L’ultimo imperatore Il glamour di Valentino, e l’ennesima triste fine del mondo di prima

È morto a Roma lo stilista che è stato uno dei grandi del nostro Novecento, uno di quelli che vivevano di talento e non di consenso, uno di quelli che non li fanno più

Valentino Garavani, aveva 93 anni / Lapresse

Sì, certo: il rosso, la couture, l’abbronzatura permanente, il troppo che non è mai troppo, Milano (che detestava), McDonald’s (che come si permetteva), il roseto a Wideville, i Picasso comprati dal sarto di Pablo che viveva a Milano, gli Warhol in barca, Jackie Kennedy, Voghera ombelico del mondo, Farah Diba, far mettere a Julia Roberts il vestito usato di Lorella Cuccarini, i cinque carlini che sull’aereo privato lasciano in piedi le assistenti occupando un divanetto – tutto importante da raccontare, per carità, ma io comincerei da «Assssssolutamente no». 

Ci sono due prodotti culturali che tutti da anni provano vanamente a riprodurre. Uno è “Open”, l’autobiografia di André Agassi. Non c’è anno in cui qualche editore non si offra di coprire d’oro qualche romanziere di prestigio per fare da autore alla vita d’un qualche sportivo famoso. Come se bastasse essere uno sportivo famoso, per avere la potenza della storia di Agassi. 

L’altro è “Valentino – The last emperor”, il documentario irresistibile che a chiacchiere tutte le persone famose vorrebbero venisse realizzato su di loro, ma in pratica nessuno – di certo nessuno sotto gli ottant’anni – ha quella mistura di fiducia nella propria infallibilità, senso dell’umorismo, delirio d’onnipotenza, mancanza di paura del giudizio, capacità di sembrare ignaro della telecamera che aveva Valentino Garavani, nato nel 1932 a Voghera e morto ieri a Roma. 

(Un giorno ci vorrà un documentario su Voghera, mai calcolata provincia del nord dove nel giro di due anni e mezzo nasce tutto il glamour del Novecento italiano: Alberto Arbasino e Valentino Garavani). 

«La gente deve stare in ginocchio davanti a me», dice a un certo punto Valentino in “The last emperor”. Lo dice mentre la troupe è alle sue spalle a rispettosa distanza, lo dice come lo pensano tutti gli uomini di potere, tutte le persone di successo, tutti i personaggi famosi, ma lo dice sapendo benissimo di venire ripreso e lo dice senza pretendere dopo che venga tagliato dal montaggio finale. Quella roba lì l’abbiamo persa, perdiamo gli ultimi frammenti man mano che muoiono gli ultimi grandi del mondo di prima, quelli che non avevano paura che poi sui social qualcuno chiedesse la loro testa, quelli che vivevano di talento e non di consenso, quelli che non commissionavano sondaggi per sapere come venivano percepiti dall’opinione pubblica. 

Quella roba lì l’abbiamo persa assieme ai Valentino che, scriveva ventun anni fa Michael Specter sul New Yorker, non saprebbe distinguere la rete di internet da una per pescare le aragoste. Non abbiamo perso, come credono gli osservatori più stolidi, l’arroganza e il potere e i brutti caratteri e gli imperi: abbiamo perso la possibilità di osservarne i meccanismi non sterilizzati e resi presentabili, di poterne sbirciare i dettagli se non per qualche cellulare che ruba una gaffe. 

Quando andò a promuovere il documentario da Fazio, Valentino raccontò che alla proiezione al festival di Venezia si era sentito «dans mes petits souliers», che non era il film che voleva, che ci aveva messo molte visioni a convincersi. «Valentino non è spontaneo: le sorprese gli dispiacciono», scriveva Specter. È sicuramente una coincidenza se, ora che siamo pieni di gente che affetta spontaneità, non c’è più niente di sorprendente. 

