
In Giappone quasi una persona su tre ha più di 65 anni, nell’Unione europea più di una su cinque. Negli Stati Uniti gli over 65 sono ormai quasi il 18 per cento della popolazione e anche in Cina e Corea del Sud le nascite segnano il passo mentre si allunga la prospettiva di vita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (“Ageing and Health”, ottobre 2025) il numero di persone di età pari o superiore a 60 anni dovrebbe crescere dai circa 1,1 miliardi del 2023 ai 1,4 miliardi entro il 2032. Un cambiamento che aumenterà di molto l’attuale pressione sui sistemi sanitari e di assistenza agli anziani di tutti i Paesi, peraltro già in grande difficoltà come segnalato dal rapporto “Building the Caregiving Workforce Our Aging World Needs” (2021) della Global Coalition on Aging, che calcola una carenza di operatori sanitari per l’assistenza agli anziani di circa 13,5 milioni entro il 2040 solo nei Paesi dell’Ocse.
Secondo la World Bank, nel 2024 la popolazione over 65 rappresentava il 29,8 per cento del totale in Giappone, il 19,3 per cento in Corea del Sud e il 14,7 per cento in Cina. Gli over 65 nell’Unione europea sono il 21,6 per cento (Eurostat 2024). Sul fronte sanitario, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stimava nel 2021 in 57 milioni le persone anziane affette da demenza, con quasi 10 milioni di nuovi casi ogni anno. Le proiezioni parlano di 78 milioni di casi entro il 2030 e 139 milioni entro il 2050. La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza e può contribuire al 60-70 per cento dei casi. «La demenza deruba milioni di persone dei loro ricordi, dell’indipendenza e della dignità, ma deruba anche il resto di noi delle persone che conosciamo e amiamo», sottolinea Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Numeri che preoccupano famiglie, sistemi sanitari e di welfare e che spiegano perché la tecnologia robotica, la sensoristica e l’AI stiano convergendo, sviluppando soluzioni che si muovono lungo due direttrici principali. La prima è il conforto contro la solitudine: dispositivi che parlano, rispondono, salutano, propongono routine quotidiane e creano un senso di presenza. La seconda è il supporto a favore delle forme di demenza.
A parte il livello e la quantità di tecnologie applicate, uno degli aspetti che si differenzia tra Paese e Paese è l’esteriorità che fa da involucro alle varie tecnologie e il livello di interazione con gli operatori sanitari che si occupano di assistenza agli anziani, come la foca robot giapponese Paro, utilizzata da anni in case di cura e contesti clinici locali, dove vari studi indicano miglioramenti nel benessere emotivo e nella socializzazione di persone con demenza.
Il Giappone è il Paese più longevo al mondo, dispone delle migliori tecnologie robotiche ed è considerato il laboratorio globale di questa trasformazione, iniziata nel 2010 con finanziamenti governativi per la ricerca e lo sviluppo di dispositivi robotici orientati al supporto degli anziani, arrivati a 300 milioni di dollari nel 2018. Il Paese del Sol Levante ha sposato questa trasformazione, ma il successo è ancora lontano, sia per la scarsa diffusione dei vari dispositivi, sia per i risultati dal punto di vista clinico. In Corea del Sud c’è Hyodol, una bambola dotata di intelligenza artificiale che parla, ricorda appuntamenti e costruisce un rapporto emotivo con l’anziano. Basata su ChatGPT, i suoi sensori vegliano sugli utenti in tempo reale, avvisando gli assistenti sociali e la famiglia durante le emergenze.
Un particolare software di Microsoft riesce a valutare, analizzando i registri vocali, l’umore di ogni anziano, mandando puntuali segnalazioni agli operatori sanitari. Sono attualmente più di 12 mila gli Hyodol che si trovano nelle case di anziani coreani che vivono da soli, la maggior parte frutto di sovvenzioni da parte sia del governo locale sia di quello centrale. Sovvenzioni anche spinte dalla cronica carenza di operatori sanitari per l’assistenza agli anziani, stimata nel 2023 in circa 190 mila unità. Il distretto di Guro della capitale Seul ha distribuito gratuitamente dal 2019 ben 412 robot Hyodol, organizzando nel contempo una squadra di una mezza dozzina di operatori sanitari costantemente collegati e che, in caso di alert, intervengono direttamente.
Negli Stati Uniti sono diversi i social robot progettati come compagni di intelligenza artificiale proattiva per gli anziani. ElliQ, per fare un esempio, è un social robot da tavolo (assomiglia a una lampada Pixar) presentato apertamente come «intervento anti-solitudine». In un progetto pilota condotto su circa 800 anziani dello Stato di New York, guidato dal New York State Office for the Aging (NYSOFA), gli utenti di ElliQ hanno riportato una riduzione del 95 per cento del senso di solitudine. Il dispositivo avvia conversazioni, ricorda agli anziani i farmaci e utilizza l’intelligenza artificiale generativa per le interazioni naturali, così come altri suoi competitor dotati anche di mobilità, come per esempio Buddy.
La Cina ha recentemente lanciato un programma pilota per accelerare l’uso dei robot nella cura degli anziani. Il Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione e il Ministero degli Affari Civili stanno impiegando robot nelle case, nei centri comunitari e nelle istituzioni per assistere gli anziani con disabilità o problemi cognitivi nelle attività quotidiane. Nei prossimi tre anni la Cina prevede di testare almeno 200 social robot e stabilire standard di settore. Con una popolazione over 60 che supera già i 300 milioni di persone, stimate in 400 milioni entro il 2035, il programma è progettato per svilupparsi adeguatamente.
