La Nba non ha più voglia di protestare. È finita la stagione dei giocatori in piazza con i manifestanti, nessuna partita sospesa, nessun messaggio lanciato in mondovisione dai giocatori di basket. Lo sport americano non si ferma neanche di fronte alle scene da guerra civile di Minneapolis. La morte in strada dell’infermiere Alex Pretti, ucciso a sangue freddo dalla brutale polizia anti immigrazione inviata dall’amministrazione Trump, ha provocato smottamenti minimi nella più importante lega di pallacanestro del pianeta. La partita tra i Minnesota Timberwolves e i Golden State Warriors di sabato scorso – giorno dell’omicidio – è stata solo posticipata di ventiquattro ore: tra agenti federali e manifestanti in strada non c’erano le condizioni di sicurezza per ospitare un grande evento. Invece domenica pomeriggio sono andati in campo Anthony Edwards, Stephen Curry e tutti gli altri. Un minuto di silenzio prima della palla a due. Tutto qui.
La Nba ha ritenuto di non poter opporre resistenza. The show must go on. Era già successo un paio di settimane fa, sempre a Minneapolis, quando un altro agente federale aveva ucciso Renee Nicole Good, trentasette anni, madre di tre figli, mentre era alla guida della sua auto nel sud della città. La sera dopo, a quindici minuti di distanza dal luogo dell’esecuzione, i Minnesota Timberwolves avevano giocato la loro stagione regolare. Anche in quel caso un minuto di silenzio è stato tutto il riconoscimento che la Nba ha potuto concedere. La macchina dello sport professionistico aveva fatto quello che sa fare meglio: creare spettacolo, highlights, emozioni. «Che tipo di Paese fa una cosa simile? Se l’obiettivo è costringere chi ha potere a prestare attenzione, non bastano veglie o comunicati», aveva scritto Lee Escobedo sul Guardian dopo l’omicidio di Good. La risposta più efficace sarebbe stata e sarebbe ancora una sola: i Timberwolves dovrebbero rifiutarsi di giocare.
Sono scelte difficili, ma significa decidere da che parte stare. La Nba è l’unica lega sportiva professionistica degli Stati Uniti che potrebbe fare scelte così radicali. Da un lato c’è la logica dei numeri, milioni di spettatori, contratti televisivi, sponsor, merchandising. Ogni partita è un orologio perfetto che genera ricchezza e visibilità, indipendentemente da ciò che accade fuori dal parquet. Dall’altro lato c’è una memoria lunga che nessuna decisione politica può cancellare. Bill Russell non ha mai smesso di dire che il suo lavoro in campo era anche politica, e anzi si è impegnato ogni giorno per instillare una coscienza sociale tra i cestisti della sua epoca, una comunità ancora interamente bianca negli anni Sessanta. Kareem Abdul‑Jabbar rifiutò nel 1968 di partecipare alle Olimpiadi in segno di protesta. Nel 2020, dopo il ferimento di Jacob Blake a Kenosha (Wisconsin), i Milwaukee Bucks (franchigia del Wisconsin) non scesero in campo. Fermarono la lega. Allora si giocava a Orlando, in una bolla impermeabile dall’esterno. La pandemia aveva costretto la Nba a portare in un solo luogo tutte le squadre per contenere i contagi – si era optato per l’enorme complesso di Disneyworld. Ma l’episodio di Jacob Blake non poteva restare impunito. Il parquet in Florida era diventato una piazza politica e il silenzio era sembrato una scelta impossibile. Per qualcuno è stato tutto puramente performativo, un virtue signaling fine a sé stesso. Ma è stato un gesto forte per uno show globale, considerando anche il divieto di sciopero e le penali previste da chi ha i diritti di trasmissione delle partite.
Quello stesso anno, pochi mesi prima, non lontano dal luogo in cui è stata uccisa Renee Good, un agente di polizia locale uccise George Floyd. Fu quell’episodio a dare vita a una delle più grandi manifestazioni nella storia recente degli Stati Uniti. Parteciparono moltissimi atleti, diventando megafono delle proteste. George Floyd Square è lì per ricordare quel momento.
Oggi quella stagione di proteste sembra sfiorita definitivamente. Sono passati solo sei anni, ma è cambiato tutto. Il linguaggio dell’attivismo si è fatto familiare, quasi decorativo, e lo sport ha ricominciato a dirsi neutrale. Business, intrattenimento, calendario. Il resto fuori dall’arena. Rinviare una partita è troppo scomodo. Ma in un Paese che ha imparato a convivere con la violenza come rumore di fondo – è la guerra civile a bassa intensità di cui parlavamo a settembre – anche un gesto simbolico da parte della Nba può diventare un segnale forte. Soprattutto in un anno elettorale, con il voto di midterm di novembre che può spaventare Donald Trump.
Creare un fronte unito in opposizione all’atteggiamento autoritario dell’amministrazione avrebbe un valore politico notevole. E lo sport può essere ancora una volta un aggregatore di voci e di idee. Non restare in silenzio è un primo passo.
Nelle ultime ore alcuni giocatori e allenatori Nba hanno iniziato a lanciare piccoli impulsi. Il primo è stato Tyrese Haliburton degli Indiana Pacers, che su X ha definito quello di Alex Pretti «un omicidio». La sua voce è rimasta isolata per diverse ore. Poi si sono aggiunti alcuni altri giocatori, sui social o parlando in conferenza stampa. E timidamente anche le squadre di Minneapolis, quindi Twolves, Lynx, Vikings, United FC e Wild, che hanno firmato un comunicato congiunto pubblicato dalla Camera di Commercio del Minnesota. Infine è arrivato un comunicato del sindacato dei giocatori della Nba, la Nbpa. In chiusura cita le parole di Martin Luther King, le più rilevanti in un testo altrimenti troppo istituzionale: «Arriva il momento in cui il silenzio è un tradimento».