I bombardamenti di Israele e degli Stati Uniti sui siti nucleari iraniani non hanno prodotto, come molti analisti avevano ipotizzato, un moto unitario di coesione attorno al regime di Teheran. La società iraniana, nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, ha sempre saputo distinguere tra la difesa dei propri diritti e la propaganda del potere.
La verità è che il popolo iraniano non combatte per difendere un regime isolato e screditato, ma per affermare la propria libertà. La lotta principale resta quella contro la dittatura. La mia vita personale e professionale testimonia questa battaglia. Sono stata giudice e avvocata, difendendo diritti che il regime cercava di cancellare.
Dal 2009 vivo in esilio a Londra, ma nonostante la lontananza forzata dalla mia terra non mi hanno mai potuto ridurre al silenzio. Hanno tentato in molti modi, con minacce, intimidazioni e divieti. Non vi sono mai riusciti. Ho scelto la parola come scudo e come arma, perché la parola libera, pronunciata con fermezza e senza timore, ha una forza dirompente contro qualsiasi architettura della violenza.
La morte di Mahsa Amini e la straordinaria ondata di proteste che ne è seguita hanno reso evidente a tutto il mondo che gli iraniani aspirano a un governo secolare e democratico. Non si è trattato soltanto di una rivolta contro l’imposizione del velo: ridurre quella mobilitazione a una questione di hijab è un grave errore di prospettiva. È stato, piuttosto, un movimento politico, una richiesta di cambiamento strutturale, un atto di sfida al regime stesso. Le donne sono state protagoniste, ma accanto a loro c’erano uomini, giovani e anziani, studenti e lavoratori.
L’intera società civile ha dato prova di volere un futuro diverso. È per questa ragione che chiedo con forza che l’Europa e le istituzioni democratiche non si limitino a dichiarazioni di solidarietà. È tempo di riconoscere i Guardiani della rivoluzione per ciò che sono: un’organizzazione terroristica che agisce dentro e fuori dai confini nazionali. Non sono soltanto il braccio armato della repressione interna, ma uno strumento di destabilizzazione regionale, un apparato che esporta violenza, interferenza e paura.
Non farlo significherebbe voltare le spalle a milioni di cittadini iraniani che ogni giorno rischiano la vita per la libertà. La stabilità del Medio Oriente, e con essa la sicurezza globale, dipenderanno dalla capacità della Repubblica Islamica di mutare i propri comportamenti. Se Teheran continuerà a perseguire una politica di espansione della propria influenza, sostenendo milizie e interferendo negli affari interni di altri Paesi, la regione resterà prigioniera di instabilità e conflitti senza fine. Eppure, la crisi della democrazia non riguarda soltanto il Medio Oriente.
È un fenomeno globale. Negli ultimi anni, in molte aree del mondo, si è assistito a un arretramento significativo dei diritti fondamentali e delle garanzie civili. La democrazia non arretra mai in modo evidente, ma di solito in maniera sottile, progressiva, quasi impercettibile: con leggi restrittive, con il controllo dei media, con la manipolazione del dibattito pubblico.
Per questo i cittadini devono comprendere di essere i custodi della democrazia. Non basta eleggere i propri rappresentanti: occorre vigilare costantemente sul loro operato, ricordando che il potere non è mai un privilegio personale, ma una responsabilità verso la comunità. I governi passano, ma il popolo resta, e con esso resta la sua dignità e la sua sovranità. Anche in Europa questa lezione è urgente. Ho vissuto nel Regno Unito e considero la Brexit un passo indietro nel cammino dell’integrazione. Un’alleanza è tanto più forte quanto più numerosi sono i Paesi che la compongono.
L’Unione europea non può permettersi decisioni comuni che restino lettera morta perché alcuni Stati membri decidono di non rispettarle: un’Europa divisa si indebolisce e rischia di perdere la propria forza politica e morale. Se l’Europa vuole davvero contare nello scenario internazionale, deve essere unita, coesa, capace di parlare con una sola voce. L’Italia, come ogni altro Paese dell’
Testo raccolto alla prima Conferenza Europea di Ventotene per la libertà e la democrazia.
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