Nell’ultimo decennio in Europa e negli Stati Uniti i partiti di destra hanno saputo intercettare meglio dei loro avversari le esigenze degli elettori in materia economica. Con una buona dose di populismo e demagogia, molti partiti, da Lega e Fratelli d’Italia fino al Rassemblement National francese, all’AfD tedesca e al Partito Repubblicano trumpizzato di quest’epoca, hanno saputo parlare alla pancia degli elettori. Ora però il vento sta cambiando. Alcune indicazioni arrivano dagli Stati Uniti, dove la campagna elettorale vincente di Zohran Mamdani – sindaco eletto di New York – dimostra il peso specifico enorme dell’economia nel dibattito politico, soprattutto in luoghi in cui gli stipendi non hanno seguito il passo dell’aumento del costo della vita.
Ne ha parlato sul New York Times in un commento sferzante James Carville, veterano delle campagne democratiche e storico stratega di Bill Clinton. Per capirci, Carville è uno così cinico e scafato da essere conosciuto soprattutto per aver coniato lo slogan «It’s the economy, stupid».
Secondo Carville, per il Partito Democratico è arrivato il momento di rimettere nei cassetti la retorica woke e puntare dritto alla pancia degli americani, intercettando la loro rabbia economica in vista delle elezioni di midterm di novembre 2026: «Lo shutdown non avrà alcuna conseguenza duratura per le elezioni del prossimo anno. L’unica cosa che persisterà così a lungo sarà la crisi economica. Ed è proprio per questo che i Democratici hanno vinto il 4 novembre». La gente è arrabbiata, e l’ira si può rivoltare sempre contro chi è al potere.
Il costo della vita è fuori controllo negli Stati Uniti: affitti proibitivi, case inaccessibili per i più giovani, debiti studenteschi insostenibili, disuguaglianze ai massimi storici dai tempi dei ruggenti anni Venti. Sono temi che riguardano anche il resto del mondo occidentale. Carville si concentra sul quadro statunitense, ma il suo discorso si può riportare anche all’Italia o all’Europa.
Donald Trump aveva promesso di rendere la vita più accessibile, da un punto di vista economico, per molti americani. Ma non ha fatto nulla di concreto. Mamdani che ha messo le difficoltà economiche della classe media e dei più poveri in cima alla sua agenda elettorale, è stato eletto. Eppure parliamo di un politico che si definisce socialista democratico, è anche un trentenne con un archivio Twitter che solitamente bagna i sogni dei rivali politici. Poi però ha condotto una campagna elettorale molto disciplinata. È stato quasi monotematico: ha parlato tantissimo di costo della vita. Perché è la lezione che ha detto di aver tratto dal voto dell’anno scorso: c’è un famoso video in cui dopo la vittoria di Trump chiedeva agli elettori perché lo avessero votato, e tutti rispondevano «per i prezzi», «per l’inflazione».
Ora che l’inganno di Trump si sta rivelando per quel che è, e il presidente sta dimostrando di non riuscire ad aggiustare l’economia americana come se avesse la bacchetta magica, «il popolo si sta ribellando», scrive Carville. E questa frattura offre ai democratici un’occasione irripetibile.
È significativo che il tema venga sollevato proprio da Carville, che rappresenta la vecchia guardia centrista e moderata del partito. Oggi però sostiene senza ambiguità che la strada è una sola, e cioè «una piattaforma populista sul piano economico», la più radicale dai tempi della Grande Depressione. Qui va specificato che quando si parla di populismo negli Stati Uniti non si fa riferimento alle sfumature demagogiche e ingannevoli che vi attribuiamo in Europa. In questo caso si parla di un’accezione più tendente al “popolare”. Infatti l’elettorato a cui dovrebbe cercare il Partito Democratico – e tutta la sinistra occidentale – è quello rurale e meno istruito, il più furente di tutti sul piano economico.
«Proprio come abbiamo fatto nel 2018 e persino nel 2022, è praticamente certo che i Democratici conquisteranno elettori urbani e suburbani alle elezioni di midterm, in particolare il tipo di persone che votano regolarmente. A questo punto, è quasi una garanzia per il nostro partito, e dobbiamo continuare a far crescere questi elettori. Dobbiamo anche costruire una piattaforma che ci aiuti a sradicare definitivamente il vantaggio repubblicano nelle regioni più rurali. Questo può essere fatto solo con il buon vecchio populismo economico, sia nel messaggio che nelle misure», dice Carville.
È una cosa che aveva proposto anche Timothy Shenk, storico e autore molto prolifico sulle lotte interne del Partito Democratico, lo scorso settembre. «La ricetta è semplice, in realtà», scriveva Shenk ormai due mesi fa. «Un messaggio economico bruciante trasmesso da outsider politici che si oppongono ai potenti. I cattivi in questa narrazione – ed è essenziale avere dei cattivi – sono le élite al vertice di un sistema corrotto. I democratici che vanno bene alle elezioni non si soffermano su questioni culturali; si concentrano invece su temi come l’aumento dei salari e la possibilità di permettersi una casa. Sebbene le loro posizioni distintive godano di un forte sostegno pubblico, i loro programmi sono più di un semplice campionario di ciò che va meglio nei sondaggi. Raccontano una storia che riformula il dibattito, arruolando gli elettori in una battaglia tra i molti e i pochi, con poste in gioco che toccano la vita di tutti i giorni».
Per questo la sinistra dovrebbe puntare il dito contro chi ha prodotto questa crisi. È una battaglia che riguarda tutti, e va oltre le proposte di Mamdani per New York. In fondo anche Abigail Spanberger e Mikie Sherrill – le nuove governatrici della Virginia e del New Jersey – e persino i democratici-poco-democratici della Georgia, hanno vinto alle ultime elezioni con ampi margini perché la gente è incazzata. E la gente riversa sempre la sua rabbia sul partito al potere.
Serve «una rabbia economica pura, aggressiva, inequivocabile», scrive Carville. Questo comporta anche una resa dei conti culturale interna al partito. L’era del “woke performativo”, che ha toccato l’apice tra il 2020 e il 2024, ha spostato le priorità politiche del Partito Democratico, alienando soprattutto gli elettori rurali e maschi. Molte battaglie degli ultimi anni sono state percepite come lontane, élitarie, persino offensive. Oggi quasi il settanta per cento degli americani considera il Partito Democratico fuori dalla realtà, chiuso nella sua torre d’avorio e più interessato alle battaglie simboliche che a quelle economiche. Per Carville è un errore fatale: il partito non può più permettersi una postura moralista. Deve parlare di soldi, lavoro, bollette, affitti, figli.
Sono, davvero, le stesse critiche che si muovono al Pd in Italia, o quelle rivolte ai Laburisti del Regno Unito prima dell’arrivo di Keir Starmer.
Una strategia per rimodellare il Partito Democratico, e i partiti di centrosinistra europei, potrebbe essere questa: creare una coalizione di moderati e progressisti che si appoggia al populismo – sempre nell’accezione più americana e meno europea – economico. Nel suo articolo Carville propone anche una serie di riforme – salario minimo a venti dollari l’ora, università pubblica gratuita, assistenza all’infanzia universale e così via – che possono sembrare troppo spostate a sinistra per gli Stati Uniti. Ma non è così, dice, «perché continuare a essere prudenti significherebbe continuare a perdere».