La repubblica americana è nata 250 anni fa, il 4 luglio 1776, e nonostante la terribile guerra civile della seconda metà dell’Ottocento non ha mai sentito il bisogno di passare a una seconda, terza, quarta, quinta repubblica, come è capitato in molti meno anni alle democrazie europee come Italia e Francia. Duecentocinquanta anni di Stati Uniti d’America e duecentocinquanta anni di un’unica repubblica. Poi è arrivata la seconda presidenza Trump, e la repubblica rischia di essere l’ultima.
Quello che sta facendo Trump all’America non ha precedenti, ed è inutile stilare qui l’elenco delle scelte eversive che a stento riusciamo a raccontare quotidianamente sul giornale, perché è pressoché impossibile stare dietro a tutte le oscenità Made in Casa Bianca. Ogni giorno Trump non ne fa una, e nemmeno due o tre o quattro o cinque: ogni giorno Trump fa, dice e prende almeno dieci decisioni, ciascuna delle quali in tempi meno impazziti di quelli attuali avrebbe stroncato la carriera di qualunque politico. Moltiplicate le dieci sconcezze al giorno per gli undici mesi trascorsi da quando Trump è in carica, e calcolate la gravità del continuo martellamento allo stato di diritto, alla convivenza civile, al sistema di relazioni internazionali.
Ho scritto più volte, a partire dal 2016, che Trump è la più grande catastrofe capitata all’America e al resto del mondo negli ultimi vent’anni, una tragedia morale e civile che ha fatto danni senza precedenti alla reputazione degli Stati Uniti, che avrà effetti devastanti per le prossime generazioni e che non sarà facile raddrizzare anche quando, prima o poi, Trump sarà fuori gioco.
Il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti sta trascinando la gloriosa e antica repubblica americana verso una monarchia assoluta, costruita intorno alla sua famiglia e circondata da una corte di personaggi più adatti alla Zanzara di Giuseppe Cruciani che al governo di un paese civile, ma con l’aggravante che questi qui, al contrario del circo crucianesco, hanno in mano i codici dell’atomica e, quando si annoiano, bombardano a casaccio, come è appena successo in Venezuela e in Nigeria.
Del resto, sono loro stessi, i nullasapienti di Trump, a spiegare agli americani di che pasta è fatta la corte degli incubi che a gennaio si è appropriata di Washington, come se non bastassero le azioni quotidiane sotto gli occhi di tutti (l’ultima delle quali è, appunto, il bombardamento in Nigeria da parte del mancato Nobel per la pace per difendere i cristiani, guarda caso proprio nel giorno di Natale e delle ultime infamanti rivelazioni sul caso di Jeffrey Epstein, «Don’s best friend», come si definiva il milionario pedofilo morto suicida in carcere).
Così prendiamo per buone le parole della capo di gabinetto di Trump, Susie Wiles, che a Vanity Fair ha detto che J.D. Vance è un «teorico del complotto», Russell Vought, il potentissimo direttore dell’Office of Management and Budget, ossia il vero presidente sulle questioni di politica interna, non è semplicemente un fondamentalista, ma «un fondamentalista assoluto di estrema destra», mentre lo stesso Trump, sempre secondo la sua capo di gabinetto, anche se non beve, governa il paese e il mondo «con la personalità di un alcolizzato».
La tragedia umana dei lacché di Trump è popolata anche di alcolisti veri, di razzisti conclamati, di simpatizzanti del nazismo, di no vax, di putiniani, di amici di Assad, di odiatori seriali, e di picchiatelli di ogni ordine e grado.
In tutto questo, Volodymyr Zelensky è tornato in America per andare a scoprire l’ennesimo bluff trumputinista sulla cosiddetta pace in Ucraina, mentre Vladimir Putin continua a bombardare i civili ucraini e i suoi scagnozzi spiegano in televisione che l’Ucraina non esiste e che, una volta che sarà completamente rasa al suolo, dimostrerà la sua amicizia fraterna con Mosca. Insomma, come giura Trump, si intuisce la grande volontà di pace dei russi. Ciò che si continua a non capire è perché Trump faccia così palesemente il gioco di Mosca. Ci sono solo tre possibilità: è totalmente scemo, pensa di fare affari con Putin, è un asset russo. Probabilmente sono vere tutte e tre le cose.
Trump, intanto, sanziona gli alleati europei, non i russi o i cinesi, e racconta frottole sul suo best friend Epstein. Non stupisce, quindi, che per effetto di tutto questo – compresa la scarsa accessibilità economica non solo al sogno americano, ma anche al minimo necessario per sopravvivere – i sondaggi segnalino una caduta precipitosa del consenso trumpiano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre.
Dopo essersi vantato di aver rifatto in marmo bianco i braccioli delle poltrone del Kennedy Center – rinominato Trump-Kennedy, essendo lui un noto uomo d’arte e di cultura – Trump ha detto a Politico che le prossime elezioni saranno decise dai prezzi al dettaglio che l’americano medio troverà al supermercato. Prezzi che oggi sono alle stelle a causa dei dazi imposti da lui medesimo, nel famoso «Liberation Day», che è rimasto nella memoria di tutti gli americani come il momento di svolta della sua presidenza e che sarà difficile perfino per un bugiardo patentato come Trump riuscire a scrollarsi di dosso.
È molto probabile che nel 2026 Trump perderà il controllo della Camera, e anche che ridurrà il vantaggio al Senato. La botta politica sarà forte per il Cialtrone in chief e, quindi, sarà foriera di grandi speranze per il ripristino della legalità costituzionale e di un minimo di decoro istituzionale. Ma è altrettanto probabile che Re Donald se ne infischierà della possibile sconfitta, che semmai attribuirà a fantomatici brogli e che supererà accentuando il suo stile di governo imperiale, fatto di decreti esecutivi come quelli dei satrapi orientali che gli piacciono tanto e che, per fare affari, ospita voluttuosamente in una Casa Bianca ormai addobbata come il tinello di rappresentanza dei Casamonica.
Il 2026 sarà un anno complicato, e lo sarà anche l’anno successivo, per l’America, per l’Ucraina e per l’Europa. La resistenza, però, c’è, cresce, ed è determinata, a cominciare da quella ucraina e poi polacca e dei Paesi baltici. Il movimento «No Kings» esiste perché gli americani sono fedeli alla Repubblica federale e contrari alla monarchia.
Ci sono anche molti europei occidentali consapevoli dell’importanza vitale della sfida posta da Putin e Trump al modello liberal-democratico (in Italia Carlo Calenda e Pina Picerno su tutti), ma spesso questi pochi coraggiosi combattenti sono isolati anche all’interno delle proprie comunità politiche.
Ci sono, poi, tantissimi utili idioti, amici palesi del regime di Putin, anticapitalisti antioccidentali e rossobruni come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon (o Matteo Salvini e Giuseppe Conte), che inquinano le fonti di informazione e sperano di coronare il sogno della fine del mondo libero, chi per convinzione, chi per ideologia, chi per opportunismo.
Il mondo libero però non è sparito, almeno non ancora del tutto, è indebolito, ha sede a Kyjiv e a Bruxelles, non più a Washington, e può contare su quei pochi che non accettano la capitolazione e su chi, come questo giornale, non si rassegna al bipopulismo.