Robert Reich è un inguaribile ottimista e, al tempo stesso, un lucido pessimista. È un democratico di lungo corso, eppure un critico severo degli errori del suo partito e delle illusioni di una generazione. È un economista, ha insegnato Public policy a Berkeley, è stato ministro nella prima amministrazione Clinton. Adesso a 79 anni suonati si è messo a martellare Donald Trump un giorno dopo l’altro nella maniera più moderna che esista, con una newsletter su Substack tra le più seguite in America.
Quell’“adesso” è a esser sinceri inappropriato, perché Reich ha cominciato in tempi non sospetti a mettere in guardia sul neo-fascismo di Trump. Già un anno fa (proprio il 26 gennaio), per dirne una, dava il titolo “la battaglia finale” alla sua newsletter: la vittoria dei Maga era ancora lontana, lui scriveva di Trump e di un Partito Repubblicano «ansiosi di abbandonare la democrazia e lo stato di diritto per ottenere il potere».
L’agire del professor Reich, però, è particolare nelle modalità, che sono quelle del divulgatore, dell’educatore, dell’insegnante. Reich “combatte” il nemico dopo averlo studiato, infine compila elenchi di cose da fare, di modalità operative e il più delle volte chiede ai suoi lettori di aggiungerne altre, come se fossero studenti alle prese con un paper condiviso.
Il 15 gennaio scorso, per esempio, il titolo era “Come mobilitare l’America contro il fascismo”. Dritto per dritto. Reich prevedeva che «la devastazione a Minneapolis peggiorerà e si estenderà altrove» (Alex Pretti non era ancora stato ucciso), e invitava a non aspettare che il Partito Democratico trovasse il coraggio di agire o che quello Repubblicano riscoprisse l’integrità perduta. «Stiamo andando oltre la politica di partito» era la conclusione, poi giù con una lista di cose che «puoi fare anche tu».
Roba del genere: «Mobilita i tuoi datori di lavoro, le organizzazioni o qualsiasi gruppo di cui fai parte, fai in modo che usino la loro influenza per porre fine a questa barbarie; organizza i tuoi colleghi, studenti, fedeli e chiedi loro di aiutarti a fare pressione su amministratori, dirigenti di grandi università, associazioni professionali, enti di beneficenza, fondazioni, su ogni amministratore delegato d’azienda, ogni leader religioso; incoraggia chiunque abbia un’autorità formale in questa nazione a parlare con chiarezza e convinzione contro ciò che sta accadendo, aiutali a capire che il silenzio di fronte a questa catastrofe è complicità». Ancora: «Le aziende e le banche che si vantano delle proprie responsabilità nei confronti dei consumatori americani hanno un ruolo speciale». E giù con l’elenco, da Patagonia a JP Morgan Chase.
«Dobbiamo sentire anche i leader delle grandi fondazioni americane che, dopotutto, esistono per perseguire l’interesse pubblico». E vai con un altro elenco: Ford, Rockefeller, Carnegie, Bill e Melinda Gates, J. Paul Getty, Robert Wood Johnson, Kellogg. «Abbiamo bisogno che i leader religiosi americani condannino questa brutalità», senza dimenticare le grandi organizzazioni non profit e ogni sindacato: «I loro dirigenti denuncino quanto sta accadendo (…) Tutti devono usare la propria voce e la propria influenza in questa lotta, perché nessun’altra lotta è così cruciale in questo momento della storia dell’America e del mondo».
Ecco, dei vari prontuari che Reich compila ce n’è uno, in particolare, che può essere utile anche a chi come noi dall’Europa osserva, si interroga, senza per forza dover prendere parte. Lo ha pubblicato una settimana fa ed enumera i quattro assiomi utili per comprendere Trump. «Uno: qualunque cosa lui sostiene che sia un fatto, è una sfrenata esagerazione oppure una sfacciata bugia. Ignorala. Due: qualunque cosa attribuisca ad altri, è qualcosa che Trump ha già fatto. Proietta come un matto, accusa gli altri di ciò che teme scoprano di se stesso. Tre: qualsiasi cosa bolla come una fake news è, invece, un fatto che non vuole che tu sappia. Prestagli maggiore attenzione. Quattro: ogni volta che attacca una fonte di informazione – un sondaggio, un’inchiesta, un rapporto – è perché contiene una verità che lo preoccupa. Condividila».
L’assioma è una verità evidente, indiscutibile. È ovvio che per quanti riterranno tali i quattro principi di Robert Reich, altri obietteranno. Come è ovvio che non sia certo merito delle sue metodiche chiamate alle armi se adesso Greg Bovino e le squadre dell’Ice hanno ceduto il passo a Minneapolis, ma l’anima sopita dell’America deve in fondo aver dato ascolto a quelli come lui.
Nella newsletter di ieri Reich faceva il punto, anche stavolta un po’ lucido pessimista, un po’ inguaribile ottimista: «Ci sono due modi di vedere ciò che è successo a Minneapolis. Due diversi punti di svolta per l’America. Entrambi potrebbero essere veri: stiamo andando verso lo stato di polizia fascista di Trump e al tempo stesso verso una nuova era di comunità e solidarietà. Il secondo è la conseguenza del primo».