Autore non protagonistaRob Reiner e l’amore per i film e i figli riusciti bene, e per quelli venuti male

Il regista che amava gli sceneggiatori più di sé stesso e non aveva alcun bisogno di una firma riconoscibile è stato ucciso assieme alla moglie, forse dal figlio. In un presente che non conosce un briciolo di storia, lui amava un’idea adulta di cinema e un pubblico a cui non bisognasse spiegare le battute

AP/Lapresse

«Quando avevo la tua età, la televisione si chiamava libri». Lo dice Peter Falk, che fa il nonno, al bambino che è diffidente del libro che gli ha portato per tenergli compagnia mentre è a letto con l’influenza, in “La storia fantastica”, che è il film che mi sono messa a rivedere appena ho letto che Rob Reiner era morto.

E che per me è sempre stato un film dello sceneggiatore, William Goldman – quello di “Butch Cassidy” e di “Tutti gli uomini del presidente”. Già questo basterebbe come sintesi: nessuno collega i film di Rob Reiner al loro regista, perché Rob Reiner amava gli sceneggiatori ingombranti – Goldman anche per “Misery non deve morire”, Nora Ephron per “Harry… ti presento Sally”, Aaron Sorkin per “Codice d’onore” e “Il presidente – Una storia d’amore” – e perché non gliene fregava niente nientissimo d’essere percepito come autore-con-la-a-maiuscola.

Così come delle canzoni, anche dei film si ricordano le parole, e quindi sembra anche giusto che gli sceneggiatori siano considerati i veri autori: l’«You can’t handle the truth» che urla Jack Nicholson l’ha scritto Sorkin no? E il «Tutti pensano d’avere buon gusto e senso dell’umorismo» che dice Carrie Fisher è merito di Ephron. Solo che non è così semplice, perché quella cinematografica è la più ladra delle scritture.

Fu Meg Ryan a suggerire che la scena del finto orgasmo avvenisse in una tavola calda. Fu Billy Crystal a farsi venire in mente la battuta «Quello che ha preso la signora» (nel ruolo della cliente che la dice, la madre di Reiner, Estelle). E fu Reiner, dopo aver visto Ephron far ammattire la cameriera d’un ristorante con le specifiche del suo ordine, a dirle che quella torta con la panna a parte ma solo se potete scaldarla doveva essere un tratto di Sally.

E fu l’arrivo di Michele a cambiare il finale. Michele Singer era una fotografa, tra le altre cose due anni prima aveva scattato il ritratto di Donald Trump per copertina di “The art of the deal”. Andò a trovarli sul set perché era amica della fidanzata del direttore della fotografia, Barry Sonnenfeld, che poi sarebbe stato il regista di “Men in black” e d’un sacco d’altra roba. Sonnenfeld aveva detto a Reiner, divorziato da Penny Marshall e sconsolato, «conosco la ragazza che sposerai»; lui non gli aveva creduto. Appena la vide, a ottobre, se ne innamorò così totalmente che a maggio si sposarono; il film sarebbe uscito a luglio.

Ma prima, Reiner era andato da Nora Ephron e le aveva detto che, ora che aveva incontrato Michele, capiva che l’amore esisteva, e quindi non voleva più che la storia di Harry e Sally finisse con loro separati che rievocano un vecchio amore: voleva che fosse finché morte non li separi. È andata in effetti così: sono morti insieme, trentasei anni e tre figli dopo.

Quando Peter Falk dice al nipote che ai suoi tempi c’erano i libri, e lo convince ad avere la pazienza d’ascoltare la lettura d’una storia di «duelli, battaglie, tortura, vendetta, giganti, mostri, inseguimenti, fughe, vero amore, miracoli», il ragazzino sta giocando a un primitivissimo (era il 1987) videogioco nel televisore di casa. William Goldman, che allora aveva cinquantasei anni, e Rob Reiner, che ne aveva quaranta, arrivano a salvarlo dalla morte dei neuroni. Oggi un quarantenne sarebbe quello che al videogioco ci gioca, ma nell’87 i quarantenni erano adulti, e il passato era una storia incantevole da ascoltare: era un altro mondo.

