C’eravamo tanto odiatiRipensare la virilità, dalla voce del padrone ai maschi del futuro

Tra le richieste del femminismo, che esige un’assunzione di responsabilità, e le resistenze di genere, può esistere un uomo, un maschio, un padre nuovo, oggi? Le risposte di Francesco Pacifico e Francesca Cavallo

Illustrazione di Valeria Biasin

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«Ho scritto questo monologo soltanto per amore»

Francesco Pacifico ha scritto un libro per gli uomini che pensano di aver scelto di capire le rivendicazioni delle donne. S’intitola La voce del padrone (Add Editore, 2025) e racconta la relazione con la sua compagna, Francesca, la donna, da lui definita “femminista”, che vive insieme a lui. Il libro parla di come questo rapporto gli abbia cambiato la vita e di come l’abbia resa più creativa e più libera, dopo averla fatta esplodere in mille pezzi. «Non riesco a dimenticare che quando vivi con una femminista non c’è amnistia, non c’è pace sociale. Tu sei e rimani “il padrone”…». Ma poi si chiede “e l’amore?”. «Dov’è l’amore quando vai a letto con il nemico? E io, il nemico, il “patriarcato”, posso amare?», scrive nell’incipit del libro. Pacifico si pone queste domande dal punto di vista del “padrone”, che dopo l’incontro con una donna femminista si scopre soltanto un uomo circondato dalle macerie del suo mondo. L’incontro con il femminismo è definito come un big bang, una scissione che ha diviso gli uomini in due: da una parte quelli che lui chiama “i capibara”, i rivoluzionari in superficie, che considerano le rivendicazioni del femminismo come richieste innocue, come si trattasse di un semplice quesito morale «e non la gigantesca rivoluzione che è». Dall’altra, “i reazionari”, i cattivi usciti alla luce del sole, che sentendosi minacciati nella propria individualità si rifugiano nella manosfera, nei podcast misogini e ultraconservatori. 

L’autore racconta di aver immaginato  e descritto queste due categorie per sottolineare come in ogni maschio siano presenti entrambi questi caratteri. Coesistono entrambi, dentro di lui: da una parte, una persona ben disposta – a volte furbescamente, altre volte in modo sincero –, dall’altra una persona francamente reazionaria, che rifiuta categoricamente le richieste delle donne. «Parlo così perché penso che gli uomini vogliano sempre riposizionarsi con successo», dice, riferendosi alla categoria dei “capibara”. Racconta che i pochi uomini che si sono approcciati alla lettura de La voce del padrone gli hanno mosso alcune critiche, perlopiù riguardanti il fatto che il monologo non offra vere soluzioni. «Io sto solo dicendo tutte le parti che ho dentro, e non mi vergogno di dirlo. L’unica reazione possibile sembra quella di lamentarsi dell’assenza di soluzioni, e questo ti fa capire tutta la falsità dell’approccio degli uomini rispetto alla risoluzione di questi problemi strutturali. Ripensare al maschile non deve essere solo una questione di design». Ma l’idea di maschio – inteso come istituzione totale – ha già largamente fallito. Secondo Pacifico è proprio dalle macerie del suo mondo che può nascere una nuova possibilità, «quella di riappropriarsi di una narrazione del fallimento, e di uscire dalla mera sanzione morale». Aggiunge che intorno a questi temi, i maschi, forse, stanno girando in tondo, «stanno facendo di tutto, pur di non fallire. L’uomo non è abituato a perdere: appena perde, mena».

Illustrazione di Valeria Biasin

Pacifico descrive la vita con una donna femminista come simile alla vita artistica: «Io penso che l’educazione sentimentale che ho ricevuto mi abbia spinto – come tanti altri uomini – a sentire la donna com “propria”». Quando racconta il suo rapporto con Francesca lo descrive come una relazione vitale e strana: «fatta di molti istinti, d’imprevedibilità, di fissazioni, di cose inspiegabili. È come se la creatività della vita letteraria finalmente s’incontrasse con una maggiore creatività relazionale: non c’erano le solite cose da fare, i soliti passaggi da fare. Era tutto da scrivere». E il senso di spaesamento che scaturisce dall’incontro con il soggetto imprevisto deriva anche dall’educazione impartita agli uomini: «Veniamo socializzati in un modo erosivo, e spesso manipolati. Una femminista, invece, ti può sempre dire: “Guarda: io sto facendo quello che stai facendo tu, adesso decideremo liberamente”. Le donne dicono, semplicemente, “anch’io voglio la libertà, come la vuoi tu”». 

