Schengen è spesso citato come uno dei simboli più riusciti dell’integrazione europea. Per Lena Düpont, eurodeputata tedesca del Partito popolare europeo e tra le figure più influenti sui dossier di sicurezza e migrazione, resta soprattutto «uno dei risultati più concreti per i cittadini». Ma oggi la libertà di movimento è messa alla prova da una combinazione di fattori che l’Unione non può più ignorare: terrorismo, criminalità organizzata, migrazione irregolare e il ritorno dei controlli alle frontiere interne in diversi Stati membri.
Secondo Düpont, il problema nasce da una fragilità strutturale. «Quando Schengen è nato, si è fatto il terzo passo prima del primo: abbiamo abolito i controlli interni senza costruire davvero una protezione comune delle frontiere esterne». Ancora oggi – osserva – la gestione delle frontiere resta in larga parte una competenza nazionale. Difendere Schengen significa quindi completare ciò che è rimasto incompiuto: rafforzare la sicurezza delle frontiere esterne, affrontare le cause che spingono gli Stati a reintrodurre controlli interni e dotare l’Unione di una governance più solida, anche attraverso Europol e Frontex.
Il ritorno dei controlli interni rischia di minare la credibilità dell’intero sistema. La normativa europea consente questa possibilità solo in via temporanea, per motivi specifici e non discriminatori. «Ma quando alcuni Paesi rinnovano le notifiche per anni», avverte Düpont, «non siamo più di fronte a un’emergenza, bensì a un problema strutturale». È qui che entra in gioco la nuova strategia europea di sicurezza interna, concentrata su terrorismo, criminalità organizzata e migrazione irregolare, che, secondo l’eurodeputata, può contribuire a riportare Schengen al suo funzionamento originario.
Il bilanciamento tra libertà di movimento e sicurezza, sostiene Düpont, esiste già sulla carta. Ciò che manca è l’attuazione. «La protezione delle frontiere esterne va davvero europeizzata», spiega, «non solo con Frontex, ma con finanziamenti adeguati, infrastrutture fisiche, strumenti tecnologici e cooperazione operativa tra agenzie». Il prossimo bilancio dell’Unione, aggiunge, va in questa direzione, ma tutto dipenderà dall’ambizione con cui gli Stati membri decideranno di utilizzarlo.
Frontex resta un attore centrale, nonostante le critiche ricevute negli ultimi anni sul piano della trasparenza e della responsabilità. Düpont ricorda il lavoro svolto dal gruppo di vigilanza parlamentare, che ha individuato carenze e formulato raccomandazioni. «Ma non bisogna perdere di vista il compito principale dell’agenzia: la gestione delle frontiere e il coordinamento tra Stati». Rafforzare Frontex, anche sul fronte dei rimpatri, fa parte – sottolinea – dell’architettura complessiva della sicurezza europea.
Per rendere Schengen più resiliente alle crisi future, le riforme necessarie non sono solo tecniche. «La prima è sorprendentemente semplice», dice Düpont: «gli Stati devono coordinarsi molto meglio e informarsi prima di reintrodurre controlli». A questo si aggiungono il rafforzamento di Europol, una gestione più ordinata di migrazione e asilo – come previsto dal nuovo Patto – e uno scambio più efficace di informazioni sulle minacce terroristiche, inclusa la radicalizzazione interna, spesso sottovalutata.
Anche sul piano politico, la sfida è superare la logica dello scaricabarile. «Per anni ogni Paese ha cercato di trasferire la responsabilità sugli altri», osserva Düpont. Il nuovo Patto, invece, punta a un equilibrio tra obblighi e solidarietà. «Funziona solo se tutti capiscono che siamo nella stessa situazione: l’Europa, gli Stati, le regioni e i territori condividono la stessa responsabilità».
Il messaggio ai cittadini, infine, è duplice. Da un lato, rassicurazione: «Prendiamo le minacce molto sul serio». Dall’altro, consapevolezza: «Viviamo una fase in cui confini esterni e interni si intrecciano». Düpont parla di una «nuova trinità» europea – difesa, preparazione alle crisi, sicurezza interna – che richiede non solo politiche comuni, ma anche cittadini informati e pronti a reagire. «La sicurezza», conclude, «è una responsabilità condivisa».