Garantire a ogni bambino un’istruzione di qualità, indipendentemente dal contesto familiare o sociale, resta una delle sfide più complesse dell’Unione Europea. Nela Riehl, eurodeputata tedesca di Volt Europa e presidente della Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo, è convinta che l’accessibilità all’educazione non possa più essere trattata come una questione marginale o esclusivamente nazionale. «Non dovrebbe importare dove si nasce o quanto guadagnano i genitori», sostiene. «Ogni bambino deve avere pari opportunità di apprendimento».
Per Riehl, parlare di accessibilità significa andare oltre il semplice diritto formale all’istruzione. «Garantire l’accesso non basta», spiega. «Servono sistemi di supporto reali per chi proviene da contesti più svantaggiati, altrimenti molti bambini rischiano di non completare gli studi». È qui che emergono le barriere più difficili da abbattere, soprattutto per i minori con background migratorio o in condizioni di povertà.
La prima è linguistica. «I bambini migranti hanno bisogno di corsi di lingua integrati nel normale percorso scolastico, non relegati al doposcuola», osserva Riehl. Poi c’è il nodo dell’istruzione prescolare. In Paesi come la Germania, non tutti i bambini hanno accesso all’asilo nido prima dei tre anni, con conseguenze evidenti per chi non parla la lingua del Paese ospitante. A questo si aggiunge la povertà materiale, che limita l’accesso a libri, strumenti digitali, gite scolastiche e attività extracurriculari, elementi spesso decisivi per lo sviluppo educativo.
Formalmente, l’istruzione resta una competenza nazionale. Ma secondo Riehl il Parlamento europeo ha comunque un ruolo cruciale nel ridurre le disuguaglianze tra Stati membri. «Attraverso programmi come Erasmus+ o il Fondo sociale europeo possiamo influenzare le strategie educative, promuovere inclusione e accessibilità e sostenere progetti transnazionali», spiega. Il lavoro parlamentare passa anche dalla raccolta di dati, dal dialogo con gli stakeholder e dalla redazione di raccomandazioni rivolte alla Commissione e al Consiglio.
Al centro del sistema restano gli insegnanti. Riehl parla anche per esperienza personale: prima di entrare in politica, ha lavorato come docente. «Il fattore più importante è il tempo», afferma. «Più tempo un insegnante può dedicare a ogni bambino, migliori sono i risultati». Questo significa classi meno affollate e più personale, non solo corsi di formazione aggiuntivi. «La formazione è utile, ma senza tempo a disposizione anche il miglior corso resta teorico».
Un altro terreno cruciale è quello dell’educazione digitale. La pandemia ha mostrato quanto gli strumenti tecnologici possano ampliare le opportunità di apprendimento, ma anche quanto rischino di accentuare le disuguaglianze. «Dipende tutto dall’implementazione», avverte Riehl. «Se solo chi è già privilegiato può beneficiare del digitale, il divario cresce». La sfida, secondo l’eurodeputata, è progettare un’educazione digitale davvero inclusiva, accessibile e orientata all’apprendimento permanente, non limitata alla distribuzione di dispositivi.
Per rafforzare il coordinamento tra Paesi, l’Unione può puntare su finanziamenti mirati e sulla condivisione delle best practices. Programmi come Erasmus+, ESF+ e CERV dimostrano che i progetti transnazionali funzionano, soprattutto quando si basano su dati solidi e su un confronto strutturato tra sistemi educativi diversi. «La cooperazione europea», sottolinea Riehl, «può ispirare interventi efficaci anche a livello nazionale».
Guardando al futuro, le priorità sono chiare: un dibattito politico più onesto sul funzionamento dei sistemi educativi, investimenti adeguati per garantire standard sociali elevati e una lotta più decisa contro ogni forma di discriminazione. Iniziative come la “Union of Skills” o un Erasmus davvero accessibile a tutti possono diventare strumenti concreti di uguaglianza. «Ogni giovane europeo dovrebbe poter partecipare», conclude Riehl, «senza barriere economiche o burocratiche».