Donald Trump ha capito di non poter fare alla Groenlandia ciò che ha fatto col Venezuela. Non solo perché la Danimarca non è una dittatura sudamericana e sarebbe complicato prelevare con un elicottero re Federico X dal Palazzo di Amalienborg; ma anche perché invadere il territorio, seppur autonomo, di un alleato Nato potrebbe creare più problemi per la sicurezza americana di quelli che il presidente degli Stati Uniti vorrebbe risolvere.
Al momento Trump ha detto di valutare «una gamma di opzioni» per acquisire il controllo dell’isola artica. Siccome la sua amministrazione è un generatore casuale di scenari geopolitici, non possiamo escludere l’opzione militare. In virtù di un accordo del 1951, basterebbe una decisione politica formale, una lettera, per riattivare le basi militari chiuse o ridimensionate negli ultimi anni. Ma forse sarebbe più nelle corde del presidente l’acquisto della Groenlandia, come fecero i suoi più illustri predecessori con l’Alaska nel 1867 e la Lousiana nel 1803 (anche se Napoleone vendette molto, ma molto di più dell’odierna Louisiana perché aveva bisogno di soldi sporchi, maledetti e subito per conquistare l’Europa).
Gli Stati Uniti possono davvero acquistare la Groenlandia e, se potessero, quanto costerebbe? Per rispondere non serve solo l’economia, ma anche la geografia. Una delle stime più interessanti è quella elaborata da Jacob Jensen e Fred Ashton, ottenuta applicando il valore medio per chilometro quadrato del territorio dell’Islanda all’estensione groenlandese. Secondo loro l’isola varrebbe circa 2.700–2.800 miliardi di dollari. Per capirci quasi quattro Elon Musk (3,8), nel senso del suo patrimonio.
Senza contare che secondo lo studio il valore potrebbe alzarsi a 4.400 miliardi di dollari, cioè 6 Musk, per il valore potenziale delle risorse mineriare ed energetiche, inclusi petrolio e gas naturale. Sotto la calotta glaciale sono presenti riserve di 43 dei 50 minerali classificati come “critici” dal governo statunitense, incluse alcune delle maggiori concentrazioni di terre rare al di fuori della Cina. Un bottino che fa gola a Mosca e Pechino e che spiega l’interesse degli Stati Uniti.
Ma non è detto che tutto questo patrimonio potenziale possa essere trasformato in ricchezza nel medio periodo. La presenza di risorse non equivale alla loro sfruttabilità economica. I costi infrastrutturali, la scarsità di manodopera e le condizioni ambientali estreme riducono drasticamente la parte effettivamente estraibile. Per rientrare dal costo servirebbero investimenti pluridecennali, e Trump ha fretta, con il rischio di caduta dei prezzi qualora grandi volumi di terre rare entrassero nel mercato globale.
Lo stesso studio di Jensen e Ashton chiarisce bene il punto. Se si tiene conto del fatto che solo una piccola parte delle risorse è davvero sfruttabile, applicando tassi di conversione simili a quelli stimati per le terre rare, intorno al 4 per cento, il valore che potrebbe essere effettivamente messo a reddito scende a circa 180–200 miliardi di dollari. Una cifra molto lontana dalle valutazioni teoriche e non facile da tradurre in una proposta politica comprensibile. In bocca al lupo agli analisti che dovranno riassumere queste valutazioni oscillanti nel briefing a Trump prima di una eventuale trattativa.
Stando così le cose, il negoziato tra Danimarca e Stati Uniti si muoverebbe su due piani distinti: uno strettamente economico e l’altro strategico. Se si guarda al primo, cioè a ciò che potrebbe davvero entrare nei conti pubblici americani, la cifra di partenza sarebbe molto più bassa delle grandi valutazioni teoriche. Secondo i calcoli di Noel Maurer, storico economico e professore alla Columbia University, basati sui flussi fiscali netti potenziali, sulle rendite pubbliche realisticamente ottenibili e sul costo di sostituire i sussidi oggi garantiti dalla Danimarca, il valore economico effettivo dell’acquisto si collocherebbe tra 20 e 50 miliardi di dollari. Una cifra lontanissima da quella che il presidente Harry Truman offrì nel 1946 alla Danimarca per la Groenlandia: quei cento milioni di dollari in oro oggi varrebbero 1,3 miliardi di dollari.
Dal punto di vista strategico, invece, le cifre cambiano completamente scala e possono superare il trilione di dollari. Non perché la Groenlandia produca ricchezza immediata, ma perché il progressivo ritiro della banchisa artica sta rendendo praticabili rotte che riducono fino al 30–35 per cento i tempi di navigazione tra Atlantico e Pacifico, spostando l’asse geopolitico verso il Nord. L’isola vale soprattutto per la sua posizione, non solo per ciò che contiene: è un controllo permanente sull’Atlantico settentrionale e sull’Artico occidentale. È un investimento che non si misura in rendimenti annuali, ma su orizzonti di decenni, come gli eroi che 15 anni fa hanno comprato casa a Milano nelle zone dove solo ora passa la metro M4.
C’è poi un altro problema che rende l’idea di un acquisto molto meno praticabile di quanto sembri: la liquidità. Comprare la Groenlandia sulla base del suo valore strategico avrebbe un impatto enorme sul bilancio federale americano. Un prezzo compreso tra 2.700 e 2.800 miliardi di dollari rappresenterebbe oltre il 40 per cento della spesa federale annua e circa il 10–12 per cento del PIL degli Stati Uniti, un ordine di grandezza paragonabile ai grandi pacchetti di stimolo varati durante la pandemia, con effetti immediati su debito pubblico e mercato dei titoli di Stato. Il confronto con l’Alaska è impietoso. Quando la comprarono dalla Russia nel 1867, gli Stati Uniti spesero appena lo 0,1 per cento del loro prodotto interno lordo.
Dalla Casa Bianca qualcuno citerà prima o poi il precedente favorevole: nel 1917 la Danimarca vendette agli Stati Uniti le Indie Occidentali Danesi, parte delle Isole Vergini, per 25 milioni di dollari in oro con tanto di referendum locale, ovviamente favorevole. Ma non sarà così facile ottenere lo stesso dalla Groenlandia che dal 2009 ha diritto all’autodeterminazione e controlla le proprie risorse. Qualsiasi accordo richiederebbe il consenso di Nuuk, l’approvazione di Copenaghen e un referendum vincolante. Inoltre i groenlandesi mostrano un sostegno ampio e costante all’idea di autodeterminazione, ma un’opposizione altrettanto netta all’adesione agli Stati Uniti. Un sondaggio condotto nel gennaio 2025 su 497 residenti ha rilevato che l’85 per cento non vuole che l’isola lasci il Regno di Danimarca per diventare parte il cinquantunesimo degli Stati Uniti.
Per i groenlandesi la priorità politica resta il controllo delle risorse e la preservazione dell’identità inuit, non il trasferimento di sovranità a un’altra potenza. Questo rende qualsiasi ipotesi di acquisizione senza un referendum vincolante politicamente illegittima, anche a prescindere dal diritto internazionale. Ma sappiamo che per Trump questo è un dettaglio irrilevante.