Minacce e risentimentoCosì Mohammed bin Salman ha costruito la sua ascesa al potere dell’Arabia Saudita

In "Ingolfato”, James Montague racconta la scalata di Mbs dalle ultime fila della famiglia reale al potere totale sul regno di Riyad grazie un’abile strategia di soft power finalizzata ad acquisire influenza e a ripulire la propria immagine macchiata dalla reiterata violazione dei diritti umani e dalla repressione interna

AP/Lapresse

All’inizio del secolo, Sultan era il principe ereditario ed era considerato il futuro re. I compagni di scuola di Mbs notavano le differenze di trattamento riservate a lui e ai suoi cugini. «Se guardi al cuore della famiglia reale – gli Abdullah, e quelli vicino al cuore del potere, i Sultan e i Nayaf –, al liceo, o alle medie, tutti i ragazzi volevano frequentare i figli di Sultan e di Nayaf, perché era su di loro che chiunque avrebbe scommesso» mi ha spiegato Khalid. «Perché di lì a dieci o vent’anni sarebbero stati i figli del re».

Il risentimento di Mbs sembrava un fattore centrale, specie in relazione alla ricchezza e allo status dei cugini e di altri reali suoi coetanei che avevano la strada spianata verso il potere, mentre la sua linea di successione sembrava destinata a fermarsi al governatorato di Riyad. Mbs si comportava spesso male. In più di un’occasione si era vestito da poliziotto per fare controlli casuali per strada. Quando un burocrate locale di Riyad si era rifiutato di dargli un po’ di terra per sviluppare un’area residenziale, aveva ricevuto una busta con dentro alcuni proiettili. «Si trattò di una minaccia esplicita» ha detto Khalid. «Tutti sapevano che era stato lui».

Dopo la laurea, Khalid aveva completato uno stage obbligatorio di un anno in Arabia Saudita prima di trasferirsi negli Stati Uniti per proseguire gli studi. Il suo piano era sempre stato quello di tornare a Riyad, una città che adorava. Nel frattempo, Mbs era diventato consulente di suo padre. Ed è lì che aveva incontrato due persone che avrebbero recitato un ruolo importante nella sua ascesa al potere: Saud al Qahtani e Turki Alalshikh, o «i tirapiedi», citando le parole di Khalid.

«Era uno studente di mio padre, e avevano davvero un buon rapporto» mi ha raccontato Khalid di Turki Alalshikh che, ai tempi, era un giovane capitano della sicurezza statale saudita. Ma non stava facendo un buon lavoro. «Così dissero: “Sapete che c’è? Mettetelo nell’entourage del principe Salman”». E i due si erano conosciuti. Alalshikh era entrato nella scorta di Mbs e aveva conquistato il giovane principe grazie al suo umorismo e al suo carisma. Quanto a Saud al Qahtani, aveva doti di cui Mbs aveva disperato bisogno: era un hacker dilettante ingaggiato dalla corte reale nel 2008 per monitorare i media. Nonostante fosse un azzardo, avevano entrambi scommesso su Mbs.

Secondo Khalid, il momento di svolta era stato nel 2012, quando Nayef bin Abdulaziz al Saud, il padre di Mbn rimasto principe ereditario solo per nove mesi, era morto e il re a quel punto aveva optato per Salman. «Salman non ha mai pensato che sarebbe diventato re» mi ha spiegato Khalid. «Diceva: “Sono nato e morirò nel governatorato di Riyad”. È a quel punto che Mbs ha avuto la sua opportunità. E l’ha sfruttata». Quasi immediatamente iniziarono a ripulirgli l’immagine. Nessuno sapeva chi fosse, ed era una cosa che doveva cambiare. Mbs era ossessionato dal potere e dall’influenza dei social media sulle società, specie dopo aver visto il modo in cui avevano alimentato la Primavera araba. Aveva convocato un importante manager saudita del settore tecnologico per chiedergli se fosse possibile creare un Facebook saudita (la risposta era stata no). «Una mossa che ti dice molto dell’ambizione di quest’uomo. Aveva il dente avvelenato, aveva la motivazione per distruggere entrambi i cugini. Non se ne sarebbe rimasto seduto a dire: “Ne ho il diritto”. Hanno tutti la percezione di averne il diritto, ma quando si è trattato di perseguire il potere è stato spietato. Semplicemente machiavellico».

Nel corso dei successivi tre anni, Mbs si preparò per il giorno successivo alla morte di re Abdullah, tramando e mettendo in posti influenti membri della sua ristretta cerchia di seguaci, che avevano mostrato lealtà e rispetto nei suoi confronti quando altri invece lo avevano deriso. «C’è una sua foto alle superiori insieme al padre e ad alcuni amici. Beh, oggi rivestono tutte cariche realmente importanti» ha confermato Khalid. «Era la lega dei reietti».

