Money for nothingIl protezionismo di Trump è una minaccia al capitalismo e alla libertà

La strategia tariffaria del presidente degli Stati Uniti non punta al riequilibrio commerciale, ma penalizza attori economici in modo selettivo

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Donald Trump lo ha ripetuto più volte: «Per me, la parola più bella del dizionario è dazio. È la mia parola preferita». Nel corso degli anni Trump ha espresso opinioni contrastanti praticamente su tutto. Ha chiesto una tassa una tantum sui ricchi e un’assicurazione sanitaria universale fornita dai datori di lavoro, con sussidi per i bisognosi, per poi sostenere esattamente il contrario. Tra il 1999 e il 2012 Trump ha cambiato partito politico sette volte.

Solo su un aspetto Trump è rimasto fedele a se stesso: la questione dei dazi. Era solito incolpare i giapponesi e il deficit commerciale con il Giappone per i problemi economici dell’America. Ha ottenuto con successo il sostegno degli elettori incolpando alternativamente i giapponesi, i tedeschi o i cinesi, sottolineando la bilancia commerciale negativa degli Stati Uniti e chiedendo dazi più elevati.

Perché politici come Trump promuovono una retorica protezionistica quando tutte le prove storiche dimostrano che nessun paese è mai diventato più prospero grazie al protezionismo? Ci sono molte possibili ragioni: l’ignoranza economica, un fenomeno diffuso tra i rappresentanti di tutti i partiti; l’esperienza che le promesse protezionistiche possono far guadagnare voti; e l’influenza dei lobbisti, che rappresentano le aziende interessate a proteggersi dalla concorrenza straniera.

Ma c’è un altro motivo significativo, in particolare per Donald Trump. La politica tariffaria è uno strumento che i politici possono utilizzare a proprio vantaggio personale. Come molte normative statali, le politiche arbitrarie sui dazi rendono i politici molto potenti, consentendo loro di aumentare i dazi a loro piacimento o, in cambio di concessioni adeguate, di abbassarli nuovamente.

Nel loro articolo “Hayek contro Trump. La strada verso la schiavitù della destra radicale”, gli economisti britannici Aris Trantidis e Nick Cowen lanciano un urgente monito sul pericolo che la politica tariffaria porti all’erosione della libertà politica e del capitalismo. Le allocazioni parzialmente discriminatorie, sostengono, rischiano di rendere impossibile per gli attori economici operare al di fuori di un’economia politicizzata e di sottrarsi alla coercizione che essa comporta.

A quel punto, gli interventi discriminatori generano non solo un’economia controllata dallo Stato, ma una società controllata politicamente, nella quale gli attori economici possono essere identificati, premiati o penalizzati per motivi politici. Se l’assegnazione delle opportunità è sistematicamente controllata da un’unica forza politica, i gruppi sociali finiscono per dipendere da un sistema che utilizza incentivi e sanzioni economiche al posto della violenza.

Il sospetto di un legame tra la politica sui dazi di Trump e i suoi interessi commerciali personali emerge chiaramente nel caso del Vietnam. All’inizio di aprile 2025 Donald Trump ha minacciato di imporre tariffe punitive fino al 46 per cento sulle esportazioni vietnamite verso gli Stati Uniti, come parte della sua nuova politica commerciale.

Il famoso economista Mark Skousen ha commentato che, di fronte a una tariffa del 46 per cento, il governo vietnamita aveva reagito offrendo un’aliquota dello zero per cento tra i due paesi. Trump, tuttavia, ha rifiutato. Secondo Skousen, questo atteggiamento è particolarmente irritante perché punisce un ex nemico che ha adottato il capitalismo di mercato ed è riuscito a liberarsi dai mali del comunismo.

Questo esempio dimostra che l’argomentazione dei difensori di Trump, secondo cui la minaccia di dazi elevati servirebbe solo a ottenere una riduzione reciproca delle tariffe, è priva di fondamento. Il comportamento dell’ex presidente suggerisce piuttosto un uso strumentale della leva tariffaria. Allo stesso tempo, le autorità vietnamite stavano negoziando con la Trump Organization un progetto immobiliare e golfistico su larga scala.

L’approvazione del progetto, del valore di circa 1,5 miliardi di dollari, è arrivata nel maggio 2025, con notevole rapidità, in un periodo di forti tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Solo poche settimane dopo Trump ha cambiato pubblicamente posizione. All’inizio di luglio 2025 ha annunciato che il Vietnam non avrebbe dovuto pagare i dazi precedentemente minacciati. Al loro posto è stato presentato un accordo con dazi fissi intorno al 20 per cento, descritto come il risultato di negoziati riusciti.

I critici sottolineano come la sequenza degli eventi — la minaccia dei dazi, l’approvazione del progetto e la successiva riduzione delle tariffe — crei quantomeno l’impressione di un conflitto di interessi. Trump respinge ogni collegamento, ma il caso evidenzia l’ambiguità dei confini tra politica commerciale e interessi privati.

Gli effetti del protezionismo, dunque, non si limitano al danno economico, ma comportano anche rischi politici significativi, tra cui, potenzialmente, l’erosione dello Stato di diritto.

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