C’è una scena in “Jay Kelly”, il film di Noah Baumbach in cui George Clooney interpreta una variazione di George Clooney, in cui l’attore famoso e la figlia che non lo vuole intorno sono sullo stesso treno. Lei sta andando con gli amici e il flirt stagionale a un festival, lui lo sa e finge di trovarsi sullo stesso treno per caso.
Quando lei lo vede arrivare, dice al ragazzo guarda che mio padre è Jay Kelly, e quello dice certo, come no. Sarebbe già una pistola che non spara, uno spunto sprecato, una cosa cui non puoi credere, perché se quello è veramente l’attore più famoso del mondo allora anche le sue figlie saranno riconoscibili.
Ma poco dopo diventa la madre di tutte le pistole che non sparano, perché nei due minuti in cui Jay Kelly si siede al loro tavolo nella carrozza ristorante del treno apprendiamo che il ragazzo è un aspirante regista: «aspirante regista non sa che quella con cui flirta è la figlia d’un divo di Hollywood» non è sospensione dell’incredulità, è fantascienza.
Ho ripensato a quella scena guardando su TikTok un video in cui Francesca Scorsese elenca al padre alcune caratteristiche d’un ipotetico tizio con cui si vede, facendosi dire se siano promettenti o preoccupanti (in neolingua: green flag o red flag).
Ogni volta che guardo un video di Martin Scorsese, 83 anni, e della figlia, 26, mi chiedo se sia lei a essere un genio il cui talento per i video scemi potrebbe tornare utile a tutti, politici e altri vegliardi in cerca di pubblico social, o se sia lui che è un uomo talmente adorabile che lo stiamo a guardare comunque.
Anche quando, come in questo caso, il finale a sorpresa si capisce quasi subito. Di quest’uomo del quale dobbiamo decidere se vada bene o no apprendiamo che gli piace leggere, che lavora tantissimo, che viaggia continuamente, che è nel cinema, che è più vecchio di lei, e ligio Martin commenta tutto: viaggiare va bene così non vi vedete troppo, ma se viaggi con lui e lui viaggia per lavoro tu poi che fai tutto il giorno; più vecchio dipende di quanto, le esperienze troppo sbilanciate non funzionano; che legga è una buona cosa – eccetera. Quando la figlia gli svela ridendo che l’identikit è il suo, noi l’abbiamo già capito da un pezzo, ma siamo state a guardare comunque. Perché, proprio come Francesca, siamo fan del Martin uomo persino più che del regista. (Qualche anno fa intervistai Francesca Scorsese. Non aveva mai visto “The departed”. Spero abbia rimediato).
I miei fanatismi preferiti sono quelli per i vecchi. Quelli in cui c’è quello sbilanciamento d’età che Scorsese disapprova per le coppie: sei nato troppo tardi per essere stato senziente quando la carriera di qualcuno era al suo apice, e allora ti abbeveri a tutto quel che gli resta da dire e da ricordare quando quello è ormai un venerabile maestro. Non ho ancora visto (credo esca oggi) il documentario che Judd Apatow ha fatto su Mel Brooks, ma mi sembra che quello di fan sia il ruolo più riuscito di Apatow: delle opere sue non me n’è mai importato granché, ma il documentario su George Carlin era stupendo (sono tutti e due su Hbo).
In questo senso la frase più da fan che ho letto in morte di Valentino è quella di Gwyneth Paltrow, che raccontava che, quando andava a trovarlo, lui le dava il tormento perché si mettesse il rimmel. Sembrava di vederlo, Valentino Garavani novantenne, che dice alla Paltrow con le ciglia bionde ma santiddio, un filo di trucco, bambina. I giornali italiani l’hanno tradotta con «mi diceva di mettermi il mascara», come se invece che un signore magnificamente bisbetico fosse stato una spacciatrice di cosmetici di TikTok.
Paltrow è quella razza di fan che fungono da intermediari, che hanno accesso agli stessi ambienti di coloro di cui sono fan, che ci lasciano col sospetto d’un qualche privilegio: non sono proprio fan come noi, lo dicono solo per illuderci che siamo uguali. Possono essere preziosissimi, però.
La cosa più bella quand’è morto Rob Reiner l’ha raccontata Seth Meyers, nel suo programma notturno sulla Nbc. Erano al centesimo compleanno di Norman Lear, ha raccontato. Norman Lear è stato un colosso della comicità televisiva americana, per dirne uno che conoscete ha inventato “I Jefferson”. È morto poco più di due anni fa, centounenne.
