Mosca ciecaCosì la narrazione del Cremlino maschera il fallimento russo in Ucraina

In “Minacce Ibride”, curato da Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo, la giornalista Anna Zafesova denuncia il tentativo della propaganda russa di occultare il più grande fallimento strategico della storia

A Ukrainian serviceman of the Da Vinci Wolves Battalion carries an artillery shell before firing toward Russian positions at the front line in eastern Ukraine, on Friday, Nov. 28, 2025. (AP Photo/Evgeniy Maloletka) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, le relazioni tra Stati Uniti ed i suoi alleati europei sono diventate instabili, imprevedibili e per molti versi conflittuali. Un brusco cambiamento dovuto alla postura assertiva di Washington, alla politica della Casa Bianca sull’Ucraina, con il cambio di fronte che ha portato ad un vero e proprio reset nei rapporti Usa-Russia, alle ambizioni di annessione di Canada e Groenlandia e, di recente, ai dazi che hanno creato i presupposti di una guerra commerciale con l’Unione Europea.

Un improvviso divario ideologico che minaccia i principi sui quali si fonda la Nato, i suoi valori, i suoi obiettivi strategici ed i legami transatlantici, soprattutto per quanto concerne la gestione delle crisi e la sicurezza cooperativa.

Tensioni nelle relazioni transatlantiche provocate dalle differenze ideologiche tra la base politica di Donald Trump e la visione prevalente in quasi tutti i governi e le principali élite europee. Mentre gli Stati Uniti navigano nelle acque turbolente della rivoluzione populista dell’“America First”, l’establishment politico europeo si sta attenendo ai precetti chiave delle democrazie liberali, che sembrano non risiedere più a Washington. In poche parole, le due sponde dell’Atlantico sono sempre più ideologicamente disallineate, con enormi ripercussioni per le democrazie liberali, e fino a qualche mese fa, inimmaginabili vantaggi per gli Stati dell’asse dell’autoritarismo.

Le divergenti proposte per la pace in Ucraina
Mentre l’inviato speciale del presidente Usa Donald Trump, l’immobiliarista Steve Witkoff, continuava a stringere sommessamente la mano del presidente Putin, dimostrandosi ottimista mentre gli concedeva la Crimea, tutti i territori occupati dell’Ucraina Sudorientale ed il divieto a Kyjiv di entrare a far parte della Nato, anche a Washington hanno cominciato a toccare con mano ciò che in Europa è sempre stato chiaro: la Russia non vuole la pace.

I diplomatici ucraini ed europei – secondo quanto scrive l’agenzia Reuters – tra il 17 e 23 aprile 2025 hanno respinto le proposte americane su come porre fine alla guerra della Russia in Ucraina, avanzando delle controproposte. Si trattava di due visioni diverse: una versione di accordo Usa, predisposta dall’inviato Steve Witkoff, intitolata “proposte finali”, l’altro testo era quello elaborato a seguito dei colloqui tra funzionari ucraini ed europei a Londra. Secondo la Reuters, le principali differenze nei testi riguardavano la sequenza di soluzioni sulle questioni territoriali, sulla revoca delle sanzioni, sulle garanzie di sicurezza e sulle capacità militari ucraine del dopoguerra.

Il piano USA in origine si spingeva fino a un riconoscimento de jure del controllo da parte della Russia sulla Crimea, annessa fin dal 2014, e del controllo de facto delle aree occupate nelle quattro regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. Il piano concordato da Ucraina e UE rimandava invece ogni discussione dettagliata sulle questioni territoriali “fino alla conclusione di un cessate il fuoco”, mentre nel documento non veniva fatta alcuna menzione al riconoscimento del controllo russo sui territori ucraini.

