Cosa succederà alle ragazzeA Meloni e Schlein non fa comodo questa legge elettorale (ma a tutti gli altri sì)

Nella maggioranza e nell’opposizione c'è chi vuole lasciare tutto così com’è per evitare che i destini e il governo del Paese siano decisi da un fotofinish tra la presidente del Consiglio e la segretaria del Pd

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Il paradosso di Elly Schlein è che, se avesse davvero ragione lei – se cioè il Partito democratico valesse in realtà già più del ventiquattro per cento, e quindi il centrosinistra allargato fosse non competitivo ma addirittura favorito in vista delle elezioni politiche del 2027 – questa eventuale vittoria elettorale di misura potrebbe segnare la fine della sua avventura politica. Una fine neanche tanto gloriosa. Per il motivo banale che lo scenario di stallo parlamentare che si profilerebbe, a sistema elettorale invariato, porterebbe quasi inevitabilmente a lunghe trattative, soluzioni trasversali, magari larghe maggioranze, non sia mai addirittura un altro dei famigerati governi tecnici.

È ragionevole immaginare che la segretaria del Pd, la leader nata alla politica con OccupyPd, non si infilerebbe neanche in un tunnel del genere. Non farebbe mai il bis di Bersani-Letta del 2013. Lascerebbe ad altri, prima di tradire sé stessa fino a questo punto.

Questa cosa della convenienza del Pd a cambiare le regole elettorali la dicono da destra i sostenitori di Giorgia Meloni, ma non per questo è meno vera. È chiaro che almeno fino al referendum sulla giustizia, quindi per i prossimi quattro mesi, non troverete dirigenti del Pd disposti a discutere e a ipotizzare soluzioni di compromesso. La linea, condivisa, è: alziamo un muro contro i tentativi autoritari della destra che cerca di cambiare le regole del gioco a proprio favore.

Tutto comprensibile, tutto giusto. A Meloni spetta il vantaggio ma anche l’onere di fare la prima mossa, dunque ha senso farle pagare il prezzo più alto possibile. Denunciare ad alta voce le sue forzature, figlie anche di una prestazione governativa non esaltante. E intanto, a voce più bassa, andare a vedere di che cosa si tratta.

Se e quando dovesse cadere il nyet politico, avvicinare le posizioni potrebbe risultare abbastanza facile. Succederebbe tra l’estate e l’autunno prossimi. Il centrodestra vuole un sistema proporzionale senza più collegi ma con un premio di maggioranza che assicuri il sessanta per cento dei seggi a chi arriva primo oltre il quaranta per cento?

Credibilmente non ci si potrebbe accordare su formule del tutto diverse, però la soglia potrebbe salire fino al quarantadue per cento, e il premio fermarsi al cinquantacinque per cento dei seggi, seguendo del resto indicazioni già date dalla Corte costituzionale. Senza indicazione del premier sulle schede (che non piace neanche agli alleati di Meloni e soprattutto non sarebbe accettato né dal Quirinale né dalla Corte), e con una soglia minima di ammissione al parlamento al quattro per cento per chi si chiama fuori dalle coalizioni.

Questo nel caso che si voglia trovare un accordo. Ma sappiamo che l’anno che verrà vedrà la maggioranza di governo molto più sbilanciata a destra di quanto sia stata fino a qui, alla caccia del consenso dei suoi. 

E allora al Pd potrebbero anche decidere che in un simile clima il compromesso non sia praticabile, dunque di far fare la riforma elettorale solo al centrodestra, per crocifiggerli sul piano della propaganda e poi approfittare delle nuove regole. In effetti, questo sembra un percorso più congeniale al tipo di opposizione che il centrosinistra sta conducendo e al clima che avremo in Italia nei mesi prossimi. Però contiene qualche rischio serio.

Il primo: che una riforma fatta solo dal centrodestra, magari sulle ali della vittoria nel referendum sulla giustizia, possa contenere meccanismi di personalizzazione che regalino un chiaro vantaggio a Meloni su Schlein.

Il secondo: che il cantiere della riforma elettorale possa diventare il teatro di smarcamenti all’interno del centrosinistra, di cui già si coglie qualche segnale, col Movimento 5 stelle che gioca una partita di pragmatismo (come fa sui temi della sicurezza e dell’immigrazione) per far risaltare la scarsa vocazione di governo della segretaria del Pd.

C’è infine uno scenario ulteriore, che arruolerebbe diversi sostenitori in tutti i campi. Cioè, lasciare la legge elettorale così com’è. Paradossalmente, l’incapacità dei due poli di mettersi d’accordo su una riforma darebbe sollievo a tutte le formazioni minori (che nelle trattative sui collegi trovano certezze che altrimenti non avrebbero), ai partiti attualmente non coalizzati (che puntano tutto su un esito di parità, nel quale fare da ago della bilancia) e in generale a tutti coloro che preferirebbero sottrarre i destini e il governo del Paese a un fotofinish tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, con l’inconfessabile preferenza per uno di quei famosi o famigerati esecutivi tecnici di cui l’Italia detiene il copyright internazionale.

Da costoro si devono guardare soprattutto le due leader, dentro le rispettive coalizioni e perfino (Schlein) dentro il proprio partito. Anche per questo, per evitare sorprese scaturite dall’ombra, potrebbe alla fine risultare più conveniente aprire una discussione esplicita e dichiarata sulla legge elettorale. Non oggi, si capisce, e neanche domani. Ma dopodomani di sicuro.

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