Il recente Rapporto sul debito internazionale della Banca mondiale (Bm) fornisce un quadro impressionante. Tra il 2022 e il 2024, il servizio del debito estero dei Paesi a reddito medio-basso (Lmic, acronimo in inglese) ha superato di ben 741 miliardi di dollari il volume dei nuovi finanziamenti ricevuti. È il divario più grande degli ultimi 50 anni. Altro che fardello dell’Occidente: il Sud del mondo è diventato uno dei più grandi sostenitori della finanza mondiale.
Nel 2024, il debito estero totale dei succitati Paesi era di quasi 9.000 miliardi di dollari, più del doppio del livello del 2010. 1.200 miliardi sono il debito dei 78 Paesi più poveri, quelli che sono qualificati a ricevere aiuti straordinari da parte della Bm. E in 22 dei 78, oltre la metà della popolazione è in povertà assoluta, di fatto in situazioni di miseria e di fame. In questi 22 Paesi, il debito estero mediamente supera il 200 per cento dei proventi delle esportazioni di materie prime. L’anno passato, ben 415 miliardi sono stati sborsati per pagare gli interessi sul debito estero, due volte e mezza superiori a quanto pagato 10 anni fa e, quindi, sottratti alle spese sociali.
I Paesi dell’Africa sub-sahariana, ricchissimi di materie prime, sono soffocati da un debito che è un quarto di quello italiano. La regione conta un miliardo e trecento milioni di abitanti, ha un debito estero di 900 miliardi di dollari, pari al 164 per cento del valore delle esportazioni. Gli interessi debitori sono il 17 per cento del valore dell’export. Il debito è finito per il 40 per cento in mani private e per il 19 per cento in rapporti bilaterali, crediti concessi da banche private garantite dai rispettivi Stati. La Cina conta per il 10 per cento. Il resto del debito è detenuto da organismi internazionali come la Bm e il Fondo monetario internazionale.
Nella composizione del debito vi sono cambiamenti importanti che metteranno i Paesi Lmic in una posizione ancora più precaria. I creditori pubblici, principalmente i cosiddetti Stati avanzati, stanno riducendo la loro disponibilità a concedere crediti. Anzi, nel 2024 essi hanno ricevuto dai Paesi Lmic 8,8 miliardi di dollari in più rispetto a quanto da loro versato per nuovi finanziamenti.
Il libero mercato è intervenuto in modo massiccio, di fatto anticipando la diplomazia commerciale di Donald Trump. Oggi i creditori privati – per lo più fondi e altri investitori obbligazionari – rappresentano quasi il 60 per cento del debito pubblico a lungo termine e garantito dallo Stato delle economie in via di sviluppo. Il debito nei confronti dei creditori del Club di Parigi, che sono i supervisori storici del sistema globale di ristrutturazione del debito, ora è appena il 7 per cento.
Ciò significa che anche le eventuali future ristrutturazioni del debito passeranno dagli Stati ai creditori privati. Le parziali disponibilità degli Stati a prolungare le scadenze dei debiti, a mitigare i tassi d’interesse e perfino a cancellare parte del debito verranno così sempre meno. Le decisioni passano sempre più nelle mani del mercato libero, dei creditori anonimi, anche dei fondi speculativi. In breve, nelle mani del business senz’anima.
Nel 2024 gli investitori obbligazionari privati hanno immesso 80 miliardi in nuovi prestiti, più di quanti ne abbiano recuperati sotto forma di rimborsi del debito. Anche se ciò ha permesso ad alcuni Paesi di allentare la stretta finanziaria, il costo dei prestiti ottenuti è stato molto salato: un tasso d’interesse del 10 per cento, circa il doppio rispetto al tasso pre-2020. In gran parte, i nuovi crediti ottenuti sono stati usati per finanziare i deficit di bilancio e per rimborsare le obbligazioni in scadenza. In altre parole, molti soldi usciti da una tasca sono rientrati nell’altra.
Non per tutti i Paesi in via di sviluppo, tuttavia, è facile attingere ai mercati obbligazionari esteri. Molti si sono rivolti ai creditori nazionali. Tra gli 86 Paesi per i quali sono disponibili dati sul debito nazionale, circa 50 hanno visto il debito pubblico nazionale crescere più rapidamente di quello estero. L’indebitamento pubblico di questo tipo avviene solitamente a spese del settore privato, poiché le banche commerciali locali preferiscono acquistare titoli di Stato piuttosto che concedere prestiti alle imprese. Questo debito nazionale comporta anche scadenze più brevi e, quindi, rischi maggiori. Il prestito scaduto, inevitabilmente, dovrà essere rifinanziato a un tasso d’interesse più elevato.
Questi cambiamenti stanno mettendo in discussione anche il ruolo della Banca mondiale, in particolare se, dopo i tagli promessi da Donald Trump a tutte le organizzazioni internazionali multilaterali, Bm inclusa, altri Paesi dovessero seguirne le tracce. Non ci si dovrebbe stupire se i Paesi del Sud del mondo cercano alternative e nuove collaborazioni internazionali, con i Brics, per esempio.
Né deve sorprendere che tutti i Paesi del Sud del mondo sostengano con forza il ruolo delle Nazioni Unite come principale organismo del dialogo e delle regole internazionali per affrontare e superare le sfide epocali. Tra queste, ovviamente, la pace, il sottosviluppo, il debito, la fame nel mondo e l’ambiente.