Sulle garanzie di sicurezza post-belliche all’Ucraina, gli Stati Uniti hanno cercato di concretizzare il meno possibile il loro impegno, mentre hanno posto chiaramente il loro veto all’adesione di Kyjiv alla NATO. Il documento ucraino-europeo era più specifico, e richiede garanzie molto più solide, inclusa la presenza delle truppe della coalizione dei “volenterosi” in Ucraina. Inoltre, a favore di Kyjiv, si è proposto di stipulare un “accordo simile all’articolo 5” della NATO con richiesta di coinvolgimento degli Stati Uniti, in una sorta di modello di difesa simile a quello esistente tra USA e Israele.

Per quanto riguarda le misure economiche, le proposte di Witkoff prevedevano sin dall’origine che le sanzioni in vigore contro la Russia, dall’annessione della Crimea nel 2014, venissero rimosse come parte dell’accordo di pace. Le controproposte affermano invece che “le sanzioni statunitensi imposte alla Russia dal 2014 possono essere soggette a un graduale allentamento soltanto dopo il raggiungimento di una pace sostenibile” e che potranno essere ripristinate qualora la Russia violasse i termini dell’accordo di pace.

L’Ucraina non si arrende
Sin dal ritorno del tycoon alla Casa Bianca, Volodymyr Zelensky ha sempre risposto alle durissime dichiarazioni del presidente Trump, e ai sempre più frequenti bombardamenti russi: “La Crimea appartiene a noi, la nostra posizione non cambia”. In una potente dichiarazione durante i colloqui con i capi di Stato e di governo europei della “Coalizione dei volenterosi” riunitisi a Londra, il presidente ucraino ha chiarito: “Non ci arrendiamo, ci adattiamo”. “Sono d’accordo con Trump: l’Ucraina non ha le armi per riconquistare la Crimea, ma ci sono le sanzioni e le pressioni diplomatiche, che integrano la nostra difesa e rappresentano la capacità di sostegno dell’Occidente. Solo gli ucraini decideranno il destino della terra ucraina”.

Trattative USA-Russia e Diritto Internazionale
A sostegno della posizione euro-ucraina, bisogna considerare alcuni fattori chiave: la Crimea non è considerata persa e abbandonata; l’occupazione non ha legittimità in base al diritto internazionale; il controllo russo sui territori occupati non è “effettivo”; la pressione delle sanzioni e gli aiuti militari integrano e rafforzano la capacità difensiva ucraina; la diplomazia arma la causa dell’Ucraina anche quando l’artiglieria non può farlo.

Dopo lo showdown in diretta mondiale svoltosi nello Studio Ovale, durante il quale il presidente Zelensky fu brutalmente attaccato da presidente e vice presidente degli Stati Uniti, a margine dei funerali di Papa Francesco Trump ebbe un breve tête-à-tête in Vaticano, in uno dei pochissimi faccia a faccia concessi, con il leader ucraino. “Un buon incontro, abbiamo avuto tempo di discutere molto a quattr’occhi. Ci auguriamo che tutto quanto detto abbia un risultato: proteggere la vita della nostra gente, un cessate il fuoco completo e incondizionato. Una pace affidabile e duratura che impedisca il ripetersi della guerra. Un incontro altamente simbolico che potrebbe diventare storico se si raggiungessero risultati congiunti. Grazie, presidente Trump!”, aveva scritto Zelensky sui suoi social, in una svolta di metodologia diplomatica che poi sarebbe stata condivisa da diversi leader dell’Ue e della Nato, e che consiste nel non mettere in discussione direttamente le posizioni del leader americano, mostrandosi anzi riconoscenti. Una metodologia adulatoria che si è vista in pieno anche nel vertice che gli europei e Zelensky hanno tenuto alla Casa Bianca ad agosto, dopo che Trump in Alaska sembrava essersi di nuovo spostato su posizioni più sbilanciate a favore di Mosca.