In Europa l’approccio è più sperimentale e legato alla ricerca. L’Unione europea ha investito 85 milioni di euro in un programma di ricerca e sviluppo chiamato “Robotica per l’invecchiamento” nel periodo 2015-2020. Il Regno Unito, nel 2019, ha annunciato un investimento di 34 milioni di sterline (48 milioni di dollari) in robot per l’assistenza sociale degli anziani, affermando che potrebbero rivoluzionare il sistema di assistenza sulla scia della foca elettronica Paro e del robot umanoide Pepper, più avanzato, progettato per l’interazione verbale e il supporto cognitivo.
La letteratura scientifica è comunque prudente, seppur in qualche caso incoraggiante. Nello studio presentato nell’aprile dello scorso anno, “Social robots in elderly care: a scoping review of caregiver perspectives”, a cura di due università brasiliane, sono stati esaminati 31 paper pubblicati tra il 2015 e il 2024 sulle percezioni degli operatori sanitari legate all’assistenza degli anziani tramite vari social robot. Nel complesso, gli operatori sanitari hanno espresso un cauto ottimismo, sostenendo l’uso dei social robot come aiuti complementari che potrebbero ridurre il carico di lavoro; supportare la comunicazione e assistere nelle attività di routine; oltre a fornire supporto cognitivo ed emotivo, specialmente per i pazienti con demenza, promuovendo interazioni positive caregiver-paziente.
Rimangono sullo sfondo le preoccupazioni per la privacy, nonché la capacità limitata di replicare interazioni umane o fornire la profondità del supporto emotivo richiesto. Assodato che i governi hanno tutti un problema legato alla carenza di personale per l’assistenza agli anziani – effetto indiscutibilmente legato all’invecchiamento demografico, ma anche collegato alla mancanza o all’insufficienza di specifiche scelte politiche in materia di allocazione di risorse economiche a favore della popolazione più anziana – occorre però mettere in evidenza il problema più grande e più comune di questa parte di popolazione: la solitudine. E su questo punto questi dispositivi, con tutti i loro strutturali difetti di macchine, paiono riuscire a essere di essenziale giovamento.
«Ciò che gli anziani temono non è la morte. Ho vissuto abbastanza a lungo, ci dicono. Ciò che temono di più è la solitudine», ha detto Kim Sun-hwa, direttore del Gungdong District Social Welfare Center, una struttura di assistenza pubblica coreana. Solitudine che è un bisogno relazionale, non clinico. Alla fine, più che la terapia o l’innovazione tecnologica, il nodo che questi dispositivi mettono a nudo è la solitudine strutturale delle società che invecchiano. Robot sociali, bambole interattive e animali artificiali funzionano perché intervengono su un vuoto quotidiano: l’assenza di presenza, di ritualità, di scambio, anche minimo.
Non curano, non sostituiscono relazioni umane, ma rendono abitabile il tempo per chi vive solo. Non è un caso che la maggior parte delle sperimentazioni pubbliche e delle adozioni concrete – dagli Stati Uniti alla Corea del Sud, dal Giappone all’Europa – siano motivate prima di tutto dalla lotta all’isolamento, più che da obiettivi clinici stringenti. La solitudine è infatti uno dei pochi problemi sociali su cui la tecnologia può intervenire senza promettere troppo, offrendo compagnia, continuità e una forma di relazione semplice e non giudicante.
Hannah Arendt, nel suo libro “Le origini del totalitarismo”, una delle più importanti opere storico-politiche del Novecento, riflettendo sulle condizioni dell’uomo moderno, distingueva tra solitudine e isolamento: la prima come esperienza esistenziale, la seconda come condizione in cui l’individuo è tagliato fuori da relazioni e mondo comune. È quest’ultima – l’isolamento – che rende le persone vulnerabili. In questo senso, questi oggetti caldi e imperfetti non combattono la solitudine in senso filosofico, ma rompono l’isolamento, restituendo un minimo di legame con il mondo.
Il rischio è che diventino un alibi, una scorciatoia tecnologica per compensare la ritirata delle relazioni umane e dei servizi di cura. Ma ignorarne l’utilità sarebbe altrettanto miope. Nelle società dove gli anziani aumentano e le reti familiari si assottigliano, questi dispositivi raccontano una verità scomoda: la solitudine non è più un problema individuale, ma un fatto collettivo. Gli sviluppi tecnologici in questa direzione saranno sempre più di supporto e sempre più efficaci.
La crescente diffusione dei social robot, delle bambole interattive e degli animali artificiali dice meno sulla tecnologia e molto di più sulla condizione dell’uomo contemporaneo che invecchia. Questi dispositivi funzionano non perché intelligenti, ma perché occupano uno spazio vuoto: quello lasciato dall’erosione delle relazioni quotidiane, dalla rarefazione della presenza umana, dalla trasformazione della vecchiaia in una fase lunga e spesso silenziosa della vita. La tecnologia sempre più spinta non deve e non dovrà essere l’alibi per rinunciare ai legami sociali e familiari che, a quanto pare, stiamo via via perdendo.