MEME CAPITALISMIl grande gioco dei mercati finanziari

Ludo, ergo sum. È il nuovo slogan del mercato finanziario. Per raggiungere l’ultimo degli investitori, si punta sulla gamification digitale. L’effetto? La “memeficazione” finanziaria, in cui rischia di essere sempre più difficile distinguere investire e scommettere

Illustrazione di Alvvino

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

“Apriremo i mercati finanziari come una scatoletta di tonno”. Potremmo riassumere citando il Beppe Grillo del 2013, che all’epoca ce l’aveva con il Parlamento italiano, la missione di una serie di applicazioni che hanno reso l’accesso agli investimenti e all’alta finanza molto più semplice, e sempre più simile a un gioco.

Non che prima di queste app fosse impossibile per il Comune Cittadino investire nella più grande delle multinazionali: si poteva fare, ma bisognava superare una serie di ostacoli, burocratici e tecnici. Poi sono arrivati il Web, la rivoluzione mobile e le criptovalute, quest’ultime animate da un certo populismo proto-grillino un po’ figlio del movimento Occupy, che mirava a cambiare per sempre il mondo della finanza, rendendolo più giusto ed equo. (Spoiler: non è andata così.) 

Ma soprattutto è arrivato il cigno nero, l’evento imprevedibile e insondabile, che nel nostro caso ha preso la forma di una pandemia diffusasi a partire dal 2020, che costrinse milioni, se non miliardi di persone, a casa, lontano dagli uffici e dalle scuole, immersi in un mondo di schermi sempre accesi e algoritmi in perenne ascolto. In molti persero il lavoro. Chi non lo fece, però, si ritrovò con un gruzzolo di denaro extra a fine mese: che fare con quei soldi in più mentre il mondo bruciava, o almeno sembrava destinato farlo? Perché non scommettere, pardon, investire, in Gamestop, l’azienda che gestisce la catena di negozi specializzati in videogame? Era l’inizio del 2021, il primo vaccino contro il Covid-19 era stato da poco somministrato e Gamestop se la passava male da tempo, per una serie di motivi che hanno a che fare con il modo in cui i videogiochi vengono comprati di questi tempi: sempre più online, tramite download, e non acquistando nei negozi fisici.

Eppure, per qualche motivo, alcuni utenti si convinsero fosse ancora il caso di puntare sul marchio, per una questione di principio, per affetto o in onore della loro infanzia. Nacque così una delle prime meme stock, un titolo di borsa il cui andamento pare non avere alcun solido legame con la realtà economica, i bilanci, le prospettive di crescita, ma dipende da elementi culturali, sociali, spesso discussi su social come Twitter o Reddit e YouTube. Insomma, titoli che funzionano come meme, da cui il loro nome. Di casi ne sarebbero seguiti altri, tra cui realtà più o meno note anche in Europa, come Amc, Bed, Bath & Beyond e Tesla. Quest’ultima è un caso ancora più strano, perché funziona come un meme stock ma ha una valutazione molto più alta delle altre aziende, grazie soprattutto al suo fondatore Elon Musk, l’uomo capace di tramutare scandali e risultati di vendita disastrosi in crescita a Wall Street.

Quella dei meme stock è una palude misteriosa e probabilmente radioattiva dove è difficile inoltrarsi. Basti  sapere che dieci anni fa, semplicemente, non sarebbero stati possibili, perché mancavano gli strumenti per utenti normalissimi di scommettere, pardon, investire, in borsa. Tra tutti questi strumenti, partiamo dal più importante e influente: Robinhood.Questa app, nata nel 2013 dall’idea di Vladimir Tenev e Baiju Bhatt, che si erano fatti le ossa nel mercato degli investimenti, precisamente l’high frequency trading, gli investimenti ad altissima velocità manovrati da algoritmi, ormai un terzo del mercato finanziario degli Stati Uniti, dove a comprare, vendere, “shortare”, sono bot a velocità sovraumane, tessendo ragnatele d’interessi incomprensibili ai più. L’high frequency trading si è sviluppato a partire dagli Anni Zero e può essere considerato la chiave per comprendere molte delle mutazioni che hanno interessato (o interesseranno) la politica, la società, la cultura, il Web stesso.

