Cose stranePerché le grandi serie tv sbagliano quasi sempre il finale

Da Lost a Stranger Things, perché chiudere una serie di successo è diventato il problema più difficile della tv

LaPresse

La cosa più spaventosa della quinta e ultima stagione di Stranger Things potrebbe non essere il Sottosopra, ma un finale deludente per pubblico e critica. Da quando Netflix ha pubblicato la prima tranche delle ultime puntate, i fan hanno rilanciato una raffica di teorie sull’episodio conclusivo del 31 dicembre, costringendo anche chi non ha alcun interesse per il destino di Undici, Mike, Will, Lucas, Dustin e Max a imbattersi in una di queste.

È bastata una foto di Hopper di nuovo in uniforme da sceriffo per far pensare che tutta la storia ambientata nella fittizia Hawkins, Indiana, non sarebbe altro che una campagna di Dungeons & Dragons. Un gigantesco gioco di ruolo immaginato da Mike, il ragazzo sensibile e metodico che tiene insieme il gruppo fin dall’inizio, che si chiuderebbe riportandoci al seminterrato della prima stagione. Altri prevedono la morte tragica di Will, il ragazzo rapito dal Sottosopra e ancora oggi il più vulnerabile ai suoi richiami, destinato a un sacrificio finale perché legato a quel mondo troppo profondamente per uscirne vivo.

Alcuni credono che Undici, la ragazza dotata di poteri psichici, cresciuta in un laboratorio segreto, perderà definitivamente le sue capacità per sigillare la frattura tra i due mondi. Mentre altri temono che Vecna, l’ex umano trasformato nel dominatore psichico del Sottosopra, capace di controllarne le creature come un burattinaio, potrebbe non essere sconfitto del tutto. Il solito epilogo scialbo che dilania gli appassionati e fa fatturare i produttori con sequel e spin off.

Si percepisce in ognuna di queste teorie il disagio sottile tipico delle serie tv che diventano fenomeni sociali. Non è semplice ansia da finale: è il presentimento che anni di coinvolgimento emotivo non trovino una chiusura all’altezza delle aspettative.

Far finire bene una grande serie tv è diventato l’atto creativo più difficile della televisione moderna. Bisogna resistere alle pressioni dei produttori ed evitare di inserire scene pensate solo per compiacere i fan; non vogliamo finali ambigui da registi neodiplomati in cui la linea è sottile, la posso intuire, ma neanche interminabili scene «lo dimo», in cui viene chiusa ogni singola pista narrativa per paura del vuoto. Non è facile, e infatti i finali deludenti sono stati tanti nella storia della televisione. 

Tutto è cominciato con Lost. Per anni la serie tv sui naufraghi dell’isola del Pacifico ha venduto l’illusione che ogni dettaglio (i numeri, la botola, la Dharma) facesse parte di un grande mistero logico. Invece abbiamo scoperto che era tutto una realtà alternativa. Uno spazio fuori dal tempo dove i personaggi, dopo essere morti in momenti diversi delle loro vite, accettano definitivamente il loro destino, prima di andare nell’aldilà. Aldiquà molti spettatori ci son rimasti malissimo. Cercavano risposte a un enigma e hanno assistito a una carrambata. 

Game of Thrones è invece l’esempio scolastico di come la ciliegina può far cadere tutta la torta. Per sette anni la serie ci ha insegnato che arrivare al potere non è semplice; ogni scelta ha un prezzo e richiede un lungo e tortuoso percorso. Ma George R. R. Martin non aveva (e non ha) ancora terminato la serie di libri da cui la serie era tratta, e i due showrunner, David Benioff e D.B. Weiss, avevano fretta di chiudere. Risultato? La trasformazione di Daenerys da regina liberatrice a tiranna crudele avrebbe potuto essere una tragedia shakesperiana e invece è diventato donna sull’orlo di una crisi di nervi. Un’accelerazione innaturale culminata dalla pugnalata di Jon Snow. La morte non ha avuto il tempo di diventare inevitabile: è accaduta e basta. Forse anche per questo non tutti ricordano chi è diventato il re del trono di Spade.

The Walking Dead è il sogno proibito di un produttore cinico: un finale che non chiude un bel niente e non spiega come l’umanità potrà davvero sopravvivere a un mondo di zombie. Il protagonista Rick braccato da un elicottero della CRM, l’organizzazione militare che lo ha sottratto alla sua famiglia, e il mondo lasciato in sospeso come se la storia dovesse riprendere la settimana successiva. Il numero di improperi degli spettatori è pari solo alla quantità di prequel, sequel e spin off successivi a questo scempio. 

Il finale di How I Met Your Mother è stato contestato soprattutto perché ha contraddetto la promessa narrativa costruita in nove anni. La serie aveva presentato l’incontro tra Ted e la madre dei suoi figli come il punto d’arrivo di un lunghissimo percorso. Nell’ultimo episodio, invece, la madre muore rapidamente e fuori scena, e il protagonista si mette con Robin, l’amica di sempre, come se tutto ciò che Ted avesse imparato e sofferto fosse un semplice preambolo. Anche se assomiglia a molte storie di provincia, più che triste, il finale è apparso scorretto.

