
C’è un militare di quasi sessant’anni, mascella squadrata, ciuffo brizzolato alla Tintin piantato su una testa perlopiù rasata, che vive l’espulsione degli immigrati come una missione esistenziale e si muove come il cosplayer di uno squadrista. No, non è Steven J. Lockjaw, il cattivo interpretato da Sean Penn in “Una battaglia dopo l’altra”, candidato a 13 premi Oscar. È qualcosa di più inquietante: la sua versione reale, forse persino la sua ispirazione, candidata a diventare il volto dello squadrismo trumpiano. Si chiama Gregory Bovino, è un alto comandante della U.S. Border Patrol, l’agenzia federale nata per presidiare il confine e ora dispiegata nelle città.
Probabilmente lo avete già visto in un video che circola sui social in cui sfila a Minneapolis, scortato da altri agenti, mentre ordina ai manifestanti di togliersi di mezzo, urlando «fuori dalla strada», come se fosse una questione di sicurezza nazionale e non una raccomandazione da vigile urbano. Qualcuno con un cartello in mano gli risponde che sta solo fingendo e non ha tutti i torti: Bovino è l’uomo che ha capito che nell’America di Trump non si fa politica, ma cinema. E una sfilata in slow motion vale più di mille editoriali.
La sua popolarità negli Stati Uniti ci fa capire anche com’è cambiata la corte dei miracolati del presidente, tra i due mandati. Se nel 2016 Anthony Scaramucci era l’italoamericano dell’era rumorosa, teatrale e verbosa, dieci anni dopo Bovino ne è l’evoluzione pragmatica e operativa: stessa teatralità, ma meno chiacchiere, molta più azione.
Alcuni potrebbero scambiarlo per il capo dell’ICE, l’agenzia federale che si occupa degli arresti e delle espulsioni degli immigrati irregolari all’interno degli Stati Uniti. La confusione è comprensibile: nell’America trumpiana tutta la violenza istituzionale fa brodo. In realtà Bovino ha fatto carriera solo nei ranghi della Border Patrol dove sognava di entrare fin da bambino dopo essere rimasto folgorato da un film sul confine prodotto da un lontano parente. Ognuno ha i sogni che si merita.
Ha iniziato a lavorare nel 1996 nella città californiana di El Centro, quando il confine col Messico era ancora deserto, aperto e non c’erano muri. Parla spesso degli anni Novanta come di un’epoca «più dura ma più vera» e fin qui non è così diverso da qualsiasi nostalgico sessantenne, ma descrive quel periodo come una scuola di solitudine e violenza, e questo fa un po’ più paura detto da un agente federale.
È noto per uno stile di comando diretto, invasivo, quasi ossessivo, atipico anche per le forze federali americane. Rivede i video delle bodycam uno per uno, valuta le operazioni in base alla velocità, interviene personalmente sulle squadre, premia chi porta risultati immediati, isola chi solleva dubbi procedurali, non ama le catene di comando lunghe, preferisce la presenza fisica ai memo, ritiene che l’attrito con l’opinione pubblica sia un effetto collaterale accettabile, sostiene che la visibilità sia deterrenza.
La sua fama è esplosa quando su ordine dell’amministrazione Trump, la Border Patrol ha iniziato a operare fuori dai soliti confini, in tutti i sensi. Sacramento, Los Angeles, Bakersfield, Chicago, Minneapolis sono entrati nel suo raggio d’azione. Quando l’ICE viene giudicata troppo lenta e troppo metodica, Bovino viene scelto come comandante tattico delle operazioni urbane e di fatto liberato nelle grandi città. Lui parla di «esecuzione mirata», che sembra un po’ l’operazione speciale di Putin. E infattti chiarisce che l’azione non si ferma ai bersagli iniziali: quando si va a prendere qualcuno, chiunque sia considerato irregolare diventa comunque arrestabile. I luoghi scelti non sono casuali: spazi pubblici ad alta visibilità, dai cantieri ai grandi magazzini. Le immagini che vengono girate e riprodotte sono spesso spettacolari: inseguimenti nei parcheggi, blitz notturni, elicotteri, agenti calati dall’alto. A Chicago un’operazione prevede l’inserimento di tiratori scelti sopra un complesso residenziale e Bovino la definisce «di grande successo» e dice di esserne «estremamente orgoglioso».
In televisione e nei podcast ha difeso la scelta di intervenire in comunità lontane dal confine sostenendo che «andiamo dove ci porta la minaccia». A suo dire, le leggi californiane sulle sanctuary cities, che permettono a città e contee di limitare la collaborazione delle forze di polizia locali con le autorità federali dell’immigrazione «creano un clima di illegalità». E sostiene che «siamo noi, e solo noi, ad applicare le leggi sull’immigrazione».
Come il suo presidente, Bovino parla per slogan, frasi corte, facilmente riproducibili. Il motto che lo ha reso riconoscibile nasce durante un’operazione in California: «Siamo qui e non ce ne andremo da nessuna parte». Lo ripete per chiarire che la presenza federale non è temporanea, non è negoziabile e non dipende dal consenso locale, in puro stile trumpiano. «Chi è cittadino o ha uno status legale non ha nulla da temere, chi è irregolare o criminale dovrebbe avere paura».
Nella sua ultima conferenza a Minneapolis, Bovino ha detto che l’operazione federale in corso non ha una scadenza, né un numero-obiettivo, perché l’unica cifra accettabile di immigrati da espellere è «tutti». Ha rivendicato l’arresto quotidiano di «decine, a volte centinaia» di immigrati irregolari con precedenti penali, elencandone pubblicamente i reati e i nomi come prove tangibili della legittimità dell’operazione. Ha accusato apertamente il sindaco e il governatore di aver creato un clima ostile alle forze federali, parlando di agenti «stalkerizzati per ore», di veicoli speronati e di una città diventata terreno favorevole per «anarchici ed estremisti».
Ha difeso l’uso di gas lacrimogeni e munizioni meno letali come «esemplare applicazione della forza minima necessaria», sostenendo che senza quegli strumenti l’alternativa sarebbe stata peggiore. Non fatichiamo a credergli. Alla domanda su bambini fermati insieme ai genitori, ha risposto che non ha «alcun problema morale» se l’arresto di «criminali violenti» comporta conseguenze familiari, perché «rendere l’America più sicura viene prima di tutto». Prima anche dell’umanità. Quando gli è stato chiesto quando l’operazione finirà, ha chiuso la questione con una formula che è già diventata slogan: resteranno finché non ci saranno più «criminali irregolari che girano per le strade», perché la legge, a suo dire, «non è facoltativa»
Al World Economic Forum di Davos il governatore della California, Gavin Newsom, ha detto che Bovino sembra uno che «ha comprato su eBay una divisa delle SS», denunciando il suo operato: «polizia segreta, esercito privato, uomini mascherati, persone che scompaiono, letteralmente, senza giusto processo». Bovino non se l’è presa per il riferimento nazista, né per le accuse di metodi squadristi, ma ha tenuto a precisare che la divisa del Board Patrol ce l’ha da venticinque anni; anzi «dal 1999».