Il presidente Putin pretende la cessione dei territori più fortificati e strategici per la difesa dell’Ucraina
Gli sforzi guidati dagli Stati Uniti per porre fine all’invasione russa dell’Ucraina si sono impantanati perché le ambizioni di Vladimir Putin rimangono sempre le stesse: alla fine, desidera la capitolazione dell’Ucraina. Prima di iniziare qualsiasi trattativa di pace, qualsiasi cessate il fuoco, il presidente russo pretende la cessione di territori ucraini strategicamente vitali che l’esercito di Kyjiv ha fortificato creando una inespugnabile cintura fortificata nell’Est del Paese. Mosca, come premessa per un eventuale accordo di pace, vuole imporre a Kyjiv di ritirarsi unilateralmente anche da quella porzione di territorio della provincia di Donetsk che i russi non sono mai riusciti a prendere. In altre parole, il presidente russo mira a garantirsi, prima di sedersi al tavolo dei negoziati, un territorio che il suo esercito non è stato in grado di conquistare in oltre tre anni e mezzo di guerra su vasta scala.

Quella parte di territorio settentrionale della provincia di Donetsk è l’ultima parte rimasta della regione industriale del Donbas, nell’Ucraina orientale, ancora sotto il controllo di Kyjiv. Epicentro dell’invasione scatenata il 24 febbraio 2022 con l’”Operazione militare speciale” fin dall’inizio dell’aggressione russa, più di un decennio fa, nel 2014, e contiene la più estesa rete di difese e fortificazioni dell’Ucraina.

Le condizioni di pace proposte da Putin rappresentano dunque una grave minaccia non solo politica, ma anche militare per le autorità ucraine. L’accettazione di tali condizioni da parte del presidente Zelenskyy risulterebbe in un appeasement inaccettabile agli occhi dell’opinione pubblica, e sarebbe ampiamente visto come una ricompensa alla Russia per aver scatenato la più grande guerra europea dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ciò legittimerebbe la decisione di Putin di invadere l’Ucraina e preparerebbe il terreno per ulteriori future aggressioni.

E anche se il presidente ucraino fosse personalmente incline a compiacere il nemico, non possiede costituzionalmente l’autorità di cedere territori: le eventuali modifiche ai confini dell’Ucraina devono essere approvate tramite un referendum nazionale. Qualsiasi indicazione che Zelensky sia favorevole all’accettazione delle richieste territoriali del Cremlino provocherebbe probabilmente una forte opposizione interna. Ciò potrebbe potenzialmente destabilizzare l’Ucraina, creando una serie di opportunità che la Russia sfrutterebbe. Un’Ucraina indebolita e divisa sarebbe molto più vulnerabile sul campo di battaglia e nell’arena geopolitica e diplomatica.

In alternativa, se il presidente Zelenskyy mantenesse la sua posizione attuale di escludere l’accaparramento di territori del Donbas da parte della Russia, il Cremlino userebbe questo rifiuto per avvelenare i rapporti del leader ucraino, e quelli dei leader dei “volenterosi” con il presidente degli Stati Uniti, dipingendo l’Ucraina come il principale ostacolo alla pace. Il presidente Putin accoglierebbe senza dubbio con favore l’opportunità di creare una frattura tra Kyjiv e l’Europa con Washington, mentre Mosca cerca di isolare l’Ucraina e ridurre il sostegno internazionale al suo sforzo bellico per resistere all’invasione.

Dal punto di vista militare, la resa della parte settentrionale della regione di Donetsk favorirebbe l’avanzata russa in vaste zone dell’Ucraina orientale. La regione attualmente funge da bastione contro l’invasione dell’esercito di Mosca. Sebbene non vi sia alcuna garanzia che le aree fortificate possano resistere indefinitamente agli attacchi russi, il presidente Putin sarebbe quasi certamente costretto a sacrificare un numero enorme di truppe prima di poter raggiungere il suo obiettivo. In questo senso, la poderosa cintura difensiva fortificata del Donbas è strategica nella guerra di logoramento dell’Ucraina contro la Russia.

