
L’unica volta che ho litigato con una conoscente su Facebook non è stato per qualche tema bollente politico o faccende personali o forum invasivi e folli, non sarei il tipo, né ho una presenza online così importante. Ho litigato per un articolo del New Yorker che in realtà all’epoca interessava poco a entrambe. Nessuna delle due aveva figli e lei l’aveva postato leggendo solo il titolo e poco più. Come dire: «Guarda questi beceri americani non sanno neanche chi è Maria Montessori e ora la usano come trend privilegiato».
Mi ero fatta coinvolgere ingenuamente. Poi mesi dopo ci ero tornata, in modo diverso. Gli ormoni del primo trimestre della gravidanza mi avevano fatto arrabbiare e cogliere che il senso dell’articolo era molto più profondo e mi avrebbe toccato presto da vicino. Le sue erano prese in giro innocue anche sensate. «Non sanno nemmeno chi sia e da qualche mese la fanno diventare McDonald’s». In senso ovviamente negativo.
In realtà, però, aveva acceso un fuoco in me. Perché un fondo di verità c’era, ma all’opposto, e questo senza alcun significato sul merito del percorso educativo. Maria Montessori era ed è un’eroina inusuale negli Stati Uniti, al pari di Cristoforo Colombo. Anzi è il suo opposto. Sarebbe la figura da celebrare alle parate facendo contenti tutti. In tutte le elementari c’è una parte del curriculum che parla di lei, Rosa Parks e altre donne importanti del Novecento.
In luoghi come la California del Nord, le scuole Montessori o Waldorf (ci torniamo) superano gli Starbucks e i fast food come numero. «Si rivolterebbe nella tomba», mi rispose. Io però l’avevo incoraggiata a ampliare il contesto e esaminare i trend culturali molto più complessi nati grazie all’incontro di Montessori con l’estero. Ma il suo humor era soprattutto sull’uso di Montessori come aggettivo. Avevo chiacchierato di semantica con Stefano Bartezzaghi, e qualcosa ne sapevo.
Per prima cosa le avevo anche dato ragione: la mercificazione di alcuni metodi era ed è palese. A Milano, nelle Langhe, in South Carolina nelle boutique in cui si cuce il nome a mano e si fa lo “smocking” per i neonati, in California ovviamente dove l’onda post-hippy comunque ha trasformato davvero la realtà in un mondo dove tutto e niente è Montessori. Ha portato anche a scelte più sane.
Nella Bay Area, la mitica cuoca Alice Waters, per esempio, ha imposto con lo Slow Food mense e orti in ogni scuola da venti o trent’anni. Un ristorante che era una Comune quasi hippy anni Settanta che ora ospita gli Obama, ma offriva pasti gratis durante il Covid. Mi aveva colpito, nell’iscrivere al nido mio figlio, che ci fosse la quinoa nel menu, e l’idea che a undici mesi mangiassero e si lavassero indipendentemente. E quanto Maria fosse onnipresente.
Mi sentivo chiamata in causa perché pochi giorni prima mi ero messa ad aiutare la figlia, allora novenne, di un collega californiano a travestirsi da Maria Montessori per un progetto scolastico in cui doveva scegliere tra una lista delle donne più influenti del Novecento – tra le quindici opzioni globali c’era lei. Mi sono chiesta se io a nove anni sapessi chi fosse, e non era così. Avevo usato troppo poco le lire perché qualcuno mi spiegasse chi ci fosse sulle mille. E nessun genitore o insegnante me l’aveva fatto notare. E la canzone degli emigrati, «mamma mia dammi cento lire in America voglio andar», era un refrain che segnò la vita di Maria Montessori.
Anzi quello che aveva fatto arrabbiare l’amica italiana era che io dicessi che nei semi-analogici anni Novecento era già un aggettivo giudicante, sfumato. E che forse la studiavano meglio negli Stati Uniti perché, al contrario dell’Italia del Novecento, si studiano anche questi aspetti.
La novenne californiana sapeva tutto. Sapeva che era nata a Chiaravalle, vicino a Ancona, e aveva ricopiato la sua definizione di pedagogia. Per gioco però. Non con le bacchette sulle dita. Con gioco e con indipendenza, non con metodi antiquati: aveva assorbito tantissimo. Sapeva che il suo libro “Pedagogical Anthropology” era stato pubblicato in America nel 1913 ed era esploso. Ben prima della globalizzazione o di internet. E mi aveva fatto vedere dove trovarlo e sfogliarlo online in una biblioteca virtuale.
