“Cercasi consulente di etica digitale”, “Assumiamo progettisti decisionali”, “Cerchiamo responsabili di sviluppo dell’intelligenza artificiale. Gli annunci di lavoro sono cambiati molto negli ultimi due o tre anni. La diffusione di software come i modelli linguistici di grandi dimensioni (large language models, LLM), generatori di immagini e video, o simili, stanno trasformando il mondo del lavoro. Nel 2025 è diventato famoso un annuncio di OpenAI, l’azienda produttrice di ChatGpt, che cercava un “killswitch engineer”, cioè una persona in servizio nella stanza dei server, pronta a staccarli «se questa cosa si rivolta contro di noi», come recitava letteralmente il messaggio. Capacità richieste, tra le altre cose: «Gettare un secchio d’acqua sui server. Per ogni evenienza».
I nomi dei nuovi lavori potrebbero sembrare futuristici, e per ora lo sono, in un certo senso. Molti di questi incarichi si concentra sulla collaborazione uomo-macchina e combina competenze sui sistemi di apprendimento automatico con psicologia, progettazione logistica e gestione dei flussi di lavoro. «Nonostante i diffusi timori di perdita di posti di lavoro a causa dell’ascesa degli agenti basati sull’intelligenza artificiale, non è tutto perduto», scrive l’Economist. «La tecnologia sta già creando domanda di nuovi ruoli: formare gli agenti, integrarli nelle organizzazioni e garantire il loro comportamento corretto. Molti di questi lavori, inoltre, richiedono competenze prettamente umane». L’ultimo non è un dettaglio marginale, anche se può sembrare paradossale: più le macchine imparano, si perfezionano e migliorano, più sarà necessario avere una figura umana da affiancare. E queste figure sono sempre più richieste, con incarichi di grande responsabilità. Ecco perché l’intelligenza artificiale non sarà solo causa di tagli ai posti di lavoro – in parte ci sarà, e colpirà i lavori aziendali meno specializzati e più ripetitivi.
L’Economist fa un esempio molto specifico che spiega bene la trasformazione in corso. Chi raccoglie dati legati all’intelligenza artificiale non può più essere un semplice impiegato, magari un precario o sottopagato, per classificare le informazioni che passano su uno schermo. «Con il progresso dell’intelligenza artificiale, esperti in materie come finanza, diritto e medicina sono stati sempre più spesso arruolati per aiutare ad addestrare i modelli», si legge nell’articolo. La startup Mercor ha creato una piattaforma specifica per assumere esperti che diano una mano a costruire e programamre i bot. L’amministratore delegato ha dichiarato pubblicamente che queste persone guadagnano in media 90 dollari l’ora.
Con la proliferazione di software di intelligenza artificiale, le aziende che li programmano devono comprendere bene gli ambiti in cui operano i loro prodotti. È qui che diventa cruciale l’interazione con l’uomo, quindi con delle professionalità specifiche di cui non si potrà fare a meno. Un’azienda che sviluppa un agente di assistenza clienti, ad esempio, deve capire perché un cliente frustrato chiami il centralino solo per inveire contro un essere umano: avrà bisogno di una figura in grado di esplorare la psiche umana e trovare delle spiegazioni, un lavoro ancora inaccessibile per un bot.
Per la maggior parte delle aziende, capire come le persone e l’intelligenza artificiale dovrebbero collaborare è una sfida epocale. E le figure più richieste saranno quelle in grado di comprendere e dialogare con gli esseri umani. «La chiave è progettare tenendo conto di entrambi, umani e macchine», scriveva Business Insider in un articolo di inizio dicembre. «Si tratta di vedere l’IA come un compagno di squadra e un collaboratore. È potente, ma ha bisogno di essere indirizzata».
Negli ultimi anni si è parlato dell’adozione dell’intelligenza artificiale principalmente aggiungendo strumenti ai ruoli giàesistenti o ampliando le attività già svolte dai dipendenti. Quindi le posizioni lavorative che si aprivano erano semplicemente riprogettazioni di ruoli ingegneristici o comunque tecnici. Poi i software hanno fatto un salto di scala e siamo andati oltre l’adattamento dell’intelligenza artificiale ai ruoli esistenti: ora vediamo aziende che stanno sviluppando l’intelligenza artificiale in maniera sempre più peculiare e adatta ai loro scopi, qualunque essi siano. È così che nascono le nuove professioni di dialogo con l’IA. Prendiamo, ad esempio, il ruolo di progettista di decisioni in ambito di intelligenza artificiale.
Man mano che le aziende si sentiranno più a loro agio nel lasciare che l’intelligenza artificiale prenda decisioni importanti – si pensi ad esempio all’approvazione di un prestito a un privato – avranno bisogno di qualcuno che definisca il modo in cui queste decisioni vengono prese. Fin qui sono stati sempre data scientist e ingegneri a occuparsi di queste cose, e lo facevano come parte integrante della costruzione dei sistemi di intelligenza artificiale. Ma nel prossimo futuro sarà necessario che qualcuno faccia da filtro tra gli algoritmi e l’output finale, qualcuno con conoscenze più specifiche, più umane, più pratiche. È qui che entra in gioco il progettista decisionale dell’intelligenza artificiale: una figura capace di creare i framework e si fa carico della responsabilità delle decisioni del software man mano che l’automazione si diffonde e si specializza. «Questo tipo di incarico richiede che sia l’uomo la figura centrale e protagonista, non la macchina», spiega Business Insider.
Un altro lavoro emergente è quello di chi si deve assicurare che l’intelligenza artificiale sia in linea con i valori e gli obiettivi aziendali. Questo è l’AI Experience Officer (o responsabile dell’esperienza con l’intelligenza artificiale). È una posizione manageriale focalizzata sulla strategia di IA. A differenza del responsabile dell’intelligenza artificiale – che tende a concentrarsi sullo sviluppo, la governance e l’implementazione del prodotto – l’AI Experience Officer è direttamente responsabile di come l’intelligenza artificiale si percepisce e si comporta nel contesto umano. Quindi deve rispondere alla domanda: “Come convivono e lavorano i dipendenti con l’intelligenza artificiale?”.
Le aziende avranno anche bisogno di lavoratori concentrati sulla creazione di quadri etici per l’intelligenza artificiale e sulla definizione di limiti. Non è un compito da poco. Costruire un’intelligenza artificiale etica è un lavoro difficile e i consulenti per l’etica digitale diventeranno figure sempre più comuni. «Queste figure professionali svilupperanno sistemi di sicurezza per l’intelligenza artificiale e la robotica, con sufficienti punti di controllo e feedback per individuare tempestivamente eventuali problemi. Avranno inoltre la responsabilità di rimanere al passo con gli standard di settore e i requisiti normativi», spiega ancora Business Insider.
Gli esempi sono ancora molti, si sta già sviluppando una letteratura scientifica che preconizza la nascita di diverse figure professionali – più o meno tecniche, più o meno umanistiche – con il compito mediare il rapporto tra l’intelligenza artificiale e il lavoro quotidiano di un’azienda. All’orizzonte, allora, non ci sono solo tagli e licenziamenti, o lavoratori sostituiti da macchine, come in un romanzo distopico del Novecento. L’intelligenza artificiale arriverà nella quotidianità aziendale e porterà grandi cambiamenti, ma avrà sempre bisogno del lavoro umano a guidarla.