Ci sarà una nuova perestrojka del XXI secolo?
La guerra di aggressione russa è diventata ancora più brutale da quando il presidente Trump si è reinsediato alla Casa Bianca, ma la resistenza strategica dell’Ucraina rimane intatta: tra i suoi cittadini, sul territorio e nella diplomazia. Con la fine della campagna estiva appare sempre più evidente che l’offensiva russa non ha raggiunto visibili progressi, senza vittorie significative o conquiste territoriali durature. La Russia però continua a bombardare le città, uccide e mutila i civili, distrugge case e infrastrutture a piacimento. Assistita da altri Paesi e da società multinazionali, direttamente o indirettamente, che la riforniscono di droni, armi e tecnologie in violazione delle sanzioni occidentali.

Non solo. Mentre Kim Jong-un, leader supremo della Corea del Nord, raggiungeva a bordo del suo treno blindato alla velocità supersonica di 80 km/h il summit della SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) andato in scena a Tianjin, i servizi di intelligence sudcoreani e occidentali rilasciavano informazioni secondo le quali Pyongyang, nel 2024, avrebbe inviato più di 10.000 truppe nella regione russa di Kursk, nel tentativo di aiutare l’esercito di Mosca a respingere l’offensiva pianificata a sorpresa da Kyjiv. Citando i dati del Servizio di intelligence nazionale della Corea del Sud (NIS), il deputato Lee Seong-kweun, dopo un briefing del NIS ai parlamentari membri del Comitato di intelligence, ha detto ai giornalisti che circa 2.000 soldati nordcoreani sono stati uccisi nel conflitto Russia-Ucraina. Ad aprile del 2025, il NIS aveva “stimato il bilancio delle vittime in almeno 600 soldati nordcoreani”, ma sulla base di valutazioni aggiornate, “ora la cifra stimata è superiore ai 2.000 e in continuo aumento”.

Il reclutamento dei nordcoreani è un evidente segno delle difficoltà per Putin di colmare i ranghi del suo esercito, senza ricorrere a una mobilitazione chiaramente impopolare, dopo il tentativo di quella “parziale” nell’autunno del 2022. Senza un investimento ancora più massiccio in termini di numeri – e di perdite – delle truppe sarà impossibile raggiungere gli obiettivi strategici che Putin si era posto con l’”operazione militare speciale”.

E nonostante il controllo dell’onnipresente propaganda, diventerà sempre più difficile dire ai cittadini russi che al quarto anno di guerra: la Russia controlla molto meno territorio rispetto a quello che aveva occupato nel primo mese di invasione; l’Ucraina detiene ancora tutte i 23 capoluoghi regionali (tranne Donetsk, Luhansk e Simferopol, occupate già nel 2014); la Russia ha perso più di un milione di uomini, tra vittime e feriti; al suo apice nel 2022, la Russia occupava quasi il 30% dell’Ucraina. Oggi siamo intorno al 20%.

Nonostante abbia giocato il tutto per tutto – uomini mobilitati, uomini reclutati, mercenari, detenuti inviati al fronte, truppe nordcoreane – la Russia è molto più lontana dai suoi obiettivi strategici oggi, di quanto non lo fosse nel marzo 2022. All’epoca gli obiettivi dichiarati della Russia erano: rovesciare il governo ucraino; cancellare l’identità ucraina politica e culturale; smilitarizzare l’Ucraina; creare una “zona cuscinetto” con i Paesi Nato.