Mi aveva colpito che il libro discutesse di come l’antropologia era stata dominio degli uomini e degli etologi e zoologi per secoli e la Montessori voleva ridefinirla contrapponendola all’idea americana e oggi trumpiana di honor e justice.
E l’inclusione. L’inclusione vera non come trend. Mi interessava capire perché è diventata così famosa all’estero, quasi più che in Italia. E non per ignoranza. Maria Montessori è stata quella “globalizzazione” di soft power che le persone tanto criticano agli imperi e che per una volta è stata italiana. Donna pure. E l’articolo del New Yorker celebrava questo, ma insieme prendeva in giro con ironia alcuni eccessi moderni con più complessità di Facebook.
Parlare di lei in California era importante. Per anni fece conferenze che sembrano uscite dagli anni d’oro di Steve Jobs con la rivelazione dei nuovi iPhone. Ci passò mesi a scrivere le sue lectures americane che furono un fenomeno. Nell’estate del 1916, i giovani nelle spiagge dell’East Coast e nel New Jersey leggevano Maria Montessori. Era il tormentone dell’estate.
E niente, i commenti su Facebook continuavano: mi rispose che non capivo nulla, e usare Montessori come aggettivo era un affronto alla grammatica italiana, alla Treccani, alla lingua più bella del mondo, al lavoro della donna. Capivo l’ironia e anche senza essere ancora mamma vedevo questa trasformazione in brand anche in giro per il mondo. Nel centro di Milano o New York o Londra tutto è “Montessori” se è di legno o è una stanza vuota. E va bene ironizzare: come uno dell’Idaho non saprà mai chi è Garibaldi. (Ma neanche gli italiani sanno chi è davvero John Brown).

“Montessoriano, Montessori” nel mio mondo aveva sempre un significato ben preciso da oltre trent’anni. A volte ironico, a volte giudicante, a volte legato all’ammirazione. Mia madre lo usava spesso. «Andiamo alla festa di Tommy, non prendiamogli quel gioco è troppo montessori». O «i Rossi sono bambini montessoriani, sanno giocare meglio all’aria aperta, vai con loro». Mi ricordo però già quando ero piccola che negozi come “La Città del Sole” avevano giocattoli di legno, più sofisticati, che dovevano essere più educativi per forza. Quindi non era una parola inventata per fare marketing e appoggiata solo negli ultimi quattro anni negli Stati Uniti. Il nostro era diventato un litigio di semantica poi caduto nel dimenticatoio.
Fu in America, e dopo aver avuto un figlio, che capii dei punti cruciali. Soprattutto, fu in America che Maria Montessori diventò la Ted Talk del primo Novecento. E questa è una storia meravigliosa e interessante da raccontare.
Quella che era una figura essenziale del Novecento – ma che appunto collegavo solo a commenti familiari – sentivo di colpo persone veniva ora nominata come una Marie Curie o un Alan Turing.
Cinquecento scuole Montessori in pochi metri di Bay Area. Frequentata da Taylor Swift, così come Bill e Hillary Clinton. Mark Zuckerberg e in tempi impensabili Anna Frank ad Amsterdam, Julia Child e mille altri. Quasi tutti i tecnocrati, da Bill Gates a Elon Musk ai fondatori di Google. Così come persone più squadrate. Forse mostrando una verità profonda: non è tutto causa-effetto nel rapporto tra infanzia e vita adulta.
Un’altra donna che negli Stati Uniti si studia dalla prima elementare è Helen Keller, anche lei educata nel primo Novecento con il metodo Montessori. Una persona disabile, non vedente, che rivoluzionò il mondo.
L’ironia è necessaria. Mio figlio in un nido Montessori ha passato qualche mese senza camminare su un cuscino rosso in un angolo vicino a un’installazione che sembrava uscita dal MoMA con colori e lampade led a prendere germi e bottoni. Poi dal pediatra ha visto la casetta di plastica anni Novanta, piena di materiali tossici e frutta di plastica sbavata da altri ed è impazzito, si è trasformato nel bambino di “Finding Neverland” che inventa spettacoli con James Barry, nel figlio di Shakespeare in “Hamnet” mettendo in scena uno spettacolo.
