Donald Trump, dopo Vladimir Putin, costringe — o dovrebbe costringere — l’Europa a vedere ciò che ha sempre preferito ignorare. Il continente ha costruito un ordine politico e morale basato sull’idea che le regole bastassero, che il diritto internazionale fosse una forza in sé, che la storia avesse deciso di diventare amministrazione. Per decenni questa finzione è sembrata credibile, perché l’Europa viveva sotto una protezione esterna: la potenza militare americana. Quel che noi chiamavamo “ordine mondiale” era, in realtà, un equilibrio garantito da Washington. Era un fatto materiale, non una filosofia.
Chi dice che la forza è arbitra del mondo non sta dicendo che dobbiamo vivere nella giungla. Sta dicendo una cosa più banale e più scomoda: che il diritto, da solo, non basta; che il diritto è l’unione dei deboli che, diventando potere, diventa forza. Basta prendere Hobbes: il monopolio statale della forza definisce la nascita dello Stato moderno. E spesso i critici della forza confondono il dover-essere con l’essere: credono che descrivere la realtà significhi approvarla. È l’opposto. La descrizione della realtà è la diagnosi che precede la terapia.
Per l’Unione europea vale lo stesso, con una difficoltà in più: nel diritto internazionale non esiste un monopolio della forza. E il paradosso ben noto ai giuristi è che per fermare una guerra bisognerebbe fare una guerra — o, più sobriamente, possedere una deterrenza tale da scoraggiare i prepotenti. Così torniamo al fatto insuperabile: la forza è la base dell’ordine. La forza poi può essere al servizio dello Stato democratico o degli Stati democratici. Machiavelli lo avrebbe detto così: «Fondamenti essenziali di tutti gli Stati sono le buone leggi e le buone armi, e non ci possono essere buone leggi dove non ci sono le buone armi».
L’Unione europea si è data le buone leggi. Ha rinunciato alle buone armi. O, più esattamente: le armi non erano “proprie”, non erano “europee”; erano americane. È un punto debole e, come tutti i punti deboli, prima o poi doveva esplodere. Con Trump è successo: quel patto si è rivelato per ciò che è sempre stato, cioè una dipendenza. E ogni dipendenza, in politica, prima o poi diventa ricatto.
Ma è solo questo il problema? No. C’è qualcosa di più profondo. La mancanza delle buone armi è l’altra faccia del fatto che l’Unione tende, senza volerlo, a favorire la rendita: vale per la difesa e vale per l’economia. Non è semplicemente dipendente dagli Stati Uniti sul piano militare: è diventata dipendente dalla protezione come modello politico. Protezione esterna nella sicurezza; protezione interna nel mercato.
Un esempio paradigmatico — e quasi comico — emerge in questi giorni nella questione dell’accordo Ue-Mercosur. Da mesi, e ancor più dopo l’ondata di protezionismo americano, la posizione ufficiale europea è sempre la stessa: se gli Stati Uniti mettono dazi, l’Europa deve aprire mercati; se Washington si chiude, Bruxelles deve cercare sbocchi altrove; se il commercio globale viene attaccato, bisogna difenderlo con più commercio. Sono frasi ragionevoli. E servono soprattutto a dare l’impressione che la Commissione e gli Stati membri sappiano cosa stanno facendo.
Poi si arriva al voto vero, e accade l’opposto. Il 20-21 gennaio 2026, il Parlamento Europeo ha votato per rinviare l’accordo di libero scambio Ue–Mercosur alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, bloccandone di fatto l’iter di approvazione. È una mossa presentata come prudenza giuridica. In realtà è un segnale politico: dentro le istituzioni europee esiste una maggioranza potenziale disposta a sabotare un dossier strategico, mentre la Commissione — che in questo caso si era mossa con il sostegno della maggioranza qualificata degli Stati membri — viene trattata come se stesse facendo un colpo di mano.
Mercosur significa accesso a mercati, diversificazione, influenza. Significa anche un messaggio geopolitico: l’Europa non accetta di essere schiacciata tra protezionismo americano e potenza cinese. Opporsi a Mercosur oggi significa preferire la protezione alla potenza. E, a pensar male, significa usare la protezione per impedire la potenza.
E chi spinge in questa direzione? I soliti gruppi che, pur fingendo di combattersi, condividono la stessa idea economica: chiudere. Nazionalisti da una parte, sinistra radicale dall’altra. Si presentano come antagonisti, ma sono alleati naturali. Entrambi vivono di nostalgia: nostalgia del confine, nostalgia della comunità immobile, nostalgia dell’economia protetta. Entrambi usano argomenti morali per giustificare interessi corporativi. E mentre invocano “salute” e “sicurezza alimentare”, l’Europa importa già dal Sud America: esistono controlli, regolamenti, clausole. L’etica diventa così la copertura rispettabile del corporativismo.
Certo, molti di questi gruppi vogliono indebolire o distruggere l’Unione, e spesso mostrano simpatia per Putin. Ma non ci sono solo loro. Il problema è anche che l’Unione europea, proprio perché funziona come un grande dispositivo di protezione, finisce per disincentivare la proiezione di potere e di forza. Le forze che la paralizzano non sono aliene: sono interne. Coincidono con le contraddizioni della costruzione europea. Quando un sistema politico promette sicurezza permanente, e quando questa sicurezza non è pagata da chi la riceve ma socializzata, distribuita, ammortizzata, il risultato è che l’innovazione si spegne e la dipendenza dalla tecnologia altrui aumenta. Vale sul piano militare e vale sul piano economico. L’Unione finisce per essere usata per compensare le debolezze interne degli Stati membri in una logica autodistruttiva: perché le debolezze, invece di essere corrette, vengono incentivate. La filosofia moralistica «contro la forza» non vede che basta eleggere un Trump perché l’edificio salti per aria. E allora non ti resta che la vulnerabilità. Torna Machiavelli, e speriamo non sia l’epitaffio per la Ue: «L’uomo rispettivo, quando gli è tempo di venire all’impeto non lo sa fare; donde egli rovina».