Piano con l’entusiasmo La lezione di Larry David e la fortuna di avere comici che non parlano ai bambini

Il finale della serie Hbo dimostra che l’autore di “Seinfeld” non si è piegato a un mondo in cui l’intrattenimento è sempre più a misura di ottenni. Proprio come Diego Abatantuono in “Lol”

AP/Lapresse

«Ho 76 anni: nella mia vita non ho mai imparato nessuna lezione». Lo dice Larry David, nella puntata finale di “Curb your enthusiasm”, a un bambino la cui mamma ciancia del momento importante in cui imparare una qualche lezione, e quelli di noi che già nel Novecento leggevano i giornali americani sanno di cosa stiamo parlando: di quando Larry David diventò Larry David, e lo diventò inventandosi un format che trasgrediva la regola principale della serialità televisiva. A fine puntata, si vantava allora l’autore, nessuno si abbraccia e nessuno ha imparato niente.

La più famosa serie televisiva che non avete mai sentito nominare è di quando le serie televisive si chiamavano telefilm e voi non le guardavate: in Italia quel telefilm lì lo mandava, sentite che cosa novecentesca vi dico, Telemontecarlo. Era quando in tv esistevano i prodotti a puntate, che adesso sembrano il vostro principale passatempo e sono invece completamente irrilevanti.

Il più famoso telefilm di fine Novecento s’intitolava “Seinfeld”, ovvero col cognome di uno dei suoi protagonisti, Jerry Seinfeld, comico di quelli che facevano i monologhi, quei monologhi (in neolingua: stand up) che sarebbero diventati di moda e di consumo di massa, come apparentemente è accaduto ai telefilm, nel secolo successivo. Jerry Seinfeld era uno dei due autori della serie cui dava il nome. L’altro si chiamava Larry David.

Quando la prima puntata di “Seinfeld” va in onda in America, a luglio dell’89, c’è ancora il muro di Berlino, ma la differenza più importante con l’oggi è: Larry David ha compiuto 42 anni da tre giorni, ed è un comico fallito. Ha provato di tutto, pure a fare l’autore al “Saturday Night Live”: gli bocciavano tutti gli sketch.

Per capire cosa intendo quando dico che una volta esisteva la tv: il finale di serie di “Seinfeld”, nel 1998, in America fece settantasei milioni di spettatori. Sì, era su una rete generalista, ma la serie più di successo e di lungo corso di una rete generalista americana oggi, “Grey’s Anatomy”, non arriva a quattro milioni di spettatori (erano 25 milioni nel 2006: era ancora un altro mondo, e voi ancora non avevate cominciato a guardare le serie televisive e a illudervi d’essere maggioranza).

Dunque Larry David è uno squattrinato quarantaduenne che s’inventa una serie in cui un suo amico, Jerry Seinfeld, fa sé stesso, e insieme a lui ci sono tre amici a uno dei quali, George Costanza, David presta le proprie idiosincrasie. Costanza è il personaggio che fa più ridere in “Seinfeld”, ma non fa ridere quanto farebbe se quell’incapacità di adeguarsi alle norme sociali ce l’avesse un anziano fantastiliardario.

Lo squattrinato quarantaduenne, grazie ai meccanismi della syndication, diventa presto assai ricco: superate le cento puntate, le serie delle tv generaliste venivano vendute alle reti locali, e solo quei diritti portavano a Larry David in un anno qualcosa come duecento milioni di dollari (se vi eravate chiesti come mai praticamente nessuno degli attori di “Friends” avesse più lavorato: non hanno bisogno di pagare il mutuo; se vi eravate chiesti come mai gli scioperi di attori e sceneggiatori dopo il cambio di ordini di grandezza dei guadagni con l’arrivo delle piattaforme: è sempre difficile accettare la fine delle vacche grasse).