L’8 dicembre 1913, Maria Montessori arriva a New York accolta come i Beatles alla Carnegie Hall. Parla, spiega il lavoro fatto coi bambini italiani e i newyorkesi pagano per vederla. L’anno dopo gli europei sarebbero stati nelle trincee di fango e una signora si sistemava i capelli per parlare di come crescere una generazione migliore. Nel 1915 va in California dove si ferma a fare conferenze e viene seguita dai giornali come una star. Ed è vero che ha creato un franchise. Ironicamente. Ma non di hamburger. A Parigi, in Argentina, Australia, Cina, Giappone, Svizzera eccetera aveva insegnato il gioco del silenzio, forse utile anche per me online, un esercizio di mindfulness, parola che ora c’è in ogni asilo, negli anni Dieci del Novecento. Aveva portato la sua “Casa dei Bambini” nel mondo.
Il compito di quarta elementare di quella bambina era ben più profondo di qualche tema di fine liceo classico perché chiedeva davvero tanto della persona. Della sua storia e non ignorava per niente la fonte originaria.
Poi il package consumistico è un discorso molto complesso nell’epoca di mille famiglie online: trad wives, mogli tradizionali che si filmano, l’aumento dell’homeschooling in famiglie colte, preparate, laureate non solo tra i mormoni isolati o in fricchettoni. Sono cambiati i ritmi della maternità rispetto al passato. Siamo inondati dalla velocità ma cerchiamo di imporre tempi diversi.
Quando ero incinta il mio algoritmo sapeva perfettamente a che settimana fossi e i dubbi, i consigli, le esperienze di quel momento. Era terrificante e anche meraviglioso allo stesso tempo. Mi toglieva ansie in un secondo e dieci minuti dopo ne aggiungeva altre o scoprivi malattie genetiche mai sentite prima. L’internet del baby lead weaning (anche se poi ho ceduto ai brodi e alle pappe all’italiana, disperata).
Come si collega tutto questo alla politica e al presente? In molti modi già accennati. Non è una questione di metodi educativi soggettivi. La famiglia australiana nel bosco che ha fatto scalpore in Italia è più tipica negli Stati Uniti, dove ci sono anche famiglie numerose che lo fanno. E l’idea che la scuola non sia più novecentesca è per me positiva, ma capisco che non sia così per tutti. C’è uno spettro che va dallo scappare dagli schermi all’usarli per disperazione.
La maternità oggi può fare paura. Costi, stress fisico e mentale, un desiderio di chiarezza esibita ma anche cento metodi di essere genitori. Le mamme sono sempre state suscettibili ai Dr. Spock del momento, a quei libri come “What to expect when you’re expecting”; ora ci sono miliardi di siti, di app e video. Alcuni fatti da ospedali seri, tanto che il mio corso pre parto somigliava alle lezioni degli adolescenti durante il Covid. «Il resto guardatelo in quel video. Ci vediamo, alla prossima, state bene». Alcuni video fatti da mamme senza alcun background medico mi hanno dato un consiglio essenziale tanto quanto Stanford.
C’è gente preparata che giura di seguire la scienza e non è antivax e ha trovato in quei video conforto e comprensione. Io seguo famiglie di vlogger su YouTube da quando ero al liceo nel 2006 e ho visto tanti bambini nascere online come nel “Truman Show”. Sono ormai teenager e i problemi dell’esposizione mediatica li sappiamo tutti, ma anche lì è una realtà affascinante. Sono diversissimi tra loro. Credo che se Maria Montessori fosse viva oggi sarebbe stranita, quello sì. Da TikTok, dai meme sul beige parenting (i genitori che non vogliono colori eccetto il beige) al condividere cose sensate e capirne dove unirsi e aiutarsi. La mia ginecologa in realtà mi disse che la nostra generazione era la più preparata, e fin troppo: arrivava sapendo tutto.
Per Maria, come Mary Poppins, il più grande segno di successo per un insegnante è poter dire: «I bambini stanno lavorando come se io non esistessi». Era il suo mantra. «La prima premessa per lo sviluppo del bambino è la concentrazione. Il bambino che si concentra è immensamente felice». Questo è quello che con le amiche di Langa chiamiamo in codice «il muro bianco». La piccozza di infanzie povere o l’idea per cui anche se hai meno l’importante è la concentrazione. «Il bambino è una sorgente d’amore; «quando lo si tocca, si tocca l’amore»; «Il gioco è il lavoro del bambino»; «Chi non comprende che insegnare a un bambino a mangiare, a lavarsi, a vestirsi, è lavoro ben più lungo, difficile, e paziente che imboccarlo, lavarlo, vestirlo».