Mentre parliamo, emerge che l’eco del libro è stata grande quasi quanto la pubblicazione stessa. E che il volume ha riscosso grande interesse, dimostrato soprattutto durante gli eventi dal vivo. Da una parte c’è stata la reazione delle donne: «Mi telefonano colleghe, mi scrivono che vogliono assolutamente parlare di questa cosa». Racconta lo stupore nell’aver ricevuto un grande riscontro da parte del pubblico femminile. Non ha mai ricevuto così tanti feedback per un suo testo: «Pensavo che avrei ricevuto molta resistenza per aver raccontato i miei sentimenti peggiori, invece ho trovato molta amicizia e molta solidarietà». D’altra parte racconta di non aver ricevuto praticamente nessun riscontro da lettori uomini: «Mi chiedo che cosa sono gli uomini tra di loro, e perché questa presa di responsabilità sia stata accolta con entusiasmo soltanto da una parte». Con entusiasmo, ma soprattutto con scetticismo.

I discorsi con le donne che hanno letto La voce del padrone, confessa, cominciano tutti dallo stesso punto, ovverosia un’apertamente dichiarata sfiducia nell’approcciarsi alla lettura del libro, che è anche la stessa da cui ha preso le mosse il nostro incontro: «C’è una grande consapevolezza da parte di tutte, mentre non ho ritrovato una posizione altrettanto solida dalla quale sono partiti i maschi». Ipotizza che forse riflettere su questi temi è considerato poco virile, un pensiero che confessa   pesare anche su di lui: «Con gli uomini io sto bene se guardiamo la partita, se parliamo di musica, se stiamo facendo cose dove l’argomento di discussione sono le cose stesse che ci interessano, più che di noi stessi, della nostra vita interiore, emotiva. È difficile, insomma, restare seduti gli uni di fronte agli altri, con davanti a una bottiglia di vino, a chiacchierare delle “intermittenze proustiane del cuore”. Sembra qualcosa di non praticabile, una direzione traslucida, caotica, dove non capisci bene che tipo di relazione stai intrattenendo. Non capisci che format è, non sai dove andrà a parare». Con gli uomini è molto difficile «rimanere in una situazione così». 

Scrivere il libro gli ha permesso di capire molte cose nuove, ma anzitutto che una femminista non si potrà mai prendere cura degli uomini.:«Al massimo ti può riconoscere, ma non può curarti», dice. Aggiunge che, volendo impostare un rapporto alla pari, “la cura” può diventare quasi una pratica manipolatoria. Mentre “il riconoscimento”, quello sì, diversamente, «è ciò che per davvero può farci sentire bene».

Illustrazione di Valeria Biasin

 

«What about boys?»
«E per i maschi?»

È questa la domanda che Francesca Cavallo ha deciso di porsi dopo il successo della pubblicazione Storie della buonanotte per bambine ribelli, un volume pubblicato nel 2016 insieme a Elena Favilli, contenente cento storie di scrittrici, scienziate, sollevatrici di pesi, musiciste e astronaute che hanno realizzato i loro sogni. 

Scrittrice e autrice teatrale, Cavallo racconta che durante le presentazioni del volume questa era una delle domande più frequenti. «La trovavo profondamente irritante: pensavo che chi me la ponesse, volesse distogliere l’attenzione dal lavoro che stavo facendo per l’emancipazione delle bambine», racconta. Quella domanda scomoda, però, le rimaneva impigliata addosso, fino alla nascita del suo primo nipotino: «Ho iniziato in quel momento a riflettere sul fatto che negli ultimi anni si è allargato molto il perimetro di esplorazione di sé che offriamo alle bambine, invece quello che proponiamo ai bambini maschi è più o meno rimasto uguale». Cavallo parla di un paradosso, quello per cui «continuiamo a educare i maschi secondo delle linee che sono le stesse da oltre trent’anni, però ci aspettiamo che quando crescono si comportino in modo radicalmente diverso». 

Per anni, l’autrice si è interrogata su come poteva rispondere a questa domanda, formulando una risposta diversa da quella proposta per le bambine. Spiega che non aveva alcun senso riproporre una versione “maschile” di Storie della buonanotte per bambine ribelli e raccontare le storie di uomini eccezionali, perchè «l’eccezionalità è uno degli assi tradizionali dell’educazione dei maschi», dice. Così, ha cominciato a studiare la formazione della loro identità. Dalla sua ricerca nasce Maschi del futuro, una newsletter ideata per ripensare la mascolinità. L’autrice lo ha fatto indagando i copioni del “maschile” da un punto di vista insolitamente privilegiato, quello di una identità che lei stessa definisce “di frontiera”. «Sono una persona queer: sono cresciuta come una bambina, ma in tutte le storie che mi hanno raccontato mi sono sempre rispecchiata nei personaggi maschili. Ho costruito una specie di identità di confine, sono cresciuta interiorizzando un modello maschile. Questa esperienza mi ha dato la possibilità di guardare in due direzioni». 

