Maga powerLa brutalità di Trump sta facendo l’America di nuovo piccina

Gli Stati Uniti hanno guidato il mondo grazie a un geniale reticolo di alleanze e di organizzazioni multilaterali mediate da regole (e qualche finzione) condivise. La scelta di esibire il potere senza limiti e senza filtri ha incrinato la fiducia internazionale fino a rendere l’egemonia americana più fragile e imprevedibile

LaPresse

Un dittatore rimosso, un’inchiesta contro il presidente della banca centrale americana e un ordine esecutivo che ha fatto uscire gli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali. Si può dire tutto a Donald Trump, ma non che non sappia fare spettacolo. Dimenticate la morale kantiana, ora abbiamo quella trumpiana: la bandiera stellata sopra di me, nessuna legge morale dentro di me. Il presidente degli Stati Uniti lo ha chiarito con la solita brutale sincerità: «C’è un solo limite. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi», ha detto in un’intervista al New York Times, spiegando di non avere bisogno del diritto internazionale. Già che c’era ha evocato un futuro politico per Cuba guidata da Marco Rubio, che al momento fa il segretario di Stato americano. Siamo in un momento talmente delicato da non capire se si tratta di una battuta o della prossima mossa della Casa Bianca.

Mostrare il dietro le quinte del potere americano, senza filtri, senza rituali e senza finzioni istituzionali è la cifra politica del trumpismo, lo abbiamo capito. Internamente funziona perché carica la base, dando scariche di adrenalina pura a chi odia l’establishment; ma sul resto del mondo e soprattutto sugli alleati ha un effetto straniante. È la rottura della quarta parete geopolitica, ma facendo così crollano anche le altre tre.

Per decenni il soft power degli Stati Uniti ha prosperato perché poggiava su una solida finzione condivisa: l’idea che Washington agisse dentro un sistema di regole, anche quando lo piegava. Questa tenue ipocrisia non rendeva la politica estera americana più giusta, ma più leggibile. Permetteva agli alleati di spiegare ai propri cittadini perché stare con la Casa Bianca fosse comunque conveniente e agli avversari di capire fin dove spingersi. Tra queste certezze, di tanto in tanto, gli americani potevano permettersi di derogare al diritto internazionale, ottenendo ciò che volevano, ma a fari spenti, senza clamore. Le migliori rivoluzioni, si fanno in silenzio. 

Dalla seconda guerra mondiale gli alleati occidentali, compresa l’Italia, hanno preferito di gran lunga la sfera di influenza statunitense a quella russa o cinese non per altruismo, ma per convenienza. Sapevano di poter incidere sulle decisioni di Washington, negoziare, rallentare, adattare. La comunità di intenti, reale o presunta, rendeva l’egemonia americana permeabile. Una potenza che ascolta è una potenza con cui si coopera; una potenza che smette di ascoltare diventa un’altra egemonia da cui difendersi. 

Se l’unico limite dichiarato è la volontà del presidente, alleati e avversari sono costretti a ragionare come se ogni garanzia fosse revocabile, ogni impegno negoziabile, ogni confine potenzialmente provvisorio. E lo stanno già facendo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di un’America che si allontana dalle regole che aveva contribuito a costruire, mentre il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito del rischio di un mondo ridotto a una «tana di predoni».

Il caso più emblematico resta però quello della Danimarca. Per decenni uno dei partner più fedeli degli Stati Uniti in Europa, Copenaghen si trova ora sotto pressione su più fronti: dalle minacce reiterate sulla Groenlandia alle azioni economiche contro il settore eolico. Due giorni fa Donald Trump ha liquidato le capacità difensive danesi con sarcasmo brutale. «La loro difesa (in Groenlandia) è fatta di due slitte trainate da cani», ha detto il presidente alla stampa sull’Air Force One. Gli americani ridono, come la sua portavoce Karoline Leavitt, gli alleati prendono appunti. L’umiliazione pubblica, più ancora della minaccia strategica, segna una frattura profonda con la Danimarca. E i sondaggi mostrano un crollo senza precedenti della percezione positiva degli Stati Uniti. 

I romani, spesso evocati e spesso fraintesi dall’immaginario politico americano, lo avevano capito a caro prezzo. La Repubblica crollò quando il potere smise di essere mediato da regole condivise e si concentrò sul carisma di Giulio Cesare. Dalle sue ceneri nacque l’Impero grazie a un’intuizione opposta: il nipote adottivo, Ottaviano Augusto, governò da padrone assoluto, ma fece di tutto per non sembrare tale. Conservò le forme repubblicane, coinvolse le élite, distribuì benefici, evitò di umiliare chi dipendeva da Roma. Il suo potere funzionava perché non veniva continuamente esibito, e proprio per questo veniva accettato.

Ottaviano capì che un impero nascente non si regge solo sulla forza, ma sulla capacità di far accettare quella forza come naturale e conveniente. Virgilio lo disse meglio di tutti, nell’Eneide: «Parcere subiectis et debellare superbos». risparmiare i sottomessi e abbattere i superbi.

Gli Stati Uniti hanno svolto per tanto tempo, consapevolmente o meno, il ruolo di un Augusto imperfetto: dominanti, spesso arroganti, ma attenti a non far pesare troppo il comando sugli alleati. Il rischio oggi è quello di scivolare verso una forma più rozza di dominio, in cui la forza viene mostrata e la fedeltà pretesa. E quando al comando ci sono i Nerone, il potere diventa ostentato, capriccioso e teatrale. Un impero può sopravvivere alla propria ipocrisia, ma un imperatore difficilmente sopravvive alla perdita di misura.

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