Magnifica ossessionePerché Trump ha trasformato Minneapolis in un bersaglio politico nazionale

Il presidente degli Stati Uniti vuole rendere la città del Minnesota il nemico perfetto per alimentare la sua narrazione. Ma la morte di Alex Pretti rischia di rivelarsi un boomerang difficile da gestire

LaPresse

Minneapolis non è la prima città che viene in mente quando si pensa agli Stati Uniti. Non è New York, non è Los Angeles, non è Chicago. Senza Google a portata di pollice quasi nessuno saprebbe indicarla con precisione su una mappa, dire se sta più a est o a ovest di quell’idea vaga che è il Midwest, per noi europei. Ancora meno persone saprebbero associare a Minneapolis i suoi cittadini più illustri, i fratelli Coen, Prince, figuriamoci George Floyd, il cui brutale omicidio ad opera della polizia ha dettato la cronaca mondiale per settimane, nel 2020. Siamo imbevuti di cultura americana, ma Minneapolis resta una macchia sfocata ed è difficile capire perché Donald Trump abbia scelto proprio questa città come bersaglio retorico quando parla di disordine e nemici interni. 

Perché una città lontanissima dalle coste liberal viene dipinta dal presidente degli Stati Uniti come se fosse il cuore ribelle dell’America urbana? Ed è ancora più difficile capire perché proprio lì l’ICE, l’agenzia federale incaricata di far rispettare le leggi sull’immigrazione, abbia deciso di andare a caccia dell’immigrato, come se Minneapolis fosse una metropoli caotica e ingestibile, una cloaca da ripulire.

Minneapolis è stata scelta da Trump perché è un’eccezione, la sintesi di un’America diversa dallo stereotipo: in gran parte bianca, moderata e integrata nei circuiti produttivi del paese, ma che vota democratico. Un luogo dove convivono welfare e mercato, sperimentazione culturale e amministrazione efficiente. È una città del Midwest che non corrisponde all’idea tradizionale di Midwest. Ammettere che questo modello possa esistere significherebbe ammettere che la narrazione trumpiana di un’America divisa irrimediabilmente tra élite urbane distanti e popolo è falsa, o almeno parziale.

Le Twin Cities, Minneapolis e St. Paul, formano una delle aree urbane più istruite degli Stati Uniti, con università pubbliche forti e fondazioni filantropiche influenti. Il suo Stato, il Minnesota, ha una lunga tradizione di amministrazione progressista, nata dall’eredità degli immigrati nord-europei arrivati tra Ottocento e Novecento. Da lì deriva un’idea molto radicata di stato attivo, servizi pubblici e responsabilità collettiva. Una piccola Svezia. 

Dalle elezioni del 1972 il Minnesota ha votato stabilmente il candidato del Partito democratico alla presidenza, rimanendo fieramente un Blue State anche quando la mappa si colorò tutta di rosso nell’elezione stravinta da Ronald Reagan nel 1984. Non è un caso che nel 2024 Kamala Harris abbia scelto il governatore Tim Walz come candidato vicepresidente. Walz incarnava un profilo preciso: ex militare, ex insegnante, governatore di uno stato del Midwest capace di vincere sia nei centri urbani sia in ampie aree rurali, un tentativo esplicito di parlare a quell’America “normale” che i Democratici avevano progressivamente perso. Quelle elezioni Trump le ha stravinte, ma non in Minnesota, dove Walz è rimasto poi governatore.

Negli anni Ottanta, Minneapolis è diventata un centro musicale globale senza passare da New York o Los Angeles. Il Minneapolis Sound, costruito attorno a Prince, ha imposto un modello inedito nell’industria americana: musicisti neri e bianchi che lavoravano nello stesso circuito, producevano per gli stessi artisti e parlavano allo stesso pubblico, in un mercato ancora rigidamente segmentato per generi e per etnia. Ma a definire in profondità il carattere della città è stata anche la sua scena punk e hardcore, una rete culturale alternativa fatta di spazi autogestiti, etichette indipendenti e persone abituate a organizzarsi da sole e a diffidare dell’autorità imposta dall’alto.

A questo strato culturale si è aggiunto dagli anni Novanta in poi una trasformazione demografica peculiare. L’area metropolitana ospita la più grande comunità somala degli Stati Uniti, cresciuta grazie ai programmi federali di reinsediamento dei rifugiati. Molti sono arrivati legalmente, hanno trovato lavoro e hanno messo radici. Il Minnesota offriva scuole pubbliche funzionanti, un sistema sanitario più accessibile e opportunità di lavoro reali, una combinazione rara negli Stati Uniti.

