Uccidere per sopravvivereLa logica del massacro che tiene in piedi il regime di Teheran

La quinta rivolta iraniana è stata repressa con la solita ferocia. Il potere degli Ayatollah e dei Pasdaran non è una gerontocrazia in declino: è la dittatura di una classe dirigente forgiata nella rivoluzione, nella guerra e in un’ideologia di morte, oggi saldata da enormi interessi economici

AP/Lapresse

Il regime di Teheran ha reagito con un’estrema fermezza alla quinta rivolta del popolo iraniano. Il blocco di potere di ayatollah e pasdaran non ha mostrato una crepa, un attimo di incertezza e ha scatenato gli apparati repressivi in un massacro che ha fatto migliaia di vittime, non sapremo mai quante.

A fronte di tanta ferocia e di tanta, inusuale, compattezza è bene avere chiarezza su un elemento che da decenni sfugge alla diplomazia europea – sempre tentata dai riti del dialogo – come a quella americana influenzata dai democratici: la leadership iraniana non è affatto composta da una burocrazia marcescente e gerontocratica come quella dell’Urss; non è composta da manager-burocrati formati nelle scuole e nella disciplina di partito come la dirigenza cinese; men che meno è composta da improbabili caudillos o rais d’accatto come le dittature latinoamericane o arabe.

È composta invece da una generazione di leader nati in una rivoluzione e cresciuti combattendo per anni una guerra feroce che ha fatto mezzo milione di morti.

Il regime iraniano costituisce un unicum al mondo perché il nucleo del suo vertice – che ovviamente è inquinato da burocrazia e corruzione, come è fisiologico – è stato plasmato da una militanza e da un’ideologia collettiva prima rivoluzionarie e poi di una lunga guerra irredentistica. In altre parole, tutti i centri di comando e di decisione sono occupati da una generazione di uomini che in una prima fase, quando avevano 18-20 anni, hanno partecipato convintamente alla rivoluzione khomeinista. Immediatamente dopo, già nella primavera del 1979, molti di loro si sono fatti le ossa nella repressione sanguinosa della ribellione del Kurdistan che chiedeva l’autonomia. Poi hanno partecipato all’occupazione dell’ambasciata americana e della presa degli ostaggi e subito dopo, per otto anni a partire dal 1980, hanno svolto ruoli militari dirigenti in prima linea nella lunga guerra contro l’Iraq. Il tutto – questo sfugge in Occidente – in una convinta, ferrea dimensione apocalittica, nella fede profonda che queste stragi preludano alla venuta in terra del Mahdi, il messia, il salvatore che spargerà giustizia sull’umanità prima della fine del mondo.

Quella guerra per i primi due anni ha avuto una dimensione difensiva, nazionalista, per frenare l’invasione irachena, finanziata dall’Arabia Saudita, per difendere la rivoluzione. Infatti, quell’invasione aveva il compito dichiarato di soffocare sul nascere la rivoluzione islamica. I successivi sei anni, invece, quella generazione di militanti islamici li ha spesi per combattere nel nome della consegna urlata da Khomeini: «Esportiamo la rivoluzione islamica in Mesopotamia e poi fino a Gerusalemme». Il tutto – altra novità assolutamente non compresa in Occidente – accompagnato da un’ideologia di morte che esalta il martirio, sconosciuta sinora dall’Islam politico, se non da qualche setta marginale.

Dare e ricevere morte, per questa generazione della nuova élite iraniana è stato ed è esaltante, in un clima politico e culturale funereo.

Fallito nel 1988 tale obiettivo di espansione della rivoluzione, morto Khomeini, temprati da una decina d’anni di intensa militanza, di continue decisioni gravi e pesanti prese, da una maturazione decisionale e professionale eccellente, quei militanti, sempre sorretti da una forte ideologia rivoluzionaria in cui credevano, perché gli aveva fatto vincere una rivoluzione, hanno occupato i gangli decisionali dello Stato.

Il loro obiettivo strategico non è mutato, è quello di tutta la loro vita ed è quello indicato da Khomeini: esportare la rivoluzione islamica. Da qui, la tessitura dell’Asse della Resistenza: l’alleanza terroristica con Hamas, Hezbollah, gli Houthi e i Kataeb Hezbollah iracheni. Il pogrom di ebrei del 7 ottobre 2023 è stato l’apice operativo di quel patto di morte.

Questo, per quanto riguarda il processo di formazione della crudele e peculiare forma mentis della dirigenza iraniana, impregnata di un mix tra cultura di morte e mito rivoluzionario. I nomi di questi rivoluzionari-leader sono tanti, i più conosciuti sono Mahmoud Ahmadinejad e Qasem Soleimani, le due eminenze nere: Bagher Galibaf, sessantaquattro anni, presidente del Majlis, ex generale dei pasdaran, a suo tempo in prima fila nel massacrare la rivolta curda e Ali Larijani, filosofo, ex generale dei pasdaran, membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale: sono loro i due dioscuri che hanno accompagnato Ali Khamenei nella scelta di massacrare migliaia di manifestanti per proteggere la rivoluzione.

Ma questa generazione di combattenti rivoluzionari, tutti collocati oggi ai vertici dei Pasdaran e dello Stato, ha vissuto contemporaneamente anche un’altra esperienza: ha accumulato un enorme potere economico, oltre che politico.

Seguendo l’identico modello delle SS naziste e dell’economia di guerra hitleriana, il corpo dei Pasdaran ha infatti via via assunto il controllo societario di non meno del 30-40 per cento del Pil dell’economia iraniana a cui si deve aggiungere il venti per cento del Pil direttamente destinato alle spese militari vere e proprie. Nel complesso quindi, più del cinquanta per cento del Pil è controllato direttamente dai vertici dei Pasdaran. Tutte le società che controllano le aziende dell’industria militare, missilistica, nucleare, di fabbricazione di droni, di telecomunicazioni, di grandi impianti e di trasporti, dei porti, sono controllate dai generali Pasdaran attuali o del passato.

Questi leader rivoluzionari, intrisi di ideologia, sono diventati anche manager, o comunque membri di una ristretta consorteria che controlla un grande potere economico. Potere che viene indirizzato verso l’esportazione della rivoluzione e non a favore delle necessità del popolo iraniano.

In questo contesto, il meccanismo delle sanzioni internazionali e la conseguente necessità di eludere il boicottaggio con ardite triangolazioni internazionali, ha fatto crescere poi un ceto di affaristi iraniani specializzati in corruzione internazionale con un grande giro di denaro in nero e di riciclaggio nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari.

Questo nuovo ceto sociale, che garantisce peraltro la sopravvivenza economica del Paese e le forniture, è entrato in contatto per ovvie meccaniche decisionali con il nucleo dirigente storico degli ayatollah e dei Pasdaran, lo ha lambito, lo ha corrotto. Dunque, quella generazione di dirigenti che si è formata nella rivoluzione e nella guerra, intrisa di ideologia, tutta tesa a esportare la rivoluzione, oggi ha anche molti soldi, è ricca, opulenta. Non difende solo la rivoluzione islamica, difende il proprio patrimonio con la cinica crudeltà del militante rivoluzionario. Da qui la solidarietà, la complicità e la compattezza del regime. Da qui le stragi.

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