
Questo è un articolo de Linkiesta Magazine 03/25 – Senza alternativa. Si può acquistare qui.
Scalzato il governo Craxi I dal terzo gradino del podio degli esecutivi più longevi della storia repubblicana, Giorgia Meloni ha ottime possibilità di superare anche il governo Berlusconi II e raggiungere, nel settembre 2026, l’assoluto e insuperabile record di durata: dal primo all’ultimo giorno della legislatura. Che la stabilità politica di un Paese si misuri dai tempi di permanenza in carica di una compagine ministeriale è uno dei tanti equivoci in cui, da più di un quarto di secolo, incorre il dibattito sulle riforme, che è fatalmente sfociato nell’equivoco del cosiddetto premierato, cioè l’ibridazione mostruosa del potere esecutivo con quello legislativo, priva dei contrappesi istituzionali dei sistemi presidenziali.
Che la durata degli esecutivi e la loro investitura diretta da parte degli elettori non abbia niente a che fare con l’efficienza del loro operato è stato dimostrato proprio da quello che, al momento, è il secondo dei governi più longevi, il Berlusconi IV, rimasto in carica per milleduecentoottantasette giorni, dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011.
Protetto dal Porcellum, e quindi assistito da una maggioranza parlamentare blindata, si trascinò per tre quarti di legislatura in una condizione di totale impotenza e irrisolutezza, portando l’Italia a un passo dal default. Se non bastasse, per smentire le virtù taumaturgiche dell’accresciuta speranza di vita degli esecutivi, si potrebbe dare un’occhiata anche ai governi delle regioni, che sono stabili ai limiti dell’inamovibilità e dell’autoperpetuazione e che, pure, sono i più disfunzionali e fallimentari sul piano dei risultati.
La resistenza di Meloni alla prova del tempo, malgrado un bilancio tutt’altro che entusiasmante, è per la leader di Fratelli d’Italia un successo politico. Per quanto la crisi della democrazia italiana sia certificata proprio dal trade-off tra indici di consenso e indici di risultato, bisogna riconoscere che la presidente del Consiglio è l’unica leader europea uscita rafforzata dalla sfida con il governo.
A determinare questo risultato è lo spirito del tempo, che in tutto l’Occidente premia opzioni politiche fondate sul rifiuto di tutte le conseguenze, poco importa se positive o negative, dei processi di integrazione internazionale sul corpo sociale dei Paesi avanzati, ma demograficamente ed economicamente declinanti e psicologicamente prigionieri della sindrome dell’assedio.
Meloni e il centro-destra, dal 2022 a oggi, sono cresciuti nelle urne e nei sondaggi per ragioni non troppo dissimili da quelle per cui l’uomo che ha rovinato il Regno Unito, Nigel Farage, promettendo che con la Brexit si sarebbe ripristinata l’antica grandezza imperiale, oggi appare alla maggioranza dei britannici il candidato migliore per rispondere a tutti i disastri che la Brexit, cioè lui stesso, ha procurato.
Il processo di istituzionalizzazione di Meloni, al di là degli elementi stilistici, ha coinciso con l’indubbia capacità di coniugare l’immobilismo politico e l’oltranzismo ideologico, e di dissimulare scelte di governo obbligate e mainstream (a partire dalla famigerata austerità finanziaria) dietro la maschera di retoriche combattenti e incendiarie contro lo status quo ante.
L’istituzionalizzazione di Meloni vista da fuori è moderazione, ma vista dall’interno è doppiezza: quella che, ad esempio, le consente di essere la riconosciuta leader anti-tasse pur continuando ad aumentare la pressione fiscale; o di essere riconosciuta un interlocutore affidabile a Bruxelles pur continuando a imbracciare in patria la retorica contro l’Europa della burocrazia e delle banche, dopo avere peraltro messo le mani sui principali gangli del sistema burocratico e bancario nazionale.
Visto che i processi democratici in Occidente fotografano l’alienazione politica di elettorati che non vogliono essere soddisfatti nei propri diritti e interessi, ma legittimati nei propri odi e disgusti, Meloni può continuare a proporsi come una credibile leader della fermezza anti-migratoria pur non avendo ottenuto alcun risultato significativo.