Oggi abbiamo mille istruzioni, mille manuali virtuali, e poco villaggio. La maggior parte dei genitori imprecherà leggendo questa frase. Certo, prova a far lavare un bambino da solo a due anni e spreca tre ore di tempo. C’è chi ha uno stile di vita per cui può permettersi di stare un pomeriggio a vedere un bambino che distrugge venti uova di seguito e lanciarle sui peluche, ma la maggioranza può seguirlo fino a un certo punto. C’è chi non può aspettare quattro giorni la risposta di un pediatra e googla: «Da che età può mangiare lo zafferano senza morire». E ci sono mamme milanesi, torinesi, romane che non sono diverse dalle americane. Dicono tummy time perché è cool o perché alcuni pediatri ti ricevono cinque minuti e ti colpevolizzano, non si prendono responsabilità di cose molto semplici, consigli da nonna.
Perché il villaggio è Instagram e i forum? Su temi di salute femminile ci sono forum che mi hanno dato più senso di comunità e comprensione di tanta medicina. Waldorf è un’altra cosa. Il metodo steineriano. Ci sono gnomi e riti scandinavi invece di Natale e Pasqua. O Hannukah. C’è lo stare all’aria aperta, ci sono costi assurdi oppure due tronchi d’albero e una comunità al limite dell’homeschooling.
Io per esempio non escludo la possibilità che la scuola diventi più ibrida per noi. Non in quanto online. Ma con movimenti che cambiano tra le classi, uscire tanto all’aria aperta. Stare a casa se si è malati con il sostegno giusto. La scuola dev’essere un diritto ma anche un’evoluzione. Come Maria Montessori avrebbe voluto.
La sua vita, su cui sono stati fatti film e serie non era della tipica donna italiana ma era fuori da molti stereotipi. Incoraggiata da genitori intelligenti studiò tantissimo e entrò in una scuola tecnica dove approfondi dall’italiano alla geografia all’algebra. A fine Ottocento.
Spaccò il soffitto di creistallo tante di quelle volte che è impossibile elencarle tutte qui. Si presentò come donna in un mondo di uomini, scienziati, pediatri, psichiatri sempre con coraggio. Si laureò nel 1896 a Roma in medicina.
Nessun genitore fa la cosa giusta e perfetta per un figlio, tutti o molti ci provano. C’è chi incolpa la sua insonnia adulta a genitori che l’hanno mandato a dormire presto e chi veniva tenuto sveglio tardi. Ci sono miliardi di programmi di sleep training che i millennial seguono oggi.
C’è chi posta sui social foto dei figli con le emoji in faccia, ma condivide momenti molto più problematici, chi condivide qualche milestone come tutti, chi narra la sua vita e chi ci è entrato dentro. La privacy sui minori non è uno scherzo. I genitori di oggi sono i più stanchi di sempre e isolati, dicono i dati. E poi uno pensa alla nonna nel dopoguerra e si chiede se sia veramente così, a malattie o cose non diagnosticate in passato che esistevano anche in anni Ottanta e Novanta. Ci sono studi che danno la colpa a tutto e a niente ed è difficile capire come alcune dinamiche abbiano aiutato delle generazioni ma traumatizzato magari in altri modi, e altre erano più moderne in passato o più basilari. Fatto sta che la scuola grazie al cielo è cambiata nei secoli e da punizioni corporali e programmi semplici, oggi vorrebbe almeno provare a includere anche l’educazione emotiva.
Piuttosto che post arrabbiati su Facebook, sarebbe bellissimo se bambini americani, italiani, peruviani e cinesi provassero a scrivere o registrare un’intervista impossibile come quelle di Italo Calvino. Cosa direbbe Maria Montessori del mondo di oggi? Magari avrebbe anche senso dell’umorismo nel vedere il suo nome su un giocattolo cinese di Temu. O proverebbe commozione nel vedere la gerarchia economica capitalistica crollare di fronte al ritorno dei bisogni base dei bambini – dopo che credevamo di averli risolti tutti. O direbbe che non vuole aggiungere un altro nome a una biografia. Che in classe si studia altro.

Storie di chi cresce in famiglie disfunzionali ci sono in tanti libri e film, e a volte le idee hippy sono terrificanti, altre volte edificanti. Oggi sono pamphlet curati che sembrano pubblicizzare una vacanza, ma sono anche la certezza di una scuola più umana e anche una risposta a chi, negli Stati Uniti, non vuole mandare figli in scuole dove si spara, o dove si spende troppo.