Realtà odierna: l’Ucraina è più sovrana e internazionalmente sostenuta che mai, integrata ormai di fatto nel meccanismo europeo; l’Ucraina è molto più unanime e consolidata intorno a una visione della propria identità nazionale indipendente dalla Russia, e la lingua ucraina è ormai nettamente prevalente anche nell’utilizzo quotidiano nelle aree un tempo a forte presenza russofona; l’Ucraina possiede l’esercito più numeroso ed efficiente d’Europa, diventato la punta del sistema di difesa europeo, ed è all’avanguardia nella produzione di armi moderne, con i Paesi Nato che stanno copiando i metodi ucraini della guerra dei droni; la Nato ha acquisito nuovi membri che hanno abbandonato la loro neutralità temendo un’aggressione della Russia, mentre quasi tutti i Paesi europei hanno aumentato drasticamente i loro budget militari in funzione difensiva antirussa.

L’operazione militare speciale, la mai dichiarata guerra della Federazione Russa contro lo Stato ucraino, si può dunque ritenere uno dei più grandi fallimenti strategici della storia
Immaginate gli Stati Uniti che invadono un Paese più piccolo e, dopo tre anni e mezzo di guerra, contano 1 milione di vittime e controllano meno territorio di quanto non facessero nel primo mese di conflitto. Sarebbe un disastro? Ricorderebbe il Vietnam? La Russia non può fermarsi, perché è irretita nella sua stessa economia di guerra, da centinaia di migliaia di vittime e feriti, da interessi geostrategici di altri Stati (alleati e non) e da una crisi economica e di legittimità senza precedenti.

Uno dei principali obiettivi strategici dell’invasione russa dell’Ucraina era anche quello di assorbire gli oltre 30 milioni di cittadini ucraini, per rimediare al declino demografico in corso da anni e percepito come minaccia dal Cremlino. Il tasso di natalità russo è ai minimi storici, mentre milioni di giovani hanno abbandonato il Paese per evitare la costrizione e di essere mandati al fronte. Da metà 2025, il Comitato per la statistica russo ha smesso di pubblicare nei suoi rapporti i dati sulla demografia, dopo aver registrato per mesi una progressiva caduta delle nascite, e probabilmente in previsione dell’impatto delle morti al fronte (che vengono contabilizzate dalla statistica con un ritardo di diversi mesi). L’”operazione militare speciale” ha ulteriormente aggravato il problema demografico russo.

Oggi, oltre ai massicci bombardamenti costanti sui civili (intensificatisi da quando alla Casa Bianca è ritornato il presidente Trump), lo Stato russo sta cercando di aumentare le risorse a disposizione per organizzare non solo la distruzione dei territori, ma anche degli ucraini stessi. In questo contesto rientra il progetto di cancellazione dell’identità ucraina che prevede il rapimento e la deportazione di minori ucraini verso le regioni della Federazione Russa e dei territori sotto occupazione, così da forzarne la russificazione, l’indottrinamento e la cosiddetta “passaportificazione” (ovvero l’ottenimento del passaporto russo).

Un rapporto pubblicato a luglio 2025 da Business Insider mostra che la Russia probabilmente entrerà presto in recessione ed entro la fine del secolo i 140 milioni di russi di popolazione potrebbero ridursi della metà. Putin parla spesso di “cause profonde” per l’invasione, cercandole nella geopolitica. Ma una delle cause sottostanti potrebbe essere invece demografica: la Russia ha una popolazione anziana, è un Paese sterminato prossimo alla desertificazione del suo territorio.

Questa guerra sarà studiata per decenni come un case study di eccesso e di fallimento strategico. Non bisogna permettere che la propaganda russa riscriva la realtà, come sta tentando di modificare i confini dell’Europa e di distorcerne la storia. L’Ucraina sta difendendo il fronte e la libertà anche per tutti noi europei. La Russia non si rassegnerà a perdere, e la guerra non è finita.