Durante l’ascesa della stella di Mbs, Khalid pensava che anche quella di suo padre avrebbe seguito la stessa traiettoria. Mbn – sponsor del dottor Saad al Jabri – era stato subito innalzato al ruolo di principe ereditario dal nuovo re, Salman. E con le agenzie di intelligence occidentali, specie gli americani, c’era abbastanza spazio per entrambi nell’antiterrorismo. «Mantenevo ancora relazioni molto buone in Arabia Saudita» ha ricordato Khalid, che tornava spesso a Riyad dagli Stati Uniti, a volte anche solo per un weekend lungo. Non c’era nulla di cui preoccuparsi. «Mbs avrebbe scalato le gerarchie, e mio padre con lui». Dopotutto, anche il dottor al Jabri aveva accumulato decenni di segreti sull’Arabia Saudita. Sapeva dove erano seppelliti i corpi, e pensava che questo gli avrebbe garantito un po’ di protezione, magari perfino un po’ di influenza, ma si sbagliava.

Una delle prime decisioni che Mohammed bin Salman prese come vice principe ereditario fu di andare in guerra. A soli tre mesi di distanza dalla morte di Abdullah, si imbarcò infatti in una disastrosa campagna militare nello Yemen, con l’appoggio degli Emirati Arabi Uniti, dopo che le forze ribelli Houthi avevano conquistato Sana’a, la capitale yemenita. Grazie al supporto e agli armamenti statunitensi e britannici, Mbs diresse una campagna aerea e un blocco navale rovinosi che uccisero decine di migliaia di civili e affamarono gran parte del paese.

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Per i successivi due anni, Mbs si presentò al mondo come un riformista giovane ed esperto di tecnologia a capo di una popolazione altrettanto giovane e assetata di cambiamenti. «Mancava una guida pronta a incanalare questa energia in riforme» scrisse in maniera enfatica l’editorialista del «New York Times» Thomas Friedman nel novembre del 2015, meravigliato per la nuova apertura mentale dell’Arabia Saudita e rimasto subito affascinato quando aveva incontrato Mbs. «Entra il figlio del nuovo re Salman, Mohammed bin Salman, il trentenne vice principe ereditario che, insieme al moderato principe ereditario, Mohammed bin Nayef, ha intrapreso una missione per trasformare l’Arabia Saudita». Mbs fece il tour delle capitali occidentali con indosso un completo e in un inglese decisamente migliorato, promettendo enormi opportunità di investimento e ammaliando allo stesso modo giornalisti, magnati del tech della Silicon Valley e capitani di industria.

Il volto di Mbs era sui cartelloni e sulle copertine dei magazine di Washington, Londra e Parigi, una strategia concepita da Saud al Qahtani che, insieme a Turki Alalshikh, era stato promosso fino al livello ministeriale, diventando di fatto il «responsabile della propaganda» e guru dei social di Mbs, mentre Turki Alalshikh veniva messo a capo degli eventi sportivi e di entertainment che avrebbero trasformato la percezione del mondo sull’Arabia Saudita.

Mbs aveva già lanciato il suo progetto Vision 2030, e tutte quelle riforme di alto profilo e apparentemente problematiche che non erano state realizzate durante il regno di Abdullah improvvisamente non sembravano più così problematiche. Venne istituita la General Entertainment Authority, un dipartimento governativo che avrebbe avuto a disposizione due miliardi di dollari per gestire tutti gli eventi, specie quelli sportivi, che avrebbero proiettato l’immagine di un paese rinnovato e più aperto, offrendo uno sfogo per i suoi giovani cittadini. Furono reintrodotti i visti turistici per i non musulmani, che venivano approvati online in pochi secondi e non in settimane o mesi o, come avveniva spesso in passato, mai.

In apparenza era tutto vero. Ma sotto la superficie Mbs doveva occuparsi di una questione più urgente: come superare gli ostacoli che si frapponevano tra lui e il potere vero, quello che gli avrebbe permesso di mettere in pratica la sua visione del regno. In una monarchia assoluta dove il protocollo per la successione era sacro, per Mbs sembrava impossibile rimpiazzare Mohammed bin Nayef come principe ereditario senza l’esplicito consenso del re. Ma la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane del 2016 gli offrì un’opportunità. Il vice principe ereditario aveva infatti stretto un rapporto di amicizia con il genero di Trump, Jared Kushner, e la sfiducia del presidente nei confronti dell’establishment della sicurezza americana aveva di fatto già indebolito la posizione di Mbn.

©️ James Montague, 2025;
©️ Ingolfato, 66thand2nd, 2025;

Ingolfato. Come l'Arabia Saudita ha comprato lo sport - James Montague - copertina

Tratto da “Ingolfato” (66thand2nd), di James Montague, 19€, pp. 288.

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