Malinconia universaleLe lunghissime ombre di Andrea Laszlo De Simone

Il più delicato e schivo dei cantautori italiani ha unito musica, cinema e poesia in un unico gesto artistico per interrogare i molteplici “Io” che abitano la sua esistenza. Ne è uscito un racconto per parole e immagini dei pensieri intrusivi che assillano e interferiscono con le nostre scelte, generando quella lunghissima ombra da sempre protesa tra noi e noi, noi e gli altri

Photo by Guido Gazzilli

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Nomen omen. Il nome è un presagio. Secondo una credenza romana, il destino di una persona è scritto nel suo nome. Così Andrea Laszlo De Simone, che all’anagrafe è Andrea Oliviero Laszlo De Simone Saccà, ha scritto un album per parlare delle sue e delle nostre identità, ossia le nostre storie, le ombre che proiettiamo davanti a noi, definendoci, i pensieri intrusivi che ci allontanano dagli altri, complicando talvolta le relazioni, ma anche rendendole più umane.

Una Lunghissima Ombra, lʼalbum uscito lo scorso 17 ottobre, racconta allora le nostre verità: le molte sfumature che ci rendono chi siamo. Il brano, che dà nome al titolo, nasce nel 2020. «Ho iniziato a identificare in quella metafora molto semplice la possibilità di esplorare i pensieri intrusivi e una serie di piccole dinamiche: i ricordi, i sensi di colpa… Mi sembrava un contenitore sufficientemente ampio per contenere una sfera di riflessioni che in quel momento mi apparteneva», racconta. E aggiunge: «L’ombra è legata agli umori e a ciò che proiettiamo sulla realtà, che a sua volta ci restituisce una sua proiezione».

Il disco è attraversato da un diffuso senso di malinconia. Per De Simone è il sentimento che meglio descrive il processo di formazione delle ombre: «La malinconia non può prescindere dal fatto che sia esistito un momento positivo, che ha proiettato luce su un oggetto e che nel tempo si è trasformato anche in una sua eco, in un’ombra. Mi sembra che la malinconia sia in tutte le cose, che attraversi i momenti negativi, ma sia anche la miglior compagna di quelli positivi». È un sentimento che guarda a un passato non necessariamente luminoso, ma illuminato dai ricordi. Il futuro, invece, non gli appare sotto una luce radiosa: «È come se fosse già osservato al passato». Forse è per l’età che avanza, o per la tendenza a immaginare scenari possibili, ma si augura di riuscire a immaginare il futuro ancora per un po’, «anche slegato dalle dinamiche del presente». Spera nell’imprevisto: «Grazie al cielo c’è sempre qualcosa che noi non abbiamo interpretato nel modo giusto, esiste un ampio margine di imprevedibilità. Spero che non sia sempre legato al mercato, questo margine, perché dove gira l’opportunità gira anche il senso del mondo».

Photo by Guido Gazzilli

Nel disco sono protagoniste le relazioni: giochi di luce che compaiono e poi si spengono. In Non è reale canta “cosa ci spinge”, “cosa ci illumina”, “non è reale”: «Tutto ciò che per noi è una motivazione a livello di ideale, di pulsione, di passione, di sentimento, di ambizione, non è reale». La relazione più densa è quella tra padre e figlio. In Per te – che si apre con la voce della figlia – descrive il loro legame attraverso immagini quotidiane e legate alla natura. Un rapporto che muove ogni gesto quotidiano: «Per te racconta di un’inclinazione umana, uno dei fenomeni più rappresentativi del perpetrarsi della specie: il rapporto tra padre e figlio, che per quanto mi riguarda è la motivazione più reale, la più concreta». Questo legame è per lui il punto di contatto tra un’esigenza prettamente animale e un’ambizione quasi spirituale: «Desideri che tuo figlio sia felice, che sia uno step di crescita importante per entrambi, passare questo tempo insieme. Detto tra noi, è la cosa più bella che mi potesse capitare: ha spazzato via tutto, ha relativizzato altre riflessioni precedenti».

“Ombre” sono anche i pensieri intrusivi che attraversano le relazioni: «Quello che ci attraversa ci costituisce. Siamo dominati da un sottobosco di emozioni complesse e poco formalizzate che riflettiamo sugli altri. La realtà si frappone: tutto ciò che provi viene filtrato da questo spazio colmato da pensieri intrusivi che portano a proiettare sugli altri qualcosa». Non è un album autobiografico. «Sono convinto che sia qualcosa che riguarda tutti. Alcune ombre sono rappresentate dal senso di colpa o da un disagio che viene provato nei confronti degli altri perché capita di commettere degli errori. In quel caso l’esempio diventa lampante: il senso di colpa è a tutti gli effetti un collante sociale. È qualcosa che ci spinge a chiedere scusa, ad accorciare le distanze che abbiamo creato».