Al settimo anno LD molla “Seinfeld”, tornerà solo per scrivere la puntata finale. Finale che, nella smania tassonomica degli americani, viene da ventisei anni indicata come la puntata più orrenda e inadeguata della storia della televisione (ma comunque: settantasei milioni di spettatori).

Nel 2000 Larry David, pieno di soldi e forse annoiato dal giocare a golf tutto il giorno, capisce dove sta andando il mondo: in una direzione in cui non vuole solo l’io narrante, vuole l’io-proprio-io. E se le sue idiosincrasie non fossero state di George Costanza ma sue? Nasce “Curb your enthusiasm”, che già dal titolo, piano con l’entusiasmo, spiega quel che è.

Un’interessante analisi del New York Times Magazine, pubblicata in occasione della fine della serie, dice che il tema è il bon ton. Che d’altra parte era già il tema di “Seinfeld”, le cui norme sociali allora nuove ora sembrano antichissime: è scortese chiamare l’amica col padre all’ospedale dal cellulare mentre sei per strada, le stai dicendo che il tempo che trascorri a casa è troppo prezioso per farle una vera telefonata.

Chissà se tra ventisei anni Larry David e io riterremo superati alcuni dei tic sociali ora nuovi e intollerabili. In un’eroica scena d’una puntata di “Curb” del 2007, un amico settantenne gli dice che è morto suo padre, è morta sua madre, e insomma ora è un orfano. «Sei troppo vecchio per essere un orfano», lo liquida Larry tornando poi a occuparsi del vero dramma in corso: quando mangi un cono a un certo punto il gelato inizia a colare. Noialtri circondati da sessantenni e settantenni che c’intrattengono con la morte dei genitori abbiamo in questi anni guardato a Larry come a ciò che saremmo voluti essere: abbastanza ricchi da dire ma finiscila, aveva centocinque anni, ora dovremo mica piangere la morte in culla della tua mammina cara.

La fine della serie, trasmessa in America da Hbo domenica (non so se si vedrà mai qui: per ragioni misteriosissime, su Sky ci sono solo le prime cinque stagioni), è la fine della dodicesima stagione, giacché Larry David è un miliardario che gioca a golf (meno miliardario da quando ha divorziato, dice lui, ma insomma sempre non uno col problema del mutuo), e mica sempre ha voglia di lavorare, e in ventiquattr’anni ha fatto sé stesso sullo schermo per sole dodici stagioni.

Nei giorni scorsi su Twitter (o come si chiama ora) c’era una polemica su una vecchia puntata (del 2011) in cui Larry David e il suo agente andavano a mangiare il pollo palestinese, fantasticavano di scoparsi una palestinese che sicuramente li odiava in quanto ebrei, ritenevano che la bontà di quel pollo potesse sanare ogni conflitto geopolitico. Il dettaglio interessante è che chi lo difendeva diceva ma certo, Larry e il suo agente dicono sempre le cose sbagliate, sono goffi, orrendi, è proprio il punto della comicità.

In questa analisi la moglie dell’agente è il superio che li riconduce a più miti consigli, ma ovviamente l’analisi è sbagliata: la moglie dell’agente è un’insopportabile petulante (cioè: una figura fissa delle commedie ebraiche); il protagonista di “Curb your enthusiasm”, invece, è la realizzazione del sogno d’ogni sociopatico: essere abbastanza ricco da potersi comportare malissimo.

Poi certo, deve fare ridere e quindi i comportamenti socialmente sanzionati sono perlopiù equivoci – e anche questo c’era già in “Seinfeld”: Jerry che si gratta la guancia destra mentre sta guidando la macchina, e l’automobilista alla sua sinistra orripilata perché pensa che si stia scaccolando. Noialtri gente orribile, ci diceva “Seinfeld” e ci diceva “Curb”, non veniamo mai condannati per le orribilità vere ma sempre per quelle proiettate dagli osservatori.

