Nell’Unione europea convivono due categorie: gli Stati pendolo e gli Stati pilastro. Gli Stati pendolo sono quelli in cui il rapporto con le regole europee e con lo Stato di diritto oscilla sensibilmente a seconda di chi governa. L’Ungheria di Viktor Orbàn, la Slovacchia di Robert Fico, la Polonia prima del ritorno al governo di Donald Tusk nel 2023, sono tre esempi cristallini. Gli Stati pilastro sono quelli in cui l’orientamento europeista e il rispetto delle regole fondamentali restano relativamente stabili anche quando cambiano i governi e le maggioranze parlamentari. Germania, Spagna e Francia rientrano in questa categoria, e in misura più complessa anche l’Italia, che ha sfiorato una dinamica da Paese pendolo nella stagione del governo gialloverde, quando Lega e Movimento 5 Stelle teorizzavano una rottura con Bruxelles salvo poi scontrarsi con i limiti politici ed economici della realtà.
Il fatto che oggi Matteo Salvini sia sostanzialmente allineato alla linea europeista dell’esecutivo e che la Lega accetti nei fatti l’accordo Mercosur, pur continuando a criticarlo sul piano retorico, è una dimostrazione dell’affidabilità italiana, nonostante il bipopulismo. Gli Stati pilastro sono quelli che vorrebbero accelerare il processo di integrazione europea in molti campi, gli Stati pendolo sono quelli che spesso e volentieri frenano questo processo, usando veti ed espedienti negoziali, entrando ripetutamente in conflitto con la Commissione europea sullo Stato di diritto e sull’applicazione delle regole comuni. E nel caso di Ungheria e Slovacchia sono particolarmente sensibili al soft power di Russia e Cina.
Il problema non è morale, ma politico: l’Unione europea deve decidere se continuare a fingere di avere 27 Stati pilastri o attrezzarsi per convivere stabilmente con l’esistenza di Stati che restano, ciclicamente, dei pendoli. Le immagini delle proteste in Slovacchia contro il rischio che il premier Fico trasformi il Paese in una democrazia illiberale, sulla scia del modello costruito da Orbán in Ungheria, rafforzano l’idea che una soluzione strutturale sia necessaria. Fino a pochi mesi fa si invocava il temibile articolo 7 anche contro la Polonia, quando era governata dai sovranisti di PiS, Diritto e Giustizia. Per capirci, quella norma del Trattato sull’Unione europea che permette alle istituzioni europee di sospendere alcuni diritti di uno Stato membro in caso di violazioni gravi e persistenti dei valori fondamentali dell’Ue.
Nocciolo duro, Europa a due velocità, geometria variabile, integrazione rafforzata: le definizioni abbondano, ma il problema non è stato ancora risolto. Quale strada scegliere? I trattati europei permettono già un’integrazione differenziata. L’Euro, Schengen e le cooperazioni nel diritto di famiglia, i brevetti o la Procura europea mostrano che l’Unione ha da tempo accettato che non tutti gli Stati membri possano o vogliano fare le stesse cose nello stesso momento. Il problema è che questa flessibilità non basta più a garantire capacità di decidere in tempi rapidi su dossier centrali come la politica estera e la difesa. È su questi temi che nasce la percezione qualunquista nell’opinione pubblica di un’Europa lenta e inefficace.
Il punto centrale non è punire gli Stati che deviano, né creare per principio un’Europa di serie A e di serie B. È prendere atto che l’Unione, così com’è, resta strutturalmente vulnerabile quando alcuni governi mettono in discussione i suoi valori fondamentali, sapendo che l’unanimità e gli strumenti sanzionatori esistenti rendono difficile reagire in modo rapido ed efficace.
Non serve il libro dei sogni: l’esperienza degli ultimi anni dimostra che quando esiste una volontà politica condivisa tra un gruppo di Stati, l’UE è in grado di fare passi avanti anche in condizioni eccezionali. È accaduto durante la pandemia e poi con il Next Generation EU: la solita frase stracitata di Jean Monnet sull’Europa che accelera solo quando è in crisi.
Nel 2026 serve una soluzione più pragmatica che ideologica: trasformare la geometria variabile da soluzione occasionale a metodo strutturale. Non un nocciolo duro inteso come club escludente per principio, ma un insieme di cooperazioni rafforzate e accordi operativi tra Stati disposti e in grado di integrare di più nei settori decisivi dei prossimi dieci anni, dalla politica estera alla difesa, dall’energia alla governance economica. Un’integrazione differenziata governata, con criteri chiari di partecipazione, aperta a chiunque voglia aderire rispettando regole verificabili, e legata in modo esplicito al rispetto dello Stato di diritto. Questo gruppo ristretto non sostituirebbe l’Unione, ma ne diventerebbe uno strumento di stabilità: permetterebbe a chi è pronto di avanzare, senza restare bloccato dai veti e offrirebbe agli altri un incentivo concreto a rientrare, o rimanere ben saldo, nei binari comuni. Germania, Francia, Italia, Spagna, per cominciare.
Le proteste a Bratislava e le tensioni permanenti con Budapest sono due crepe nel muro europeo. Evitiamo che si allarghino ad altri Stati nei prossimi cicli elettorali. Per cementare questa unione di Stati pilastro, in un mondo ideale servirebbe un nuovo trattato, una nuova fase costituente, una generazione di leader europei pronti a spendere il loro capitale politico per essere incoronati statisti dalla Storia. Ma non c’è più tempo: Cina e Stati Uniti corrono, la Russia finge di non avere il fiatone, l’Unione non può aspettare di scegliere le scarpe giuste. Non importa tecnicamente come, ma mettiamoci d’accordo sul cosa: accettare che una maggiore integrazione tra alcuni sia il prezzo da pagare per evitare che l’Europa resti ferma quando il mondo accelera, ancora una volta.