manhattan, mentre chi ha da temere è Giuseppe Conte (che ieri ha sostenuto che il nuovo sindaco di New York è uno del Movimento 5 stelle) uscito malconcio in tutte le regioni in cui finora si è votato e dato in calo nei sondaggi nazionali.
Nel 2022 alle politiche in Campania il Movimento 5 stelle prese quasi ottocentomila voti, il 34,6 per cento: e se è scontato che alle regionali il partito dell’avvocato va sempre molto peggio, certo è che prendere il dieci per cento, o anche meno, per Conte sarebbe un colpo in faccia mica da poco. E una crisi dell’avvocato sarebbe una discreta notizia per la Mamdani del Nazareno nella sua corsa alla premiership.
Interessante sarà anche vedere il risultato della Casa riformista di Matteo Renzi, che si presenta in Campania e in Veneto. Calato il sipario sulle regionali senza morti e feriti, si entrerà nel vivo della battaglia sulla legge di bilancio: essendo ormai ridotto il Parlamento a un passacarte, non dovrebbe incontrare ostacoli.
Ieri la Cgil ha proclamato lo sciopero generale per il 12 dicembre attirandosi il sarcasmo generale per l’ennesimo sciopero di venerdì, una circostanza da sempre ripetuta da tutte le categorie, compresi i giornalisti: si può certamente fare dell’ironia (tutti, tranne la presidente del Consiglio che per il suo ruolo istituzionale dovrebbe mantenere quell’aplomb che purtroppo non ha), ma lo sciopero in sé andrebbe rispettato. Facile prevedere che la protesta di Maurizio Landini – un Mamdani più brutale – oltre ad approfondire la spaccatura sindacale non porterà grandi risultati concreti, eppure questo non è un motivo per non manifestare il dissenso sulla manovra economica più inutile degli ultimi anni, mentre tutti i dati, da Bankitalia all’Istat, confermano che l’Italia di Meloni non sta andando affatto bene.
Forse molta gente si sta rendendo conto che il governo non sta facendo quello che ha promesso e comincia a serpeggiare un certo malcontento. E se i vari Mamdani del campo largo riusciranno a fare qualche seria proposta non demagogica e di governo allora la situazione politica potrebbe prendere un corso nuovo. Anche se di Mamdani qui non si vede l’ombra.