L’Errore di GiorgiaMeloni non si rende conto che il suo trumpismo finirà per affossarla

La presidente del consiglio è sempre più subalterna al leader americano: si augura che gli venga dato il Nobel per la pace e non abbandona l'idea di entrare nel Board of Peace, ma agli italiani l'uomo della Casa Bianca piace sempre meno

LaPresse

Sta esagerando. L’Errore con la E maiuscola di Giorgia Meloni è facile da indovinare. È il suo trumpismo integrale.

Alcuni pensavano che il suo impaccio con la storia potesse essere proprio la storia, quella di ieri, il fascismo, il neofascismo; ma no, più concretamente è la sua totale subalternità al capo della cosca che si è installata a Washington. Altro che “ponte”: il suo è peggio di quello di Matteo Salvini. Meloni sta esagerando, sì. Ieri si è spinta ad augurarsi che in futuro diano il premio Nobel per la pace, all’uomo di cui «Dio è orgoglioso» – ipse dixit –  cioè al mandante dei sicari dell’Ice. Magari sulla Groenlandia sarà stato «assertivo» (chissà chi glielo ha suggerito questo aggettivo elegante), però ha sostanzialmente ragione, e sull’Ucraina “lui” potrà far fare la pace, e di Gaza non parliamo nemmeno: i grattacieli già svettano… Questo pensa e dice, lei.

Il trumpismo «sarà il suo problema in campagna elettorale», prevede Paolo Gentiloni. Certo. Perché cresce anche in Italia come minimo la paura, l’antipatia o addirittura il disprezzo per l’uomo nero della Casa Bianca e per effetto contrario prende più piede il senso di appartenenza all’Europa vista proprio come scudo anti-Trump. Lo attestano tutte le ricerche: il presidente americano è considerato un pericolo. «Meloni deve stare attenta – ha scritto Lina Palmerini sul Sole24Ore – a gestire questo ultimo anno prima del voto in modo prudente per non disperdere il patrimonio di consensi. I sondaggi le stanno suggerendo di allontanarsi – almeno un po’ – dal presidente americano che sembra non piacere persino agli elettori della destra». Ma la premier non ce la fa. Meloni ha scelto Trump non come interlocutore contingente, ma come riferimento. Non come alleato tra altri, ma come centro simbolico di una visione. È questo il punto.

Il trumpismo non è solo un fenomeno americano: è un metodo di potere, una cultura politica, un’idea del mondo fondata sulla personalizzazione estrema del comando, sulla disintermediazione delle istituzioni, sulla subordinazione degli interessi collettivi a una logica di fedeltà personale. Ed è a questa idea che Meloni appare sempre più legata.

Nelle ultime settimane prima ha subito coperto («è legittimo») l’azione americana in Venezuela per poi finire con l’entusiasmo per il Board of Peace prima che il Quirinale le facesse presente l’obbligo costituzionale di non entrarvi. Ma lei non si arrende, anche ieri ha di nuovo lasciata aperta la porta all’ingresso in quel conclave di ricconi e banditi vari auspicando che non ci siano più ostacoli. Ha tentato di essere ricevuta a Davos dall’Imperatore dì Washington ma quello aveva altro da fare e quindi non è andata. Lo vezzeggia in tutti i modi. Non fa mai blocco con gli altri europei.

È il suo faro ideologico, convinta che il personaggio abbia il mondo in mano, il che è solo parzialmente vero, e se fosse interamente vero sarebbe un buon motivo per arginarlo. Dopodiché ha ragione Gentiloni quando chiede: «Ma a noi che ce ne viene?». Cosa ha guadagnato l’Italia della special relationship con il Mastino americano? A che è servito scodinzolare a Mar-a-Lago (a parte l’intercessione per Cecilia Sala, ma quello non è un fatto politico), ammiccare coi sorrisoni alla Casa Bianca, se non alla personale immagine di una Giorgia televisiva non più underdog ma undertrump?

Ovviamente al padrone dell’America non importa nulla di nessuno, figuriamoci se è sincero quando la rivernicia di elogi. Solo lei crede di essere toccata dalla grazia di un mitomane di cui ormai gli italiani hanno annusato la pericolosità e la instabilità di mente insieme. Legarsi mani e piedi a Donald Trump non denota coraggio né tantomeno visione. Il trumpismo di oggi può diventare la corda a cui restare impiccati domani.

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