Il conte zioTajani prova a sopire le polemiche nel governo sull’Ucraina, in attesa che decida Trump

Le posizioni filo-ucraine e filo-russe nella maggioranza appartengono al gioco delle parti che va avanti da tre anni, ma unisce tutti la volontà di non far prendere (comunque vada) nessuna responsabilità all'Italia

Antonio Tajani / Lapresse

Se nell’ossimoro delle “convergenze parallele” si condensava il genio della dissimulazione morotea, la formula usata ieri da Antonio Tajani per troncare e sopire le reazioni ai niet di Matteo Salvini sul nuovo decreto per Kyjiv – «le armi italiane vanno usate per la difesa dell’Ucraina, non contro la Russia» – è una foglia di fico che non nasconde, ma rivela il peccato originale di una contraffatta solidarietà alla causa degli aggrediti e di una spiccata contrarietà alla mortificazione dell’aggressore. 

Il seguito della dichiarazione di Tajani – «Putin fa il suo gioco e deve dimostrare che ha vinto. Noi abbassiamo i toni… Lavoriamo perché si concluda questa stagione tremenda e si possa arrivare alla pace» – attestano anche la predilezione per il ritorno allo status quo ante, come se questi quattro anni di violenze bestiali fossero stati un equivoco increscioso, non la fine del secondo dopoguerra dell’Occidente, e potessero finire a tarallucci e vino.

Nel centro-destra di governo c’è spazio per tutti – dai proxy del Cremlino, che nelle coalizioni sovraniste hanno ormai di diritto i loro posti a tavola, ai (pochi) nostalgici di un atlantismo conservatore, che l’elezione di Donald Trump ha reso ex abrupto archeologico – e tutti continueranno ad averne, fino a che l’impasse diplomatica proseguirà e i paesi volenterosi della coalizione europea (dunque, non l’Italia) continueranno a frapporre ostacoli alla spartizione russo-americana dell’Ucraina, come sono riusciti a fare miracolosamente fino a ora, malgrado prove spettacolari di debolezza e di micragnosità suicida, ad esempio nel caso degli asset russi congelati in Belgio e delle garanzie sul fabbisogno finanziario ucraino per il 2026 e il 2027.

Fino a che il socio e il genero di Trump faranno la spola con Mosca e Kyjiv per prendere atto che Putin chiede sempre di più del possibile e Zelensky concede sempre meno del necessario, nel centro-destra italiano ci sarà spazio per il consueto gioco delle parti, in una commedia degli equivoci e delle finzioni facilissima da inscenare e replicare, sempre uguale a sé stessa.

Però nel centro-destra sono tutti consapevoli o rassegnati che se e quando si spezzerà il fragilissimo filo che ancora lega gli Usa e l’Europa, l’Italia dovrà seguire la Casa Bianca dovunque vada e ovunque voglia e che a quel punto la strada molto difficilmente porterà verso l’Ucraina e molto più probabilmente verso la Russia.

Quella trumpiana è un’ipoteca che nessuno nella destra italiana vuole estinguere ed è una rendita a cui nessuno vuole rinunciare, neppure il conte zio della Farnesina, che è sulla carta il più europeista di tutti, ma è nei fatti il meno interessato a fare assumere all’Italia una posizione chiara, che poi potrebbe doversi rimangiare, e pensa sia preferibile continuare, fino a che questa storia non presenterà il conto definitivo, con una chiacchiera diplomatica-umanitaria che non impegna a niente nessuno.

È esattamente la linea che l’Italia tiene dall’inizio del Governo Meloni. Ha continuato a dare all’Ucraina, dopo la fine del Governo Draghi, quel pochissimo che serviva a evitare di finire fuori gioco, prima con Biden, poi con l’Ue, ma non abbastanza da apparire compromessa con il fronte anti-russo. Appena Trump ha preso in mano il pallino del gioco, si è chiamata subito fuori da qualunque impegno sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina del futuro e sui costi della difesa dell’Ucraina del presente (adesione alla Purl – Prioritized Ukraine Requirements List – non pervenuta) e per mantenere un’adamantina reputazione pacifista, pur firmando ogni sorta di impegno in sede Nato, non ha aumentato le spese militari neppure di un centesimo di euro.

Le polemiche sono scena, ma la linea è unitaria. L’Italia in questa guerra non vuole avere alcuna responsabilità, e da questa guerra non vuole avere alcuna conseguenza. È la posizione di un altro personaggio manzoniano, che non è il conte zio.

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