Se mi denunci non valeLe accuse contro Julio Iglesias, e il poster strappato della mia infanzia

Le denunce contro il cantante costringono a guardare in faccia un idolo di gioventù ormai irriconoscibile. E non è una storia di spettacolo né di MeToo, ma di un padrone delle ferriere che molesta la servitù

AP/Lapresse

Tra le cose che alle generazioni precedenti non potevano accadere, c’è quella che mi accingo a fare qui: scrivere un articolo su un poster sfregiato della mia infanzia. Non è solo che i nostri genitori non avessero tecnicamente i poster: è che anche la metonimia – i loro idoli di gioventù – in genere moriva prima di guastare il proprio ricordo.

Mia zia non avrebbe potuto scrivere del declino di James Dean nella realtà o nella percezione: James Dean morì ventiquattrenne, lasciandola con un buon ricordo. Adesso viviamo tutti trecento anni, e tra i portati dell’allungamento della vita c’è, orrore e raccapriccio, l’estensione di quel crampo della ragionevolezza che è la sessualità (sì, questa è una storia di stupro; no, l’obiezione che lo stupro non sia una categoria del sesso è respinta: l’erezione è la stessa).

Nella mia cameretta alle medie c’era il poster di uno del quale le mie amiche dicevano «ma è un vecchio!», esattamente come avrebbero detto dei miei fidanzati al liceo, e in effetti non avevano tuttissimi i torti: Julio Iglesias aveva tre anni meno di mio padre.

Significa che quando ero alle medie aveva quarant’anni, che ora è l’età d’una giovane promessa ma negli anni Ottanta, negli spietati anni Ottanta, era appunto «ma è un vecchio». È la prima cosa che ho pensato ieri pomeriggio, quando l’uomo la cui biografia (“Carisma”, pubblicata l’anno scorso da Ponte alle grazie) sta sul mio comodino, l’uomo le cui canzoni so ancora a memoria sia in italiano sia in spagnolo (Julio era una star internazionale, Julio incideva in tre lingue), quando quello che quarant’anni fa già sembrava alle mie coetanee un vecchio si trovava in nove diversi articoli sulla homepage di El Diario.

Apertura, con occhiello “Investigación Julio Iglesias”: “Due donne denunciano Julio Iglesias alla procura nazionale per violenza sessuale e sfruttamento”, e subito sotto un altro pezzo il cui titolo riassume per chi non abbia tempo di leggere gli articoli: “Ex lavoratrici nelle sue magioni accusano il cantante di violenza sessuale nel 2021”.

Boxini laterali: “Rebeca, ex dipendente di Iglesias: mi sentivo obbligata a farlo senza l’opzione di dire di no”, e “Tre anni di indagini per mettere Iglesias in questo titolo” (El Diario sta a Iglesias come Repubblica a Berlusconi: fanno gli articoli su quanto sono stati bravi ad aver fatto altri articoli).

Sotto, altri quattro articoli. Moncloa (che è come quando da noi titolano “palazzo Chigi”) chiede non ci sia margine d’impunità; la presidente della regione dice che Madrid «non contribuirà mai a discreditare il cantante più universale» (ma universale può avere un superlativo?); l’editore spagnolo di “Carisma” prepara una nuova edizione in cui compaiano le accuse; l’immancabile podcast: “La casa de Julio Iglesias: el terror”.

Sotto ancora, il partito socialista che chiede a Madrid di ritirare le onorificenze a Iglesias, e la tv che – guardate come siamo bravi – riprende la nostra inchiesta.

Non so se siano vere le accuse della cameriera e della fisioterapista che, impiegate nelle case di Iglesias alle Bahamas e nella Repubblica Dominicana, raccontano un clima di terrorismo psicologico che nel caso della prima comportava veri e propri stupri, e in quello della seconda palpeggiamenti e molestie verbali. In entrambi i casi, un atteggiamento dal quale il poster di quand’ero piccola si asteneva, dice l’accusa, solo quando c’era la moglie (un giorno bisognerà occuparsi di questo aspetto qui della dialettica tra i sessi: mariti adulti per cui le mogli sono madri davanti alle quali comportarsi meglio).

Vale quel che valeva per il MeToo, ovvero che le accuse sessuali non dovrebbero essere diverse dalle altre, e nessuno dovrebbe essere ritenuto colpevole in assenza di prove. Però vale anche un’altra cosa, che rende questa storia distantissima dal MeToo. So che, tra i molti cascami di quel movimento, ce n’è uno (il più sbagliato) che nega la possibilità di fare gerarchie tra le vittime e tra i traumi.

Però, per quanto non piaccia alle pensatrici da Instagram, una gerarchia tra gli orrori c’è, e dirti che non diventerai una star del cinema se non ti sdrai sul divano del produttore non è neanche lontanamente grave quanto quel che si ipotizza accadesse in casa Iglesias: che il padrone di casa imponesse i propri capricci sessuali alla servitù.

Questa storia non è, se non per l’accidentale mestiere dell’uomo ricco che si comporta male, una storia di mondo dello spettacolo. L’Iglesias raccontato da El Diario non è come il regista che al provino ti fa capire che, se gliela dai, la strada per l’Oscar è spianata: somiglia assai più al padrone della fabbrica che mette le mani sul culo all’operaia.

Certo, le canzoni restano (ce lo spiegava “La vida sigue igual”, la canzone con cui cominciò la carriera di Julio Iglesias), e quindi è difficile raccontare questa storiaccia senza canticchiare: te lo vedi, Julio, con le manette ai polsi, che gorgheggia «non ti sembra un po’ caro il prezzo che adesso io sto per pagare».

«Le opere restano, le persone se ne vanno», diceva in quella prima canzone. “Carisma” lo racconta mandato a calci dal suo manager sul palco d’un festival, nel 1969, raggelato e immobile all’idea di cantarla in pubblico. L’autore della biografia, Ignazio Peyró, gli attribuisce una frase detta ripensando a quell’esperienza: «Sento come una lontana pietà per me stesso».

Le opere restano e quindi posso continuare a cantare che la valigia sul letto è quella di un lungo viaggio; ma anche che sono un pirata e sono un signore, professionista nell’amore (quella canzone lì conteneva il verso «ma non confondo il sesso con l’amore», che spero la difesa non abbia la tentazione di adoperare nella sua arringa); ma anche la vera ragione del culto di Iglesias nella casa in cui sono cresciuta: una cugina che viveva con noi si chiamava come un famoso brano di Iglesias, “Manuela”.

Però per il poster è un problema, perché è da ieri che continuo a chiedermi come sia possibile che l’uomo che quarant’anni prima le mie amichette già consideravano un vecchio avesse, quarant’anni dopo, ancora l’energia di stuprare. È uno degli svantaggi del Viagra? Tra le migliorie donateci dal progresso medico, ottantenni stupratori?

Non lo so, magari è innocente. Però ieri, quando ho aperto il sito di El Diario, in cima alla pagina c’erano due foto. Una era l’ingresso della procura nazionale. L’altra ci ho messo un po’ a capire che ritraesse Julio. Ormai ottantaduenne e identico, preciso, pittato, spiccicato a Silvio Berlusconi.

«Pur di stare vicino a te farei pazzie», cantava in “Pensami”, che da oggi come minimo verrà considerata il manifesto d’un maniaco sessuale. Il sex symbol della mia infanzia se ne è andato, le canzoni son rimaste, e io sento come una lontana pietà per la me stessa col poster di Julio.

X