La riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, convocata dopo i bombardamenti che tra l’8 e il 9 gennaio hanno colpito infrastrutture civili ed energetiche in diverse regioni ucraine, non è servita a fermare l’aggressione russa. Kyjiv di nuovo bersaglio di droni, missili da crociera e balistici russi. Gli Stati Uniti hanno definito l’impiego da parte di Mosca del sistema missilistico Oreshnik come un’escalation del conflitto. Intanto, però, l’amministrazione Trump lavora per un accordo di pace, anche a costo di chiedere sacrifici all’Ucraina di Volodymyr Zelensky. La base dello scambio sembra sempre la stessa: concessioni territoriali per garanzie di sicurezza.
Nel frattempo, l’Unione europea si muove su due fronti paralleli: armare l’Ucraina e prepararsi a trattare con il leader russo Vladimir Putin. È un paradosso che riflette l’equilibrio delicato tra deterrenza militare e influenza diplomatica: mentre la guerra continua sul terreno, Bruxelles vuole essere in grado di dire la propria nella stanza dei negoziati, senza lasciare che Washington detti da sola i termini della pace. Secondo fonti diplomatiche riportate da Politico, l’iniziativa di Francia e Italia per aprire canali diretti con il Cremlino sta guadagnando terreno sia a Bruxelles sia nelle capitali europee. L’obiettivo è chiaro: proteggere le “linee rosse” europee e dimostrare che il Vecchio Continente possiede autonomia strategica.
Nella conferenza stampa di fine anno (diventata ormai di inizio anno nuovo), Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha dichiarato: «Credo che sia arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, temo che alla fine il contributo positivo che può portare sia limitato». Meloni ha introdotto questa dichiarazione dicendosi d’accordo con Macron, anche probabilmente il primo interlocutore a cui stava pensando è Trump. Quanto al riallargamento al G8 con la Russia, la presidente del Consiglio ha dichiarato: «Oggi mi sembrerebbe impossibile» E ancora: «Di questo ne parliamo quando abbiamo avviato un percorso di pace, ma l’ultima cosa che voglio fare è un favore a Putin». A testimonianza di quanto la strada sia impervia.
Parallelamente, l’Ucraina sta continuando a ricevere un sostegno militare sempre più concreto. La Germania, tramite Rheinmetall, invierà nelle prossime settimane i primi cinque carri armati Lynx KF41, con produzione futura prevista anche in loco. Il Regno Unito, dal canto suo, ha annunciato il progetto per un nuovo missile balistico, Nightfall, capace di colpire a oltre cinquecento chilometri e con una testata da duecento chilogrammi. I sistemi saranno pronti per l’Ucraina entro il 2027 e potranno essere lanciati da diversi veicoli, sparando più missili in rapida successione.
Oltre alla corsa agli armamenti, l’Unione europea sta preparando il suo ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, previsto in occasione del quarto anniversario dell’aggressione, il 24 febbraio prossimo. Le misure punteranno a colpire il trasporto di petrolio, gas e carbone, fermare le esportazioni di fertilizzanti e vietare i beni di lusso europei ai cittadini russi. Difficilmente le nuove misure coglieranno di sorpresa Mosca: una fonte diplomatica spiega a Linkiesta che spesso, grazie ai suoi mezzi e ai suoi amici a Bruxelles e nelle capitali europee, la Russia conosce i dettagli delle sanzioni con diverse settimane d’anticipo rispetto all’entrata in vigore. Ma la strategia europea è chiara: aumentare la pressione economica su Putin per arrivare ai negoziati con maggiore margine di manovra.
L’equazione europea sembra ormai definita: più armi a Kyjiv, più sanzioni a Mosca, e allo stesso tempo la capacità di parlare con Putin dall’altra parte del tavolo. Una strategia che combina deterrenza e diplomazia, nella speranza di controllare almeno in parte il corso della guerra e delle trattative future.