Difficile capire davvero perché il finale di Seinfeld continui a essere così odiato negli Stati Uniti. In Italia per niente perché la conoscono pochissimi. La serie sul nulla che ha raccontato quattro adulti newyorchesi incapaci di crescere, decise di chiudere con un processo farsesco in cui tutti i personaggi incontrati negli anni tornavano a testimoniare contro la loro meschinità. Il verdetto: un anno di carcere. Una gran parte dei settantasei milioni di spettatori dell’ultimo episodio non capì il colpo di genio e si sentì preso in giro. Ma era quello l’obiettivo: una scelta volutamente assurda, coerente con ciò che Seinfeld era sempre stato. Ventisei anni dopo, una delle due menti di Seinfeld, Larry David, nel finale del suo Curb Your Enthusiasm ha ripreso più o meno la stessa situazione e l’ha ribaltata: stesso processo, ma questa volta niente condanna. Così si è evitato il solito sub-thread su Reddit, facendo contenti tutti. O quasi.

Esistono infine i finali bellissimi, formalmente perfetti, che però continuano a dividere il pubblico. I Soprano si chiudono con Tony seduto al ristorante Holsten’s, mentre la famiglia arriva uno alla volta. La campanella segnala l’ingresso di ogni nuovo cliente. Sappiamo che l’FBI lo sta stringendo, sappiamo che la guerra con i rivali non è davvero finita, e sappiamo che Tony vive ormai come un uomo che controlla compulsivamente ogni porta. Quando la campanella suona ancora e lui alza lo sguardo, nero totale senza musica e senza spiegazioni. È una delle invenzioni televisive più celebri del secolo, e una delle più fraintese: non mostra la morte di Tony, ma la possibilità costante della morte, il punto di vista di un uomo che non saprà mai da dove arriverà il colpo. Arrivati a questo punto, che muoia o meno è poco importante. 

Anche Mad Men ha fatto scuola. Dopo un decennio passato a fuggire da sé stesso tra campagne pubblicitarie geniali, alcol e identità rubate, Don Draper finisce in una comunità hippy in California, svuotato e alla ricerca di un appiglio. L’ultima inquadratura lo mostra seduto, immerso nella meditazione; poi il suo volto si distende in un sorriso. Poi, parte lo storico spot subito della Coca-Cola, il celebre «I’d like to buy the world a Coke», girato in Italia. Ci sono due letture ugualmente plausibili: Don ha accetato le sue moltitudini o ha semplicemente trovato la migliore idea di sempre. In ogni caso, un capolavoro.

C’è un motivo se la televisione e il cinema non sono la stessa cosa. La serialità televisiva è abitudine, anche nella sua forma più alta. I personaggi sono fatti per restare nelle nostre vite, facendoci compagnia. E pazienza se per tirare avanti Fonzie deve saltare sopra uno squalo pur di non uscire di scena.

Netflix ha complicato ancora di più le cose, puntando spesso più sull’atmosfera che sulla trama. Quando i Duffer Brothers proposero Stranger Things non avevano una storia chiusa, ma un mondo. Nel pitch ai produttori portarono un lookbook pieno di immagini anni Ottanta e tre linee narrative semplici: un laboratorio segreto che fa esperimenti illegali, un mistero sovrannaturale che sfugge al controllo, una cittadina americana apparentemente tranquilla in cui qualcosa non torna.

Tutto il resto è arrivato dopo: il Sottosopra, i demogorgoni, il Mind Flayer, Vecna. Nessuna di queste idee era prevista all’inizio e alcune linee narrative si sono perse per strada: la parentesi dei russi che torturano Hopper in Kamčatka, o il laboratorio sotterraneo scoperto da Joyce e Murray, così come la presenza stessa della CIA e del MKUltra, centrale nelle prime stagioni, è stata quasi assorbita dal mito più comodo del mostro finale.

Stagione dopo stagione, questa stratificazione rende quasi impossibile immaginare un finale capace di tenere insieme ogni riferimento senza rimanere intrappolato nella giungla delle teorie dei fan. Parte del problema è proprio il pubblico: produce così tante ipotesi, così dettagliate, che gli sceneggiatori finiscono per deviare pur di non sembrare imitatori ed essere accusati di plagio. Il risultato è spesso un’alternativa che scontenta tutti. È successo persino con Shrek 5, rinviato dopo che un utente su Reddit aveva indovinato in anticipo la trama ipotetica: figlia ribelle, padre protettivo, redenzione finale; in questo caso, non che ci volesse un genio. Per prevedere in anticipo il finale di Stranger Things bisognerà impegnarsi un po’ di più.

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