L’idea di Robinhood, come suggerisce il nome, era di democratizzare l’accesso al mercato finanziario, attraverso un’interfaccia semplice, a portata di app, e sfruttando alcune tecniche tipiche della gamification, l’insieme di elementi tipici dei giochi e videogiochi. Vuoi puntare sull’azione X? Schiaccia questo pulsantone! E occhio a non rimanere indietro nelle tue challenge e nei tuoi goal per questo mese! Il tutto, mentre grafici, notifiche e numeri verdi e rossi danno feedback istantanei e continui. Questa, bada bene, non è tuo zio che controlla l’andamento dei Buoni del Tesoro sul Televideo; è un’esperienza più simile a una partita a Mario Kart o a una slot machine, soltanto che i soldi sono veri. E anche le bolle finanziarie che possono essere create sono molto vere. Sul mercato azionario Usa, per dire, la scorsa estate abbiamo assistito a una fiammata di meme stock, con titoli come Opendoor (+43%) e Krispy Kreme (+39%) protagonisti di rally fulminei. Sono impennate che non suscitano il clamore di una volta, con il partito delle “élite” finanziaria e quello dei “populisti” l’uno contro l’altro armati: “abbiamo normalizzato il memeing” scrivono alcuni analisti.

Robinhood, d’altronde, non è l’unica app del genere. Fidelity e Acorn, per esempio, sono prodotti alternativi. La ragione è che la gamification degli investimenti si è instituzionalizzata: è parte delle app di Revolut e Step, che mescolano finanza personale, criptovalute e investimenti; ma anche di servizi blasonati come Intesa Sanpaolo Reward. Ovunque, troviamo “missioni” e “ricompense” in palio, e gli utenti più attivi vengono “ripagati” e spinti a darsi a nuove missioni. Con i propri soldi, ovviamente.

Abbiamo accennato alle criptovalute, un asset che è al centro di questa storia perché, semplicemente, senza Bitcoin, Ethereum & Co., tutto questo non sarebbe stato possibile. Cosa sono le criptovalute, del resto, se non le proto-meme stock perfette? Bitcoin nacque dal white paper di Satoshi Nakamoto, l’anonimo e misterioso inventore del genere, ma soprattutto, della blockchain, l’infrastruutura digitale su cui si basano. Ma Satoshi Nakamoto – chiunque sia – non spuntò dal nulla, nel 2008, con questa ideuzza: Bitcoin fu infatti una delle molte proposte che nacquero nel circolo dei cyberpunk, un gruppo di hacker libertari nato negli Anni 90, ossessionati dalla privacy, dal vivere off the grid e animati da quella diffidenza tutta Usa nei confronti dello Stato e dell’ordine costituito. E delle Banche Centrali, a partire dalla Federal Reserve, di recente protagonista di un braccio di ferro addirittura con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, diffidente non meno di un cyberpunk verso tutti i poteri pubblici tranne il suo. D’altronde, proprio a Trump si deve il Genius Act dello scorso luglio (Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins Act), la prima legge federale che regola le stablecoin, criptovalute ancorate alle normali divis richiedendo riserve 1:1 in dollari contanti o titoli del Tesoro.

Per un po’, queste “monete virtuali” furono indicate con il termine digital cash, a sottolinearne l’intracciabilità; poi arrivò Satoshi. E nel giro di un decennio, il settore crypto aveva già iniziato a essere inglobato dal mercato finanziario (o è viceversa?), tanto che oggi, spesso, quando una notizia colpisce i mercati, a scendere è anche il valore dei Bitcoin. Valore, però, cresciuto in modo folle e continuo, con percentuali che sembrano finte: dal 2016 è aumentato del 25 487,20%. Avete letto bene. Insomma, è difficile capire dove inizia la scommessa e finisce l’investimento. Anche se, senza entrare troppo nello specifico, in Uk e Ue il free trading di massa gamificato è più regolamentato che in Usa, siano azioni, crypto, token o altro.

Non è un caso, comunque, che negli ultimi anni, i servizi di scommesse sportive abbiano ricoperto magliette, striscioni e spazi pubblicitari dei principali sport del mondo, abbattendo una barriera che a lungo aveva diviso “lo sport più bello del mondo” dai pericoli del gioco d’azzardo (o delle scommesse in genere). Il betting è ovunque. Basta guardare a Polymarket. Ci sarà davvero una tregua tra Hamas e Israele? Chi sarà il candidato democratico nelle elezioni statunitensi del 2028? Queste due celebrities divorzieranno entro la fine dell’anno? E così via, fino a trasformare il mondo intero, le nostre vite, in territorio fertile per gli investimenti, pardon, per le scommesse. Che poi, ormai, rischiano di diventare per molti la stessa cosa.

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