Il terreno era già fertile, quello del Minnesota nice, che non è il falso e cortese piemontese, né la gentilezza galante e appariscente del sud degli Stati Uniti. È un codice non scritto di moderazione nei toni, evitamente nel conflitto diretto, cooperazione pragmatica e forte senso comunitario. Ancora una volta, una piccola Svezia. Questa attitudine ha plasmato la politica, l’amministrazione pubblica e persino l’attivismo locale: il conflitto non viene negato, ma incanalato in forme organizzate, collettive, raramente spettacolari. Una cultura civica informale, poco visibile ma molto radicata, che ha insegnato a intere generazioni come supplire alle istituzioni quando queste si ritirano o perdono credibilità. 

Nel vuoto lasciato dalle istituzioni, si è riattivata una risposta civica che Minneapolis conosce bene. Vicini di casa che organizzano turni di osservazione, genitori che accompagnano a scuola i figli degli altri per evitare arresti, chiese trasformate in centri di distribuzione di cibo. A South Minneapolis, lo stesso quadrante dove era stato ucciso George Floyd, la memoria dell’auto-organizzazione è tornata operativa, con una differenza cruciale: allora il conflitto era con la polizia locale, ora con il governo federale.

In queste settimane, circa duemila agenti federali pattugliano incessantemente un territorio che è un quinto della superficie della contea di Los Angeles. Compreso uno dei temibilissimi comandanti del Border Patrol, Gregory Bovino, secondo cui l’operazione federale in corso non ha una scadenza, né un numero-obiettivo, perché l’unica cifra accettabile di immigrati da espellere è «tutti». Risultati finora: qualche conferenza stampa show, un migliaio migliaio di migranti arrestati, due cittadini americanissimi uccisi, entrambi di trentasette anni: Renée Nicole Macklin Good, il 7 gennaio e Alex Jeffrey Pretti, il 24 gennaio.

Quest’ultimo era un infermiere in terapia intensiva, incensurato, ucciso da agenti della Border Patrol nel North Side di Minneapolis durante una protesta. Pochi istanti prima che gli agenti usassero spray urticante, lo immobilizzassero e gli sparassero più volte mentre era a terra, teneva in mano uno smartphone, e non un’arma, come invece dichiarato in un primo momneto dal Dipartimento per la Sicurezza Interna. Una bugia smentita dal video di altre persone che hanno ripreso gli istanti del brutale omicidio. Lo stesso Bovino ha detto che Pretti «si è messo in quella situazione» e «le vittime sono gli agenti della Border Patrol presenti lì», confermando che a morire è stato anche il senso del ridicolo. Oltre all’oltraggio, la beffa: Bovino non ha voluto rivelare l’identità dell’agente che ha ucciso Pretti perché sarebbe doxing, ovvero pubblicare dati sensibili, chiarendo che il suo collega sta operando in altre città e non più a Minneapolis. 

Anche le dichiarazioni di Trump dopo l’omicidio sono state pessime. Prima ha parlato di «incidenti inevitabili quando si ripulisce il caos», poi ha definito la vittima «una persona nel posto sbagliato», salvo correggersi poche ore dopo dicendo di «attendere chiarimenti».

Il presidente degli Stati Uniti ha provato a rimettere ordine nel caos che lui stesso ha alimentato. Ha annunciato l’invio a Minneapolis del suo “zar delle frontiere”, Tom Homan, definendolo sul social Truth «duro ma giusto». Il sessantaquattrenne poliziotto recordman di rimpatri gestirà le operazioni Ice in Minnesota al posto di Kristi Noem, rifererendo direttamente alla Casa Bianca. Poi, sempre su Truth, Trump ha detto di aver parlato al telefono col governatore Walz, dicendo che sono «sulla stessa lunghezza d’onda» ed è stata «un’ottima idea»; il governatore del Minnesota assicura che Trump ha accetato di prendere in considerazione la possibilità di ridurre il numero di agenti federali a Minneapolis e che si è impegnato a parlare con il Dipartimento per la Sicurezza Interna affinché i funzionari statali possano indagare sulla sparatoria di sabato. Insomma, molte idee, ma confuse. 

Nelle ultime ore la Casa Bianca ha fatto una cosa giusta, dopo tantissimi errori: Bovino è stato rimandato al suo precedente incarico a El Centro, in California, dove è atteso al pensionamento, e ha dovuto lasciare Minneapolis, per fortuna. Nella città più importante del Minnesota Trump si gioca molto di ciò che rimane della sua credibilità politica. Perché se non riuscirà a gestire neppure il tema dell’immigrazione senza produrre morti, abusi e disordine, proprio mentre pretende di incarnare l’idea di legge e ordine, Minneapolis rischia di diventare non il simbolo della sua forza, ma la dimostrazione definitiva del fallimento della sua amministrazione.

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