Reazione a catenaTrump vuole riesumare i test atomici, ma il pianeta non è più quello del 1945

Il presidente degli Stati Uniti rilancia la corsa alla bomba ma le strutture nel Nevada sono oggi limitate a esperimenti subcritici, senza che la fissione diventi una esplosione incontrollata

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Non sapendo più come costringere Vladimir Putin a negoziare la pace con l’Ucraina, Donald Trump ha annunciato di voler testare nuove bombe atomiche nella speranza che la Russia si spaventi come fece il 6 e il 9 agosto 1945 dopo le bombe a Hiroshima e Nagasaki. Il pluricandidato (da sé stesso) per il Nobel per la pace vuole far vedere alle potenze nucleari del resto del mondo che gli Stati Uniti hanno un arsenale moderno e non hanno paura di usarlo. Il ragionamento politico è come al solito primitivo e abbastanza goffo nelle tempistiche, dopo la notizia fatta trapelare dal Cremlino delle prove del missile russo a propulsione nucleare Burevestnik a Novaja Zemlja, nell’Artico. Da quando esiste, il potere atomico resta una guerra di nervi, un linguaggio costruito su minacce e finzioni. Ma nel mondo di oggi, anche una prova esplosiva è quasi impossibile da realizzare.

Prima era molto più semplice. J. Robert Oppenheimer poteva far detonare la sua creatura nel New Mexico senza comitati d’opinione o satelliti in orbita. La Francia, fra il 1960 e il 1966, fece esplodere diciassette ordigni nel Sahara algerino senza che i popoli del deserto sapessero esattamente cosa stava accadendo. Quella stagione di opacità appartiene al passato. Oggi qualsiasi vibrazione del suolo viene registrata e comunicata in tempo reale alla rete di sorveglianza internazionale della CTBTO, che monitora il pianeta con sensori sismici e analisi atmosferiche capaci di individuare anche il più piccolo rilascio di materiale radioattivo. Non esistono più angoli ciechi.

Trump sogna ancora il deserto del Nevada, come quello della vecchia America nucleare, dove il test Sedan del 1962 lasciò una voragine larga quattrocento metri. Ma il sito oggi serve soltanto per esperimenti “subcritici”: test che si fermano un istante prima della soglia in cui la materia atomica diventa incontrollabile. In pratica, si lavora con piccole quantità di plutonio, troppo poche per innescare una reazione a catena, ma sufficienti per studiarne il comportamento nelle stesse condizioni di pressione e temperatura che precedono un’esplosione vera. Si usano esplosivi convenzionali, sensori ultrasensibili e supercomputer capaci di calcolare miliardi di variabili al secondo.

Questi esperimenti non fanno rumore, ma servono a garantire che le testate esistenti restino stabili e funzionanti senza doverle far detonare. È il modo con cui gli Stati Uniti mantengono viva la loro deterrenza atomica rispettando formalmente la moratoria internazionale. Traduciamo con una immagine: al posto delle colonne di fuoco nel deserto ci sono camere sotterranee sigillate e laboratori che traducono l’energia nucleare in dati.

Il Trattato per la messa al bando totale dei test nucleari è rimasto sospeso a un passo dall’entrata in vigore: mancano le ratifiche decisive di nove Stati dotati di tecnologia nucleare, fra cui Russia, Cina, Pakistan, Israele e Stati Uniti. Eppure la sua autorità è stata finora più morale che giuridica: dal 1996 solo la Corea del Nord ha apertamente violato la moratoria. Proprio questa fragilità rende l’annuncio di Trump pericoloso. Se Washington rimettesse mano ai test esplosivi, le nuove autocrazie e i governi che ambiscono alla bomba leggerebbero il gesto come un lasciapassare implicito a infrangere le regole; fra questi c’è anche l’Iran, spesso indicato come uno Stato che guarda con interesse a capacità nucleari militari. Robert Floyd, segretario esecutivo della Commissione preparatoria per l’Organizzazione del Trattato di messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBTO), ha avvertito che «qualunque test nucleare esplosivo da parte di qualsiasi Stato sarebbe dannoso e destabilizzante per la pace e la sicurezza internazionale». Parole scontate, ma almeno qualcuno le ha pronunciate.

Il pianeta ha già pagato un prezzo alto. In Algeria le esplosioni francesi hanno lasciato un’eredità di malattie e contaminazioni che ancora colpiscono intere comunità. Nel giorno dedicato dall’ONU alla memoria dei test nucleari, venti organizzazioni per il disarmo hanno chiesto a Parigi e Algeri di affrontare finalmente le proprie responsabilità. Lo stesso vale nel Pacifico, dove gli atolli che ospitarono le esplosioni americane e francesi sono ancora inaccessibili. Persino in Australia, a settant’anni dai test britannici nelle isole Montebello, le analisi dei sedimenti marini mostrano concentrazioni di plutonio fino a migliaia di volte superiori rispetto alla costa occidentale. «È un materiale interamente artificiale e continuerà a emettere radiazioni per millenni», ha spiegato al Guardian la ricercatrice Madison Williams-Hoffman. 

Secondo gli studi del Bulletin of the Atomic Scientists, le esplosioni sotterranee hanno modificato falde e rocce, lasciando isotopi che si muovono lentamente nell’acqua e nei suoli. In Nevada e in Kazakistan la radioattività residua rimane oltre i limiti di sicurezza, e la bonifica è quasi impossibile. Di fronte a questo, l’idea di Donald Trump di tornare ai test appare per quello che è: non una prova di forza, ma la solita boutade politica che ignora il pianeta, la storia e la memoria delle sue vittime.

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