Decentramento urbanoRidare potere ai municipi è l’unica risposta credibile alla sfiducia civica

I cittadini chiedono risposte al Comune, ma le decisioni restano centralizzate e spesso emergenziali. Senza ascolto dei quartieri e senza responsabilità condivise, la domanda di sicurezza resta inevasa

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Tutti gli osservatori esprimono preoccupazione per la scarsa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Chi dà le responsabilità a una diminuita credibilità della politica (da Tangentopoli in poi), chi alla sottrazione della possibilità di scegliere e incidere (vedi leggi elettorali con candidature decise dalle segreterie dei partiti), chi al depauperamento della società (gli ultimi, in condizioni ai limiti della sopravvivenza, hanno altro a cui pensare rispetto al voto…). Solo i partiti non se ne preoccupano, tanto che contano i voti in percentuali (sempre in aumento) e non in voti assoluti (spesso in diminuzione). Quasi che la diminuzione dei votanti (ormai a meno del cinquanta per cento dell’elettorato) renda più premiante il proprio zoccolo duro di fedelissimi (o di quelli che votano «turandosi il naso», come sentenziò Indro Montanelli).

Il distacco dalla partecipazione alla vita pubblica, però, non si coglie solo nell’astensione dal voto. Lo si vede, per esempio, nella crisi di ruolo e di senso del decentramento, a Milano ma non solo. Da quando Giuseppe Dossetti, nel suo programma da sindaco a Bologna (sconfitto da Giuseppe Dozza nel millenovecentocinquantasei), introdusse i consigli di quartiere, poi realizzati da Dozza anche con il suo voto, il tema del decentramento nelle città ha sfondato. Tuttavia, la sua attuazione non ha dato i risultati di partecipazione che ci si attendeva. È stato, ancora una volta, un problema di volontà politica.

Si è costruito un insieme di statuti e regolamenti sul modello parlamentare, ma non si è decentrato nessun potere, né si è data la parola e l’ascolto ai territori. Addirittura siamo arrivati al paradosso che, a Milano, i presidenti di zona dei primi anni Settanta, nominati dal sindaco e non eletti, con il coinvolgimento di tutto l’arco costituzionale, contavano più degli attuali presidenti di municipio eletti direttamente.

In una Milano in grande trasformazione, con case, scuole e strade da costruire, il sindaco ascoltava quasi settimanalmente i presidenti di zona, i quali erano lì grazie a un fenomeno partecipativo consistente nei comitati dei quartieri.

La politica deve decidere cosa fare dei municipi. O una parte almeno della gestione cittadina viene effettivamente delegata a essi, oppure il rischio è che si trasformino in una sorta di sportello dei reclami. Questo potrebbe risultare utile, ma solo se i reclami vengono raccolti ed elaborati, se si cerca una soluzione comune e se vi è la certezza di un ascolto serio da parte del sindaco e dell’amministrazione.

Oggi questa volontà politica non si vede, né da parte del sindaco né da parte degli assessori, che non intendono delegare nulla delle proprie competenze. Ci si è dimenticati che la democrazia è potere al popolo, nel senso che parte dalla partecipazione popolare di base e sale fino agli organismi delegati; non è un potere che dall’alto distribuisce deleghe e scende verso organismi inferiori.

In altre realtà, come Udine, si è cercato di innovare sviluppando la partecipazione attraverso consigli di quartiere a cui partecipano associazioni territoriali, parrocchie, enti del terzo settore e delegati dei cittadini. Non si tratta, dunque, di parlamentini in sedicesimo, ma di effettivi momenti di dialogo con il territorio e di partecipazione. In questo quadro si inserisce anche il tema della sicurezza. L’assessora competente non ha solo la delega al decentramento, ma anche quella alla polizia municipale e alla sicurezza partecipata.

Si tratta di un problema di grande attualità, non solo perché le forze politiche sollevano spesso il tema della sicurezza, ma soprattutto perché è molto sentito dai cittadini. A confermarlo non sono tanto le notizie di cronaca, che tendono a enfatizzare ogni singolo evento, quanto le ricerche in materia.

Nel rapporto del Censis, pubblicato il cinque dicembre 2025, Milano risulta al primo posto nella classifica del rapporto reati-abitanti, con duecentoventiseimila ottocentosessanta reati nel 2024 e un rapporto di sessantanove virgola nove reati ogni mille abitanti. È vero che Milano non è fatta solo dai suoi residenti, ma resta una notizia tutt’altro che rassicurante.

Le violenze sessuali sono in aumento, quasi del settanta per cento dal 2019 al 2024. Colpisce anche che, secondo la ricerca del Censis, i giovani tra i diciotto e i trentaquattro anni considerino pericoloso girare per strada la sera e che almeno uno su due abbia rinunciato almeno una volta a uscire per paura che gli potesse succedere qualcosa. Per questo non bisognerebbe ragionare solo sui maranza e sulle gang giovanili, ma sulla maggioranza dei giovani che ne sono anch’essi vittime.

Resta allora la domanda su come affrontare la richiesta di sicurezza dei cittadini. Sul piano politico ci troviamo davanti a un paradosso apparentemente irrisolvibile: la competenza dell’ordine pubblico spetta alle forze dell’ordine, coordinate da questore e prefetto, ma agli occhi dell’opinione pubblica è il Comune il primo responsabile della sicurezza.

Le richieste di aumentare la presenza delle forze dell’ordine o di impiegare l’esercito non risolvono il problema in un contesto di risorse limitate, perché si configurano come risposte emergenziali e non continuative. Durante il periodo del Covid, le prefetture avevano colto la possibilità di utilizzare risorse private che, pur non potendo occuparsi di ordine pubblico, svolgevano una funzione deterrente a difesa del patrimonio. Davanti alle file e all’obbligo di mascherina per entrare nei supermercati, fu imposto l’utilizzo di sorveglianti privati per regolare l’affluenza.

È indispensabile che i cittadini siano coinvolti e ascoltati, non solo nella richiesta di maggiore vigilanza, ma anche nell’impegno diretto a favore del bene pubblico. Da qui l’occasione per i municipi di darsi un ruolo senza attendere deleghe dall’alto.

Ogni municipio potrebbe dotarsi di una Consulta per la sicurezza e la coesione sociale, in cui siano presenti associazioni, realtà territoriali e singoli cittadini e che, periodicamente, coinvolga su questioni specifiche la polizia locale, le forze dell’ordine, i carabinieri, Amsa e MM, per attivarsi concretamente nella soluzione dei problemi.

In questo modo i municipi potrebbero farsi carico in modo serio delle richieste dei cittadini, aumentare utilità e credibilità e avviare quel percorso partecipativo di cui l’amministrazione milanese ha un forte bisogno.

Manca meno di un anno e mezzo al voto amministrativo. Il Comune deve decidere cosa vuole fare del decentramento. O entra a pieno titolo nel sistema democratico municipale, oppure la sua esistenza perde di senso. Un primo passo potrebbe essere, con una semplice modifica dei regolamenti statutari comunali, la partecipazione di diritto dei presidenti di municipio ai consigli comunali, con diritto di parola.

Non si può assistere inermi alla crisi della partecipazione: occorre investire sull’iniziativa volontaria e civica e sul rinnovamento delle istituzioni democratiche.

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