Gli attacchi sempre più audaci delle forze ucraine contro le infrastrutture critiche e gli obiettivi militari strategici all’interno della Russia – effettuati efficacemente con forme di guerra innovative e tecnologiche – hanno messo in difficoltà il motore dell’economia russa, il petrolio e la sua lavorazione. Il Cremlino ha replicato con bombardamenti di città ucraine, privi di valore militare, ma ad alto impatto psicologico, distruggendo le infrastrutture critiche per rendere la vita più difficile agli ucraini nel prossimo inverno e causando vittime civili. Nei prossimi mesi, Mosca conta di mostrare progressi decisivi sul campo di battaglia, per costringere l’Ucraina alla resa. Se non ci riuscisse, probabilmente intensificherà i suoi attacchi alle città indifese e cercherà sostegno finanziario e logistico dai suoi alleati, nel tentativo di mantenere in vita la sua economia di guerra.

La vittoria non è sempre una questione di potenza militare. A volte, una vittoria politica si può ottenere rifiutandosi di capitolare, non accettando di legittimare un’aggressione, potendo contare sul sostegno degli alleati nell’ottenere quanto previsto dal diritto internazionale. Ci riferiamo in particolare al diritto alla legittima difesa individuale e collettiva in caso di attacco armato (art. 51 della Carta NU), e del principio del non riconoscimento delle situazioni di fatto prodotte dall’uso illegittimo della forza. Senza vittoria militare, senza conquiste consolidate e senza un dominio effettivo, al presidente Putin rimangono la propaganda, la disinformazione, i sabotaggi e gli attacchi cyber alle poco protette infrastrutture critiche europee e una manciata di fragili “successi” diplomatici.

La leadership della Federazione Russa, della sua diplomazia e dell’organizzazione militare, è nelle esclusive prerogative del presidente Putin. In un sistema altamente centralizzato, quasi una monarchia, anche buona parte della nomenclatura russa si sveglia ogni mattina sperando di leggere che Putin è caduto, ma nello stesso tempo è terrorizzata dalla prospettiva.

Se Putin dovesse essere costretto, per qualunque motivo, a lasciare la presidenza, anche con un – improbabile – progetto di una successione pilotata, come quella che aveva portato lui stesso nella poltrona di Boris Eltsin, il rischio è quello di un collasso del sistema, di una guerra tra bande. Il fallito golpe del comandante del Gruppo Wagner Evgeny Prigozhin del 23 giugno 2024, ha dato un assaggio di cosa potrebbe accadere, in assenza di un sistema di potere diverso e legittimato dal consenso popolare.

Lo scontro tra lo Stato Maggiore militare russo, i servizi segreti – già divisi al loro interno – e i vari clan degli apparati politici e degli oligarchi di Stato, potrebbe portare alla rottura del regime. L’alternativa è un patto interno alla nomenclatura per far emergere un nuovo leader che procederebbe a un prudente “disgelo”, una sorta di neo-Gorbaciov che come prima missione ferma l’invasione dell’Ucraina e comincia a ripristinare il dialogo con l’Occidente, reinserendo la Russia nella cornice del diritto internazionale in cambio di garanzie di immunità al suo gruppo dirigente.

Non sarà però facile, il credito di fiducia che il mondo aveva aperto alla perestroika è stato completamente dissipato, e i crimini di guerra commessi in Ucraina sono troppo clamorosi per non chiedere a qualunque regime che volesse, dopo Putin, riaprirsi all’Occidente, un pentimento politico e un risarcimento economico. Se, invece, non vi sarà mai un “regime change” di carattere volontario al Cremlino, e l’Europa continuerà a sostenere l’Ucraina e ad aumentare le proprie capacità di difesa e deterrenza nei confronti della minaccia ibrida russa, Putin potrebbe far sprofondare il suo Paese in una crisi economica simile a quella che innescò la disgregazione dell’Urss, con conseguenze imprevedibili, anche perché sulla scena internazionale nel frattempo sono apparsi altri attori ansiosi di “spartirsi il mondo in sfere di influenza”.

Tratto da “Minacce Ibride”, di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo, ed. Paesi Edizioni, pp. 393, 20,00€

Il brano è tratto dal capitolo IV, “La pace TrumPutiniana”, da pagina 385, firmato da Anna Zafesova

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