Perché quel che conta è che continui a militare rumorosamente contro la «sostituzione etnica», come ai tempi in cui prometteva blocchi navali e deportazioni di massa, che sapeva perfettamente non avrebbe potuto realizzare. Non importa che non rimpatri più irregolari di quanto facesse la sinistra, l’importante è che scarichi la responsabilità del fallimento sul boicottaggio dei nemici.
Quanti meriti, o per meglio dire demeriti, ha l’opposizione del campo largo e la strategia testardamente unitaria di Elly Schlein in questa rendita di cui continua a giovarsi Giorgia Meloni? Molti e notevolissimi.
La scelta dell’occupato Pd è stata quella di rappattumare in un unico contenitore chiunque non stesse, o non volesse stare, con la coalizione meloniana e di ispirare la propria alternativa politica a un programma populista uguale e contrario a quello della destra, con l’ulteriore complicazione dell’aggiunta dei Cinquestelle di Giuseppe Conte, che rappresentano un populismo di grado zero, ideologicamente indifferenziato e politicamente fungibile per qualunque avventura, purché ispirata al voto contro.
La scelta di vendere l’anima al diavolo trasformista post-grillino, oltre che di stare a rimorchio delle componenti anti-riformiste e vetero-antagoniste dell’Alleanza Verdi-Sinistra, non sembra avere reso la coalizione più competitiva elettoralmente. Inoltre, la scelta di incarnare la dialettica «populismo di sinistra» contro «populismo di destra» si è rivelata assai poco lungimirante perché, per le ragioni che dicevamo, il populismo globale si accomoda molto più volentieri a destra dello schieramento politico, trainato da istanze preminentemente etno-nazionaliste.
L’identitarismo di sinistra (un po’ di woke, di anticolonialismo nostalgico, di classismo snob da ceto medio riflessivo, di giustizialismo moralista e di sindacalismo anacronistico molto anni Settanta), oltre a essere del tutto sganciato dalle ragioni di crisi e dalle possibili soluzioni dei problemi economici e civili dell’Italia, è strutturalmente minoritario in opinioni pubbliche populisticamente molto più mobilitabili da istanze difensive, di chiusura e di autoprotezione contro pericoli percepiti come esterni (le dinamiche demografiche, i processi di integrazione internazionale, la globalizzazione economica) e raffigurati come eresie progressiste antipatriottiche, dall’America di Donald Trump alla Russia di Vladimir Putin, passando per gli altri protagonisti dell’internazionale sovranista.
Il Pd ha fatto tre errori di fondo. Ha costruito una coalizione che, sul piano dei numeri, non ha al momento, salvo sorprese, alcuna possibilità di vincere. Ha scelto un terreno di scontro populista in cui la destra, non solo in Italia ma in tutto il mondo, ha un vantaggio competitivo. Non si è neppure posto il problema di cosa ne sarebbe dell’Italia se a governare andasse la sinistra campo-larghista: niente di diverso e migliore di quel che ne è oggi sotto il tacco dello stivalone post-fascista di Fratelli d’Italia e neo-fascista della Lega.
Per quanto suoni minoritario, le ragioni dell’alternativa sono coltivate più da chi, per usare uno stilema pannelliano, sta sia all’opposizione di questo governo sia all’opposizione di questa opposizione, contestando una scelta che non serve a battere la destra e che, se pure per miracolo a questo servisse, di certo non servirebbe a raddrizzare la rotta di un Paese che, dilaniandosi e divorandosi in questa guerra civile fredda, continua ad andare alla deriva.
L’isolatissima ma non imbelle opposizione interna del Pd, la casa riformista dai confini politico-programmatici indistinti promossa dal mondo renziano e dal nucleo terzopolista di Azione – l’unico al momento fuori dai raggruppamenti del bipopulismo – rappresenta tentativi diversi (e non comunicanti) di porre un problema che nessuno sa ancora risolvere, ma che quasi tutti nel campo largo non ritengono neppure un problema: quello di un populismo di sinistra che è la copia brutta e perdente del populismo di destra, e che smentisce tutto quello che il Pd ha provato, e a volte è riuscito, a fare da adulto nella stanza, nelle fasi più delicate della storia recente, dal governo Monti al governo Draghi, e che oggi ritiene di dovere rinnegare per non sembrare tecnocratico ed elitario. Intanto – a proposito di sentimenti di massa – un italiano su due non va più a votare.
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