Ho promesso a me stessa di mettere da parte la formula «è morto il Novecento» fin quando – tra centodue anni – morirà Paul McCartney, però capite anche voi che Armani e Valentino nel giro di quattro mesi ha qualcosa di simbolico e qualcosa di pratico. Ieri pomeriggio mi stavano raccontando dell’ennesima contrazione del mercato pubblicitario, e tra un «sai, nella moda stanno tagliando» e l’altro è arrivata la notizia della morte di Valentino. Ho detto «è finito tutto», ma nessuno mi ha dato retta, perché ormai dico «è finito tutto» più spesso di «cosa c’è per cena». 

Chi sa qualcosina di moda sa chi è Giancarlo Giammetti. Giammetti il cui ufficio romano era il triplo di quello di Valentino, perché «tu devi solo disegnare, io devo intimidire gli interlocutori». Giammetti per cui Valentino si commuove ricevendo la Legion d’onore, nel dire «mais ma gratitude et mon amitié vont particulièrement à monsieur Giancarlo Giammetti». Giammetti che «est resté toutes ces années à mon côté». Giammetti che dice che Valentino non ringrazia mai, e invece guardalo che piange, guarda che affetto, guarda che fotogenia. 

Nel documentario di Tyrnauer, Valentino e Giammetti costituiscono una fantastica coppia comica, e Valentino sceneggia in diretta la storia a seconda della lingua che parla. Per esempio, la sottotrama del vestito bianco (il documentario segue, oltre alla celebrazione romana per i quarantacinque anni di carriera di Valentino, la cessione al gruppo Marzotto e il ritiro di Valentino come stilista di Valentino, la preparazione dell’ultima sfilata parigina). 

«Ieri mattina mi son svegliato e c’avevo un abito che mi stava sullo stomaco», dice l’imperatore a Giammetti, in italiano. Lo fa disfare e rifare dalle sarte, e poi le incita ad ammirare la riuscita del rifacimento, ma in inglese, a beneficio di Tyrnauer: «You did the màiracol of the collection». Valentino non era estremista come Armani nel rifiutare l’inglese, ma era della generazione che a scuola aveva studiato francese, che sapeva che era quella la lingua dell’eleganza, e che trovava un pochino ridicoli noialtri che riteniamo di doverci mimetizzare coi parlanti nativi di Boston. 

Carlo Vanzina raccontava che i suoi genitori a tavola parlavano in francese per non farsi capire dalla cameriera. Della sfilata col vestito bianco, Valentino vede all’ultimo la scenografia fatta di dune, e dice a Giammetti che, se l’avessero avvisato, avrebbe preparato tutt’altra collezione: che senso ha sulla sabbia quella sfilata di abiti da sera romantici, ci vuole Marilyn Monroe col secchiello da spiaggia. Glielo dice in francese, perché una cosa che quest’uomo del mondo di prima aveva capito benissimo è il debole del pubblico per il buco della serratura: lo vedremo dire questa cosa in una lingua che non è quella del resto del documentario, e lo capiremo lo stesso perché ci saranno i sottotitoli, ma c’illuderemo d’aver visto un dietro le quinte cui non avremmo dovuto avere accesso. 

(Poi la vicenda del vestito bianco non finisce al màiracol, ma il resto non ve lo voglio guastare, “The last emperor” dovete vederlo, anche solo per vedere come Valentino s’innervosisce quando gli dicono che sembra da quel vestito manchino due balze non per scelta, la piazzata da soubrette, «il più bel vestito della collezione, stan facendo un casino incredibile», lo stesso abito che non molti giorni prima gli stava sullo stomaco). 

La scena che tutti ricordano di “The last emperor” è quella in cui Valentino dice «non mettiamo nessuna nana», parlando di chi far sfilare. Chissà se una celebrità di questo secolo sarebbe più terrorizzata di far uscire quella frase o «Camminare una donna con l’abito lungo, dove vedi lo spacco dietro, e gli vedi le caviglie e la gamba e le scarpe viste da dietro è la cosa più oscena che abbia mai visto e non l’ho mai fatto in tutta la mia vita». Detto provando un abito rosso. Il documentario offriva anche «Basta con l’abito rosso, i vestiti più stupidi, più semplici sono i rossi». Oggi gli addetti al marketing minaccerebbero di tagliuzzarsi le cosce, come sarebbe vuoi rinnegare le basi, il rosso Valentino, l’identità del marchio. 