Da questa prospettiva l’autrice riflette sul concetto di privilegio come strumento di indagine sociale, usato spesso come arma retorica che rischia di inquinare il dialogo, «decidendo in modo sbrigativo quali sono le qualità morali della persona che abbiamo davanti, e dunque chi merita di essere ascoltato nella pubblica piazza e chi no». Nella puntata della newsletter dal titolo Siamo tutti privilegiati, a turno, scrive che oggi esiste una performance progressista: «Il privilegio maschile viene utilizzato come una clava, perchè è un concetto utile nella misura in cui ti permette di approfondire in ogni situazione qual è la dinamica di potere in gioco», spiega. E aggiunge: «Fare gli arbitri della morale degli altri non è mai un esercizio né giusto né utile. Io sono anche un’attivista: un pezzo del mio lavoro è usare le parole per provare a portare il mondo in una direzione che può aiutarci a stare meglio. Per farlo non m’interessa dire “io sono brava” e “tu fai schifo”. Lo trovo noioso e inefficace». Sottolinea però che esiste una superficialità dilagante, legata soprattutto a una performance progressista maschile, che si riconduce al ruolo di alleato, una posizione che Cavallo mette profondamente in discussione: «Io non voglio che tu sia alleato di una battaglia in cui ritieni di essere un passante benevolente. Non mi interessa la tua benevolenza, voglio che tu ti trasformi».

Illustrazione di Valeria Biasin

In Maschi del futuro, l’autrice prova a offrire uno spazio di elaborazione che esula dalle logiche algoritmiche della polemica: «M’interessa aprire uno spazio in cui io ti ascolto con la sicurezza di chi sa dove vuole andare. Voglio coltivare uno spazio in cui si possa argomentare in buona fede». Racconta degli incontri dal vivo, del coinvolgimento da parte degli uomini: «Ci sono stati manager di grandi aziende che sono venuti da me dicendo che li avevo fatti piangere, che ci voleva tanto “a far piangere degli stronzi come me”. O di altri che mi hanno confidato di essere venuti agli eventi per litigare, e alla fine mi hanno detto “adesso però non so che cosa dire”». È un processo che assomiglia a un viaggio di liberazione reciproca. E che ha avuto uno sviluppo anche accademico.

Il 2 ottobre scorso, all’Università Cattolica di Milano è stata presentata da Fondazione Libellula la survey L.U.I. – Lavoro, Uomini, Inclusione, un’indagine per approfondire il punto di vista maschile su stereotipi, parità, responsabilità e discriminazioni nei luoghi professionali. Il sondaggio ha coinvolto 2 000 uomini, ai quali è stato chiesto – tra le altre cose – se secondo loro il genere avesse influito sulla loro scelta professionale. Molti di loro hanno risposto di no: «Vorrei riproporre questa indagine tra dieci anni, per vedere se gli uomini inizieranno a rendersi conto che dialogare con le aspettative dei loro genitori li ha condizionati parecchio, in realtà. Quando nelle aziende ho chiesto agli uomini perchè non cambiassero lavoro, e non ne scegliessero uno che a loro piacesse di più – anche se meno retributivo – ho visto il panico nei loro occhi». Cavallo spiega che l’aderenza a questi copioni del maschile condiziona soprattutto il rapporto che gli uomini hanno con sé stessi: «Se inizi a renderli consapevoli di questa cosa, gli fornisci un incentivo per cambiare». 

Quando le chiedo come se li immagina, questi “maschi del futuro” di cui scrive, mi risponde di pensare a persone più libere, più rilassate, e con un dialogo più vivido con se stesse: «Dobbiamo affrontare tematiche che all’interno del dialogo femminista sono state considerate tabù. Per farlo, bisogna affrontare le questioni per quello che sono: delle opportunità per trovare un senso dello stare bene, partendo dalla realtà e non da quello che noi vorremmo che la realtà fosse. Non è vero che il mondo è fatto solo di uomini che vogliono mantenere il loro privilegio: ce ne sono altri che stanno scoprendo un nuovo modo di stare al mondo. Se diamo spazio a questa rappresentazione del maschile possiamo offrire un modello alternativo che invece noi soffochiamo. Continuiamo a dirci che i maschi sono soltanto così. Ma in questo modo blocchiamo tutte le strade all’emersione della differenza». 

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