Il mondo, temo, si divide in chi ritiene il Larry David sullo schermo una cautionary tale e noialtri sociopatici che ci rispecchiamo gongolanti pur avendo meno aerei privati. Un aereo privato era la causa dei guai nel finale da tutti detestato di “Seinfeld”. Era in prestito dalla Nbc che aveva infine scritturato Jerry. Era il 1998, e il vero Jerry Seinfeld probabilmente non prendeva un volo di linea già da qualche anno, ma il suo io narrante era ancora un tizio normale che viveva in un appartamentino, mica un padrone dell’universo, e quindi l’aereo era un lusso in prestito.

Nel finale di “Curb your enthusiasm” Larry David ha rifatto, come in quello di “Seinfeld”, il processo che permette il ritorno di tutti i caratteristi delle stagioni trascorse. Ventisei anni fa aspettavamo solo il ritorno del nazista delle zuppe – personaggio strepitoso che da solo meriterebbe che andaste su Netflix a recuperare “Seinfeld”; oggi, che Larry è sé stesso, cioè un miliardario fastidioso, la migliore apparizione è quella del proprietario del circolo del golf che lo detesta.

Quando il processo in provincia – che è il modo di Larry David di dire «quel finale è sempre stato giusto, è il pubblico che non ha mai capito un cazzo» – finisce, i personaggi fissi di “Curb” tornano a casa viaggiando su un volo Delta. In prima classe, ma di linea, perché sono passate ere geologiche nella percezione delle classi sociali, e i ricchi non puoi più rappresentarli davvero ricchi senza alienarti il pubblico che è abituato ai finti ricchi che taggano lo sponsor che gli elemosina i lussi.

E, ventisei anni dopo, il miliardario Larry David gioca con la regola Katharine Hepburn («Falla come me, ma a tre quarti falla ammorbidire») e mette sotto processo il suo io narrante per essere stato troppo umano ed empatico, e aver violato una legge assurda per cui non puoi dar da bere agli assetati se quegli assetati sono in fila per il seggio elettorale.

Ovviamente il Larry della finzione l’ha fatto per caso, mica per protesta civile, ma per qualche puntata tutti lo prendono per uno dei buoni e persino Bruce Springsteen vuole conoscerlo. Ventisei anni prima, i quattro di “Seinfeld” venivano processati per quello che allora era un assurdo e oggi è la norma sociale: erano soliti ridere degli altri, e ridere di qualcuno era percepito un crimine nella finzione narrativa allora come lo è nella realtà oggi.

In un finale intitolato “No lessons learned”, Larry David mostra d’avere, tra i cinquanta e i settantasei anni, imparato la lezione fondamentale: fingi di dare al pubblico quel che crede di volere; poi, tra qualche decennio, capiranno.

Per quei quattro che volessero provare a capire un po’ prima, è interessante interrogarsi sui giornali americani pieni di dibattito culturale su una serie che fa un misero milione di spettatori (come d’altra parte sempre accade ai prodotti Hbo: dibattito culturale pieno, auditel vuota).

Ha senso occuparsi di “Curb your enthusiasm” nel decennio di “Lol”? Forse sì. Forse il programma più brutto del mondo assume un senso solo quando arriva un Diego Abatantuono che liquida una gag altrui con la più abrasiva delle verità: vedrai come piace ai bambini, questa.

In un mondo in cui l’intrattenimento è sempre più a misura di ottenni che devono, come quel bambino in “Curb”, imparare lezioni, ma che soprattutto si divertono in modi non esattamente sofisticati, forse non solo ha senso occuparsi di “Curb”, ma anche ringraziare il cielo che esistano i Larry David e i Diego Abatantuono. E chi ha visto Abatantuono non alzarsi mai dal tavolo di “Lol”, non sbattersi neanche il minimo, non ritenere di doversi mettere a livello degli scarsi e far ridere gli ottenni, sa che nessuno incarna meglio l’istanza «piano con l’entusiasmo» di lui.

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