
El Lobo è arrivato a Milano scappando dalla Mara Salvatrucha, una gang centroamericana. Daniel ha vissuto a San Siro nelle case popolari. Schizzo è un tossicodipendente e cerca 11 euro per andare a Cagliari. Sandra ha paura che qualcuno la spii dalla televisione. Gli operatori del Cimitero Maggiore forano le bare per garantire una degna sepoltura ai musulmani. Raimondo fa l’ufficiale giudiziario e, con un solo sguardo, riesce a capire se chi deve sfrattare è furbo o bisognoso. Andrea ha diciassette anni e se la sua compagna rimane incinta occuperà una casa. Sara ha un’invasione di scarafaggi rossi in camera da letto. Marco è stato ingannato dalla cooperativa per cui lavorava. In Piazzale Loreto le agenzie immobiliari vendono case a 5.000 euro al metro quadro. Una giudice lavora sui maltrattamenti delle donne nelle comunità immigrate e dice che i cinesi sono molto maschilisti. Gilda ha pianto quando ha trovato casa in un quartiere di Edilizia Residenziale Pubblica.
Il proprietario di una libreria sa che non venderà libri di Cervantes ai latinoamericani. Francesco vive in una gated community: dice che è stata la prima, in Italia. Un’insegnante trova bello che in città ci sia un tale mescolamento di culture. Un poliziotto crede che a Milano il problema della droga sia trattato come se si utilizzasse la tachipirina per curare un tumore. Trenta agenti in tenuta antisommossa sono entrati in un bosco e tutti i marocchini sono scappati. In carcere i detenuti hanno le scarpe bianche, immacolate. Camilla, che fa la sindacalista, litiga con un computer che non vuole accendersi. Uno scrittore dice che la sera la gente si prende a bottigliate davanti ai bar. Stefano si oppone a uno sfratto, ma prima beve un caffè. Matteo abita sul treno che va ad Alessandria.
Come possono, le storie di El Lobo, Gilda, Camilla e Matteo, tra le altre, apparentemente insignificanti e allo stesso tempo così diverse tra loro, fare la Storia di Milano? Possono queste vicende costituire la base per un nuovo racconto della città? Possono queste narrazioni diventare una teoria dell’urbano? Nonostante Milano sia la città più benestante d’Italia, la distribuzione ineguale delle ricchezze condiziona la vita della maggior parte dei suoi residenti. Al di là dell’immagine pubblica che la dipinge come una capitale europea “rinata”, a crescita infinita, Milano mostra tutte le contraddizioni di un modello di sviluppo che lascia indietro – se non addirittura morire, in alcuni casi – interi quartieri e gruppi di persone. La capitale lombarda è da questo punto di vista una città “infestata”, intrappolata tra visioni futuristiche, presenti inquieti e passati irrisolti che ricorrono e riaffiorano nelle traiettorie biografiche dei suoi abitanti e di coloro che l’attraversano, come attestato dalle esperienze delle persone richiamate in apertura, che ritroveremo nelle prossime pagine. Una città che, in maniera solo apparentemente paradossale, non riesce a cambiare pur trasformandosi in continuazione.
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Aprile 2017, San Siro, note di campo
La mia relazione con Sandra durò solo pochi mesi. La conobbi il 5 aprile del 2017, accompagnando Alice, un’operatrice sociale attiva da anni in quartiere, durante un giro di visite domiciliari. Sandra era nata in Italia da padre italiano e madre etiope. Minuta, magra ma nerboruta, ci disse che da giovane era stata una ballerina. Alice la stava seguendo saltuariamente, grazie a uno dei tanti progetti sociali di breve durata finanziati dal Comune di Milano, perché soffriva di manie di persecuzione.
Ciò che mi colpì immediatamente furono i collegamenti tra i suoi deliri e le condizioni abitative a cui era stata costretta: un demone che infestava la sua mente e la sua abitazione faceva rumori, sbatteva le porte, riempiva di insetti la sua cucina, rompeva le prese della corrente, la osservava dal televisore che perdeva la sintonizzazione. Le sue strategie difensive erano imperniate sulla religione. La fede costituiva la sua unica arma di difesa. Dopo pranzo la accompagnammo a fare delle compere e poi salimmo con lei in casa. L’appartamento, un bilocale spoglio e ammuffito, era buio e profumava d’incenso. Sul piccolo tavolo in legno della sala, Sandra aveva posizionato alcuni ceri e quattro santini: la Madonna che scioglie i nodi, la Madonna di Pompei, Padre Pio e San Giuseppe. C’erano fazzoletti rossi dappertutto. Pezzi di carta e sacchetti chiudevano alcune fessure createsi tra i vetri delle finestre e le intelaiature, tappavano la serratura della porta, tappezzavano una grande credenza. Provai invano a sistemarle la sintonizzazione del televisore: un apparecchio nuovo, a schermo piatto, che strideva con la modestia del resto del mobilio. Piccoli scarafaggi correvano sui muri. Anziché disinfestare, Sandra spargeva nell’appartamento acqua santa.
Scesi di nuovo in cortile e parlai brevemente con il portinaio. Mi disse che qualche tempo prima Sandra era entrata in una profonda crisi. Chiamava i carabinieri, invocava aiuto dalla finestra. Il portinaio ebbe allora un’idea vincente. Chiamò una suora e le chiese di recarsi a casa sua. Sandra e la suora pregarono insieme. Le cose migliorarono per un breve periodo. Il budget di cui disponeva Alice non le permetteva di seguire più assiduamente Sandra. Il Centro Psico Sociale (cps) a cui era stata segnalata poteva garantire solamente una terapia farmacologica. Alice mi chiese allora di farle visita, per monitorare la sua situazione e “per farle compagnia”. Iniziai a bussare alla sua porta una volta a settimana.
Il problema principale da affrontare era per Sandra la sintonizzazione della televisione. A distanza di qualche giorno andammo a comprare un telecomando universale in un bazar cinese posto sul confine del quartiere. Poi tornammo nell’abitazione. “È vero che non possono spiarmi dal televisore?” – mi chiese Sandra. Provai a rassicurarla, facendo leva sul fatto di essere riuscito a risolvere il problema della sintonizzazione. Le chiesi allora il perché dei pezzi di carta rossa sparpagliati per la casa, incollati sui santini, incastrati tra le fessure: “È stata Lei. Ha colorato le mani di San Giuseppe di nero. Io le ho coperte con il rosso”. Mi mostrò delle bruciature di sigaretta sulla tovaglia di plastica: “Anche la tovaglia, vedi?”. Poi indicò il bordo del portacenere. Ci salutammo promettendoci di incontrarci ancora.