Come sappiamo, oggi il passato è rimosso. L’altra sera ho incontrato un conoscente che aveva un grosso maglione bianco, assai simile a quello che aveva Billy Crystal in una scena di “Harry… ti presento Sally”. Ho pensato: non dico niente, se cito un film del 1989 nessuno capirà di cosa io stia parlando, forse solo se Netflix gliel’avesse messo in cima alla pagina stamattina, e anche così non è detto. Mi era passato davanti poco prima il post di qualche americano che diceva di averlo appena guardato per la prima volta e di trovare respingente che una commedia romantica non avesse protagonisti attraenti. Immagino intendesse: voglio vedere le non facce chirurgiche che questo derelitto secolo reputa attraenti.

In “Insonnia d’amore”, che era il film diretto da Nora Ephron quattr’anni dopo “Harry… ti presento Sally”, Reiner aveva un piccolo ruolo, quello di un amico di Tom Hanks. Che gli consigliava di avere, come modello seduttivo, Cary Grant. Considerato che erano a quel punto passati cinquantacinque anni da “Susanna”, è come se, in una commedia romantica che le ventenni e le trentenni di oggi spolliciassero sul telefono, qualcuno inserisse il suggerimento d’ispirarsi a Warren Beatty. Neanche i motori di ricerca del telefono renderebbero il nome sconosciuto ricevibile, in questo straziante presentismo.

In questo straziante presentismo, probabilmente c’è chi di Rob Reiner si è accorto solo per «ventiseimila dollari di contorni? Che contorni sono: curano il cancro?», che è un’altra sua battuta da attore: era il padre di DiCaprio in “The Wolf of Wall Street”, quello che gli faceva una piazzata perché aveva messo le mignotte in conto spese. La cosa più sconvolgente che ho scoperto guardando il documentario su Martin Scorsese su Apple+ è che “The Wolf of Wall Street” è stato un tale successo che in Francia è il film con DiCaprio che ha fatto più soldi – più di “Titanic”. E quindi va benissimo se qualcuno pensa che il figlio di Carl Reiner fosse un caratterista visto qua e là al cinema, e non l’Howard Hawks di cui siamo stati coevi: un regista cui non importava niente di trovarsi una specializzazione riconoscibile e restarci dentro.

Era diventato un regista abbastanza tardi, rispetto alla sua vita di figlio di papà: Carl Reiner – che potreste aver visto in questo secolo negli “Ocean’s”: era il ladro anziano – era una leggenda della comicità televisiva americana. Rob cominciò come attore al liceo, e poi passò alle altre mansioni: scrisse, per dire, la puntata pilota di “Happy Days”.

«Io so cosa vuol dire essere figlio di qualcuno», diceva nelle interviste difendendo il figlio tossicodipendente, che altri accusavano d’aver avuto una vita facile. I figli sono sempre un angolo cieco, probabilmente non gli veniva in mente che “Being Charlie”, il film che il figlio Nick aveva scritto sulla propria tossicodipendenza e che lui si era prestato a dirigere dieci anni fa, era l’ennesimo esempio di vita facilitata che, allorché non accompagnata da montagne di talento, alla lunga difficilmente è una buona cosa.

L’ultima volta che ho visto Rob Reiner è stata in un post di sua figlia Romy, su Instagram. Avevano fatto una vacanza al caldo a fine novembre, lei aveva pubblicato delle foto in cui era in bikini e c’era anche il padre, e qualche giorno dopo aveva fotografato il messaggio d’un follower. Che le diceva che era bellissima, e questo complimento lui glielo stava facendo anche se era vecchio come quel suo nonno nella foto (Rob Reiner aveva avuto Romy a cinquant’anni).

Come tutti i padri contemporanei col complesso che il loro successo faccia ombra ai figli, Reiner si prestava a fare dei video con Romy che sarebbero potuti diventare un format magnifico, ma lei ha l’aria d’essere troppo pigra per farli con costanza. In uno dell’anno scorso, mentre gli tagliava i capelli gli chiedeva se fosse disposto a pagare perché lei si facesse la plastica al culo, «che sarebbe decisiva nel far decollare la mia carriera». L’ultima cosa che diceva lui nel video era: io ti direi di non farla, ma il culo è tuo.

Un paio di mesi fa, Piers Morgan aveva intervistato Reiner. Gli aveva chiesto quale tra quelli che aveva fatto fosse il suo film preferito e, prima di rispondere “Stand by me”, Reiner aveva detto «è un cliché, ma i figli li ami tutti: anche quelli venuti male». I cadaveri di Michele e Rob li ha trovati Romy; il figlio Nick è stato arrestato per aver ucciso i genitori, che è un modo come un altro per dire: io so cosa vuol dire essere il figlio venuto male di qualcuno.

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