
Valutazioni e dibattiti interni relativi all’invasione dell’Ucraina si fanno sempre più equivoci, mostrando in tutta la loro essenza la vulnerabilità degli anticorpi cognitivi e di comprensione, tratto distintivo del nostro Paese. Intellettuali e opinionisti pacifisti a vario titolo riempiono stampa e palinsesti ormai da quasi quattro anni, facendo grande presa sull’opinione pubblica nazionale. La contrapposizione creata dal panorama mediatico italiano (e in particolare televisivo) cerca poi, volontariamente o meno, di confrontare da un lato il pacifista, che appare come buono e orientato al rifiuto pressoché assoluto della controversia, dall’altro, come contraltare, il guerrafondaio — o meglio chi, purtroppo, viene così interpretato. Il cattivo, che semplicemente prende invece la realtà come fatto e cerca di elaborare una risposta politica, che nel caso ucraino assume le inevitabili e necessarie forme di una resistenza politica e di difesa, dunque anche militare.
La polarizzazione del dibattito diviene in seguito tutta spostata verso l’indagine delle ragioni dell’altro (del carnefice), sconnettendo l’analisi delle questioni reali per esigenze di eterodossa — o presunta tale — spettacolarizzazione. Verrebbe poi da chiedersi, oltre la facciata, dove risiede la democrazia del confronto libero, quando non c’è correzione nei confronti di informazioni false e affermazioni non sostenute da dati e avvenimenti — spesso, purtroppo, diffuse dal megafono del pensiero pacifista, che ha una sua influenza intellettualistica da ultima sfociante anche in manifestazioni di piazza.
Il vero limite del pacifismo è però quello di mancare di proposta politica: la pace viene continuamente rispolverata, celebrata, portata nel cuore del dibattito. Ma, oltre a parlare di pacifismo, non si è ancora colto, sebbene sia trascorso ormai diverso tempo, se l’argomento sottenda mai una qualche ipotesi di strategia o tattica effettiva. Si evoca la diplomazia, ma non si discute di quale sia l’offerta diplomatica; si pone enfasi sulla necessità di condurre trattative, evitando di ricordare che al tavolo si negozia in due, liquidando elementi imprescindibili quali volontà vera e credibilità risolutiva, chiudendo un occhio, allo stesso tempo, sull’unilaterale ipocrisia russa.
Tutto questo ha un impatto che, alla lunga, può causare un problema di scarsa consapevolezza nella società italiana e, in prospettiva, addirittura una più profonda questione di tenuta democratica. Dicendo ciò non si vuole spegnere la voce del pacifismo, che resta una percettività ideale lodevole — almeno nelle intenzioni di molti, in buonafede, spinti da esclusivi sentimenti solidaristici — quanto sottolineare il rischio di giocare con l’ideologia pura, caratterizzata per sua sostanza da asprezza conoscitiva e da quelle ruvidità proprie delle riflessioni che restano incompiute.
Alla luce di ciò, la finora unica evidenza generata dal pacifismo è stata quella di assecondare la debolezza cognitiva, consolidata dai massicci fiumi di propaganda antioccidentale e filoautocratica che permeano l’Italia, ventre molle d’Europa, spesso portato della sempre più sofisticata guerra ibrida e non lineare. L’affermazione ideologica del pacifismo (che arriva da lontano, già figlia ben sedimentata della propaganda stalinista degli anni Cinquanta) non riesce, purtroppo, a leggere le sfumature dei ragionamenti di chi ripudia la guerra ma ritiene resa, legge del più forte e campo libero lasciato al regime di turno postulati inaccettabili.
Esiste, ad esempio, una distanza sistemica e di concetto tra pacifismo e nonviolenza, che è elaborazione del pensiero liberale, laico e religioso, e che non viene o non vuole essere afferrata. Recuperando la lezione teorica del Mahatma Gandhi, il pragmatico ideale che si predilige è sì quello della lotta senza armi, ma solo nel caso si abbiano delle possibilità di indebolire l’oppressore.
Affermare oggi che la legittima difesa ucraina, a causa dell’utilizzo della violenza, sia anche lontanamente paragonabile all’aggressione russa significa negare il bisogno di un inevitabile uso della forza, che entra in gioco quando vengono violati i principi fondamentali del diritto internazionale: la nonviolenza non si pone il tema etico di non avvicinarsi alla violenza, quanto, piuttosto, il fine politico di contrastarla, tutelando il diritto a vita e libertà. L’obiettivo è la fine del sopruso verso i diritti fondamentali, e quindi la fine della violenza stessa.
È già quindi emerso l’elemento fondamentale, che è quello del diritto. La nonviolenza è una filosofia valoriale, non solo di principio, non di resa, ma di lotta, che non esclude aprioristicamente i metodi violenti, quando volti, appunto, a difesa, autotutela e autodeterminazione. Tutto questo non viene colto dal pacifismo (comunque, sempre e rigorosamente à la carte), che bolla chiunque si affacci a simili disamine come bellicista e militarista.
In conclusione, il metodo nonviolento ritiene che la pace non sia solo assenza di guerra (perché rischia, in molti casi, di assumere le sembianze di resa schiavista), ma debba condurre a giustizia e stato di diritto, con la forza della libertà e della conoscenza, in cui il salto di qualità conclusivo potrà essere l’applicazione dello Stato di diritto come regola del vivere comune.
Come tale è dunque anche strategia, non atto di fede, che deve perciò essere dotata di calcolo, elasticità razionale e intuizioni creative. È poi quello che continua a ricordarci Papa Leone: va inseguita una pace giusta, perché questa è l’unica garanzia per costituire una pace che sia anche duratura. Una pace giusta è democratica e coinvolge cittadinanze e società civili, mettendo al centro la conquista (o riconquista) di civiltà e il valore della libertà, così come la storia europea del dopoguerra continua a insegnarci nelle scelte di persone all’altezza dei tempi, ben consce delle sfide esistenziali e non come casuale incidente della storia.