Come tutti quelli che hanno preso in mano Huck Finn, Tom Sawyer e poi Thoreau e “Anne of Green Gables”, immaginavo un’infanzia senza confini, fatta di casette sugli alberi e tende indiane, di avventure nei boschi fino a tardi. Avevo amiche americane al college che volevano chiamare i figli Emile per Rousseau, un po’ di simpatia per questi metodi ce l’ho. E sono ormai fondanti anche in scuole che non sembrano pubblicizzarsi così. Quindi certo si esagera, ma si umanizza.
E raccontando invece a un conoscente italiano come l’amica del Texas avesse passato una settimana a scuola a leggere l’Iliade dormendo a scuola, mi ero sentita rispondere: «Ecco, queste sono le cose che non vanno mai fatte, sono stupide». Riprendetevi il Rocci e la matita e l’aridità in classe e basta. E vabbè. Io senza il teatro e gli Stati Uniti avrei capito la metà di latino e greco, e sono orgogliosa di dirlo.
Nel film “The Holdovers” un professore cinico e crudele, ferito dalla vita, insegna i classici greci e latini in collegi privati a ragazzi senza genitori (boarding school) e lega con un “giovane Holden” abbandonato dalla famiglia lì nelle vacanze di Natale. Siamo nel mondo più lontano dai metodi Montessori. Eppure, in realtà, si insegnano a vivere l’uno l’altro, senza smancerie e con tanta ironia e Cat Stevens in sottofondo.
La differenza economica è complessa Stato per Stato. L’educazione pubblica esiste, ma va spiegata in un articolo a parte e nessuno nega che i soldi, ovunque, comprino vite educative diverse. Questo a Maria Montessori non sarebbe piaciuto.
Ma le sarebbe piaciuto che al bambino appassionato di rocce o di giapponese oggi può connettersi con il Giappone e incoraggiarlo e essere guidati anche da loro e non solo da programmi fuori tempo o rigidi schemi scolastici. Io che andavo bene a scuola ho sempre odiato la meccanicità e lo stare in linea e nei margini della scuola.
Ho provato per divertimento a chattare con Maria Montessori con un programma di intelligenza artificiale, chiedendo l’attività migliore per un bambino di due anni e mezzo in un giorno di pioggia. Mi ha detto di cercare materiali ricercati e stoffe che potesse toccare, di fargli preparare da solo uno snack senza il mio aiuto, e ballare al ritmo di musica.
Poi ho chattato con Confucio e mi ha dato consigli sulla maternità profondi e di cui avevo bisogno. E ho pensato a quanto avrei adorato queste cose a tredici anni. Ho pensato ad Antoine nei “I 400 colpi” di Truffaut. Al tema che scrive al buio tra le lacrime venendo accusato di copiare un libro, quando il libro è il suo primo aggancio alla cultura, all’indipendenza, a capire come scrivere, copiando, ripetendo, come si fa da prima di Omero. Ma anche certo quanto sia facile copiare perdersi la realtà. E forse anche travestirsi, perché no, da Omero, Catullo, non vederle solo come americanate. Tanto chi vota per cose terrificanti o da etichette di ignoranza alle nuove generazioni di Catullo non ha capito nulla. Per alcuni è la versione femminile di Osho e le “Montessori moms” sono prese in giro sui social come iper privilegiate che complicano le cose semplici. Per altri è l’alternativa a un sistema capitalistico pesante o competitivo e meno etico.
Quindi sei una trad wife, una almond mom, una crunchy mom. Tanti nomi che non vengono affibbiati ai padri anche se i millennial sono più coinvolti. Le mamme sono sempre al centro di queste definizioni. E il carico del lavoro ancora cade all’ottanta per cento su di loro.
Tra i cinquanta giocattoli di plastica, mio figlio si è messo a giocare con una cannuccia del succo di frutta e un bottone per mezz’ora, ma i giochi più costosi che ha sono in realtà “Montessori”: questa sorta di idea del gioco educativo che per duecento euro fa scoprire aree psicomotorie è un po’ la presa in giro del ventunesimo secolo. La pseudo-psicologia o la nostalgia esagerata di chi invecchia anche se trentenne non fa vedere come tanti bambini si chiedano come mai i genitori e nonni non si stacchino dagli schermi.
Poi mio figlio ha preferito la musica e chiesto a Siri la sua canzone preferita con un’immagine benevola, quasi enigmatica, di Maria Montessori sullo schermo che attraversava lo spazio e il tempo e la realtà aumentata, forse facendo davvero una scelta montessoriana indipendente.