Photo by Guido Gazzilli

Una lunghissima ombra è anche un progetto audiovisivo. Ogni brano è accompagnato da un video girato in Vhs-C: «Il mio scopo era evitare di ricreare l’effetto film o videoclip. Mi sembrava un peccato limitare a dei fatti specifici qualcosa di universale. Al tempo stesso volevo che rimanesse un profondo spazio di interpretazione, nonostante le parole riguardassero fatti specifici». L’idea era di rendere l’intero disco un contenitore di significati condivisi, dove ognuno potesse rivedere in quelle immagini una parte della propria esperienza: «Mi sono concentrato sull’idea di accogliere aspetti talmente quotidiani che nel momento in cui uno si siede su una panchina con le cuffie e ascolta una canzone, gli viene lasciata la stessa libertà. È come quando si ha la sensazione che la realtà si stia piegando alla musica che stai ascoltando, permettendoti di cogliere connessioni di significato». Alla realizzazione dell’album ha dedicato molto tempo, lontano dalle logiche dell’industria musicale: «A me non interessa e non deve proprio entrare in quello che faccio».

Nonostante provi gratitudine per il suo pubblico, non riesce a vivere la musica come un lavoro: «Non riesco a viverlo in quel modo: rinuncerei alle cose più preziose della mia vita per un atto di generosità che non mi appartiene». Pubblicare un album o un brano, per lui, è una questione privata, un momento complesso con cui ancora sta facendo pace: «Ne parlo con la mia famiglia, con la mia compagna, con i miei figli. Si trova il momento giusto, nel caso in cui ci sia la volontà di pubblicare». Sa che la musica può essere un’opportunità economica, ma resta un pensiero secondario: «Non affamerei mai nessuno, però ci sono tante altre soluzioni per campare che non siano pubblicare dischi». Il tempo è il suo miglior alleato: «Sono passati cinque anni, ma avrò lavorato all’album un anno o un anno e mezzo». In mezzo ci sono stati altri progetti musicali. Racconta: «È un lavoro che non è un lavoro, una compagnia quotidiana in termini strettamente “professionali”. Serve del tempo per raccontare le cose. Non mʼinterrogo mai su quanto debba durare un brano: avrà bisogno del suo tempo. Una canzone non finisce quando è perfetta, ma quando io non ho più niente da darle, quando ho finito di giocare con quelle note e non mi diverto più».

Photo by Guido Gazzilli

La pubblicazione dei suoi progetti resta il più ambiguo, il passaggio da gesto egoistico a “un atto altruistico” lo mette a disagio: «Io non lo faccio per l’altra persona, lo faccio con egoismo». E quando i suoi progetti musicali si trasformano in “grazie” sente di dover ringraziare quattro volte in più: «È un regalo il fatto che mi venga restituito qualcosa per qualcosa che io ho fatto a prescindere». Non si sente indenne dalla sindrome dell’impostore: «La distanza che si crea tra me e le persone mi mette a disagio. Quando fai musica non è come se facessi un altro tipo di mestiere artigianale: stimoli per qualche motivo un senso di riconoscenza superiore». Non gli è chiaro il perché, ma questo lo mette a disagio: «Ho paura che i miei figli debbano crescere come i “figli di”, mi sembra tutto sbagliato». Aggiunge di sentirsi una specie di “ladro di sentimenti” «che dovrebbero essere destinati a qualcun altro». Anche se il suo rapporto con il pubblico cerca di renderlo «il più reale possibile».

Passa molte ore durante le sue giornate a rispondere ai messaggi su Instagram e si premura di non lasciare nessuno senza risposta: «Ho bisogno che sia una cosa di portata piccola, non voglio arrivare a vedere le persone come numeri. Per me sarebbe un fallimento umano enorme». In un giorno soltanto è arrivato a rispondere a oltre 40 000 messaggi . Gli piace farlo: «Amo gli esseri umani, interagire con le persone. Solo che quando la portata diventa eccessiva rispetto a ciò che è affrontabile umanamente acquisisce delle dinamiche che sembrano quasi aziendali, che io non sono capace di gestire. Mi mette in difficoltà l’idea di non rispondere a qualcuno che mi ha scritto. Mi sembra disumano, fuori dalla mia portata. Non potrei mai affidare la responsabilità a qualcun altro, pensare che qualcuno stia dicendo “grazie infinite” al posto mio, neanche un punto potrebbe mettere al posto mio».

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