Erano rimasti un po’ di amici a festa finita, e qualcuno aveva chiesto al festeggiato di raccontare una qualche storia, e lui essendo centenario era un po’ tentennante nel racconto, e allora Reiner, dal fondo della sala, gli aveva urlato di raccontare la storia di – di qualcosa che sapeva raccontasse benissimo, e infatti Lear l’aveva raccontata, e Reiner, diceva Meyers, rideva più forte di tutti. Non c’era da meravigliarsi, visto che Rob Reiner è uno che nel suo lavoro ha saputo far brillare i talenti di chiunque, da quello di Robin Wright a quello di Meg Ryan. Ma era bello vedere che Seth, fan di Rob e Norm, raccontava quanto Rob fosse fan di Norm.
Mi è tornata in mente la storia perché su Instagram mi è comparso Lorenzo Jovanotti che si aggirava intorno a un isolato di Parigi facendo vedere la fila di ragazzine – tra cui sua figlia, che non è neppure più tanto ragazzina, ma i trenta sono i nuovi tredici e quindi Teresa Cherubini ha l’età alla quale io compravo le foto alla Coroncina – che aspettavano di entrare in un negozio di dischi dove avrebbero potuto sentire in cuffia in anteprima la nuova canzone di Harry Styles. In anteprima di trentasei ore, visto che il rituale si svolgeva ieri pomeriggio e la canzone esce stanotte. Lorenzo si aggirava gongolante dicendo che a lui piacciono i fan, e ogni tanto c’era qualche ragazzina italiana che sgranava gli occhioni come un asino di Buridano indeciso se cibarsi della paglia del famoso qui in carne e telecamera del cellulare, o del fieno di quello per il quale era già in fila al freddo.
La Coroncina era il negozio di Bologna dove si andavano a comprare le foto quand’ero alle medie, quand’ero al liceo, quando il mondo di prima era così diverso dal mondo di oggi che sembra davvero fantascienza. Chi andava a Londra d’estate faceva, che so, una foto alla porta di casa di John Taylor – sulla soglia della quale qualcuna aveva immancabilmente lasciato fiori pupazzi e altri omaggi – o alla macchina di Martin Kemp. Poi, tornata a casa e fatti sviluppare e stampare i rullini, le portava alla Coroncina, che non so quanto le desse (non sono mai stata abbastanza intraprendente da vendere), ma noialtre piccole fan compravamo per tremila lire la foto della porta (nei casi più fortunati: dell’avvistamento sfocato) del tizio per cui fermentavano i nostri ormoni.
A ripensarci oggi, che se non ti fermi a fare la foto con ogni fan che te lo chiede vieni dipinto come un mostro d’insensibilità, quasi non ci credi che quarant’anni fa quelle facessero le foto ai cantanti mentre passavano senza osare fermarli, e poi pagassero pure lo sviluppo e la stampa. Una volta – sarà stato vent’anni fa, quando non c’erano i temibili telefoni con telecamera «che me lo fai un saluto a nonna», ma solo richieste di autografi – ho salutato per strada Maria De Filippi. Lei ha fatto un gesto sorridente senza rallentare finché qualcuno che era con lei non l’ha avvisata, e io ho capito solo allora che, se sei Maria De Filippi, non puoi rallentare finché non brevettano un metodo per distinguere i «ciao Maria» di chi conosci da quelli di chi ti vuole chiedere di provinare il nipote ad “Amici”.
L’ultima volta che Lorenzo ha suonato a Bologna, alle tre di notte siamo usciti dall’ingresso degli artisti. Davanti c’era una macchina col cantante e la moglie e la figlia, che si è subito dovuta fermare perché altro che foto in movimento per strada: questo è un secolo di adulti che fanno i fan professionisti e alle tre di notte son lì che ti aspettano per farsi fare la firma sul braccio che poi si tatueranno.
Nella macchina dietro c’ero io, c’era una mia amica, c’erano due amici di Lorenzo. La prima tappa era l’albergo dove stavano tutti tranne me. Dalla macchina davanti sono scesi, e io mi sono resa conto che non avevo salutato il cantante. Ho urlato «ciao Lorenzo», e c’è stato un momento che da solo valeva tutto il film di Baumbach. Non capendo da dove venisse la voce, Lorenzo si è voltato, ha guardato in alto, ha agitato il cappello verso le finestre buie della notte deserta, da una delle quali era certo venisse il saluto di un fan. Poiché la vita è sceneggiatrice, l’albergo davanti al quale eravamo fermi è di fronte alla Coroncina.