Il più bel ritratto di Valentino l’ha pubblicato il New Yorker nel 2005, poco più d’un anno prima che Matt Tyrnauer iniziasse a girare il suo documentario. Valentino non ha ancora ceduto il marchio, è ancora lo stilista di Valentino, è rimasto l’ultimo assieme ad Armani: nessun altro degli storici marchi novecenteschi, da Dior a Chanel a Saint-Laurent, è più disegnato da chi ha dato loro il nome. Ha 73 anni, è stanco, non ha intenzione di ritirarsi, anche se «il mondo ora è diverso, le signore non si cambiano quattro volte al giorno».  

A un certo punto di “The kingdom – In the court of Valentino”, l’imperatore dice che purtroppo non potrà lavorare per due giorni perché «mi hanno chiamato da Wideville, è incredibile quel che è successo». Wideville è la sua tenuta in Francia, l’articolista teme sia morto qualcuno, ma no, l’urgenza è assai più urgente: «C’è stata un’esplosione di rose. Sono migliaia. Centinaia di migliaia. Devo andare. Ci sono molte cose che nella vita si devono fare, ma non si possono ignorare le rose. Quando esigono di essere viste, non si ha scelta». 

A Wideville c’è una cena per la quale Valentino fa arrivare le mozzarelle da Napoli, perché gli sembra inconcepibile servirne d’altra origine. Solo che è il 7 luglio 2005, ci sono stati gli attentati nella metropolitana di Londra, il traffico aereo sull’Europa è stato interrotto. Le mozzarelle tardano. Un ospite importante non è stato calcolato. Per fortuna c’è il calligrafo pronto a rifare i segnaposto per la nuova disposizione degli invitati. C’è il lieto fine (anche per le mozzarelle), ma che pathos. 

Qual è il vestito più famoso di Valentino? Quello che Jackie indossa per sposare Aristotele Onassis? Quello con cui Farah Diba lascia per sempre la Persia assieme allo scià? Quello con cui Julia Roberts vince l’Oscar per “Erin Brokovich” e con cui otto anni prima Lorella Cuccarini aveva condotto Sanremo? Quello con cui Cate Blanchett vince l’Oscar per “The Aviator” e per la cui esclusiva, promessa all’attrice da quello che per Valentino trattava con le celebrità a Los Angeles, Valentino s’indispettisce, «come sarebbe non diamo un vestito a Gisele Bündchen, datele un vestito»? (All’epoca Gisele stava con DiCaprio, quindi stesso film, stesso settore della platea). 

La più bella scena di Valentino non l’ho vista ma la immagino da quarant’anni. Quarant’anni fa aprì il primo McDonald’s italiano, in piazza di Spagna. Protestarono, per l’orrenda americanizzazione dello storico centro di Roma, intellettuali e uomini di spettacolo. Ebbero anche la solidarietà di Clint Eastwood, all’epoca sindaco di Carmel e contrario alle multinazionali. Ma, tra coloro che protestavano, l’unico a farlo per una ragione sensata era Valentino, il cui atelier di piazza Mignanelli si sarebbe ritrovato con la seta impregnata dagli effluvi del pollo fritto. 

La prima frase di Valentino che si sente in “The last emperor” è «Assssssolutamente no». Ventun anni dopo quel ritratto sul New Yorker, la figlia di Michael Specter lavora all’edizione americana di Vogue. Quando è morta Brigitte Bardot, la donna al cui gusto i giornali di moda degli ultimi sessant’anni devono tutto, ha scritto un articolo per condannare le sue posizioni politiche e la sua morale e invitarci a non prescinderne nel giudicarla. Mi sono chiesta se Valentino avrebbe voluto vivere in un mondo in cui non solo le signore non si cambiano quattro volte al giorno, ma facciamo l’esamino di etica politica alla bellezza. Mi sono risposta: assssssolutamente no. 

X