Un caso clinicoTrump uccide gli americani e imbarazza gli amici come Meloni

Gli squadristi di Washington hanno assassinato un altro cittadino, la guerra civile ormai è in corso. Il presidente non è (solo) un bugiardo, ha le allucinazioni. Il paese comincia finalmente ad accorgersene, mancano ancora all’appello i suoi pochi seguaci europei e a Palazzo Chigi

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La Gestapo personale di Donald Trump ha ucciso a Minneapolis un altro cittadino americano, Alex Pretti, un infermiere bianco e patriottico di 37 anni, che stava filmando l’ennesimo rastrellamento di potenziali immigrati clandestini. È stata un’esecuzione. I video sono inequivocabili, ancora di più di quelli che a inizio gennaio hanno mostrato l’assassinio di Renee Good, sempre a Minneapolis, sempre con le pallottole degli squadristi di Trump.

L’infermiere (di un ospedale federale che cura i reduci di guerra) stava filmando il rastrellamento e stava proteggendo una ragazza strattonata e malmenata dalle squadracce di Trump, per questo è stato buttato per terra da quattro agenti dell’Ice, che prima lo hanno immobilizzato, poi gli hanno portato via una pistola che teneva (con regolare porto d’armi) in tasca, e infine, dopo averlo disarmato, lo hanno giustiziato con una decina di colpi di pistola. Un assassinio ripreso da diverse angolature da altri cittadini sgomenti di Minneapolis.

I trumpiani hanno immediatamente inscenato la medesima tragicommedia del precedente omicidio, quando avevano provato a definire la povera Renee Good come una pericolosa e violenta estremista impegnata in un atto di  terrorismo interno. Anche questa volta i video hanno raccontato la realtà, e spazzato via le bugie.

La guerra civile è in corso, e il governatore del Minnesota ha mandato per strada la Guardia nazionale, facendo indossare ai soldati un gilet giallo per segnalare ai cittadini che loro sono i buoni, mandati lì a proteggerli dalla Gestapo federale.

C’è una cosa da dire a proposito delle bugie dell’Amministrazione Trump, su questo caso e non solo. I trumpiani raccontano balle sapendo di raccontarle, alcuni soltanto per andare incontro ai desideri del Cialtrone-in-chief, altri perché da fanatici e razzisti con tendenze naziste sanno che le fregnacce aiutano a raggiungere gli obiettivi eversivi.

Trump però è diverso. So di non avere gli strumenti tecnici per psicanalizzare nessuno, e so anche che chi li ha non dovrebbe farlo a distanza, ma nonostante ciò è evidente che Trump sia un caso clinico. Qualcuno esperto come Claire Berlinski, di questo ci avverte da tempo: «Quando Trump dice cose folli – ha scritto l’anno scorso – non è qualcosa da liquidare con una scrollata di spalle. Non sta semplicemente scherzando. Crede a ogni singola parola che dice. Ciò che afferma, in qualsiasi momento, per quanto assurdo, anche se pochi giorni prima sosteneva l’esatto contrario, è realtà per lui in quell’istante, proprio come lo è per i malati di demenza che vivono eternamente nel 1956. La sua mente è un caleidoscopio di deliri vividi che deve credere per preservare la sua immagine grandiosa ma fragile come un guscio d’uovo. Quell’immagine è il suo falso sé. Da tempo ha perso ogni contatto con quello reale. Vi prego: rendetevene conto. Non sta mentendo. Ha le allucinazioni. I suoi tweet non sono “Trump che fa Trump”. Sono deliri psicotici».
Del resto è stata la capa di gabinetto di Trump, Susie Wiles, a dire a Vanity Fair che, pur essendo sobrio, Trump «governa come un alcolista».

Il discorso di Davos è l’esempio più eclatante e nemmeno il più recente di questa patologia, ma c’è un ulteriore aspetto da sottolineare. Quando Trump fa le dichiarazioni come quelle che ha fatto ridicolizzando il contributo e il sacrificio umano dei paesi europei e Nato nelle guerre americane – un’enormità indecente che ha svegliato, buon’ultima, perfino Giorgia Meloni – Trump fa passare i suoi amici europei agli occhi dei loro connazionali come dei traditori dei propri paesi. Ed è proprio per questo che la destra inglese e francese, Meloni e i neonazi tedeschi, oltre lacchè vari corrono in modo disordinato a prendere le distanze dalle sue parole. Trump non avrebbe nessun interesse ad alienarsi i suoi pochi amici occidentali, lo fa soltanto perché soffre di una disinibizione comportamentale che spesso è legata a una qualche forma di demenza senile tipica in un uomo di 79 anni.

Ma al di là di eventuali e accurate diagnosi cliniche, gli americani si stanno finalmente accorgendo di chi hanno eletto, come dimostrano le manifestazioni a Minneapolis dopo il primo e il secondo omicidio e i sondaggi di gradimento sull’operato del presidente.

Forse è una prova anche la lettera inviata ieri dalla ministra della giustizia Pam Bondi con cui ha comunicato alle autorità locali di essere pronta a ritirare gli agenti federali se, tra le altre cose, le verranno consegnate le liste elettorali degli elettori del Minnesota. I raid dell’Ice, insomma, non sono mai stati operazioni di polizia volte a proteggere la sicurezza del Minnesota o di altri Stati, ma uno strumento per terrorizzare la gente in vista delle elezioni e un’esercitazione generale sul campo per assicurarsi con l’ordine pubblico, quando sarà il caso, il risultato elettorale.

Anche i recentissimi editoriali di Thomas Friedman e Maureen Dowd che definiscono Trump un presidente antiamericano, o quello di Bret Stephens che lo definisce un padrino alla Mario Puzo (e lo aveva scritto anche Dowd) sono segnali di un risveglio intellettuale dei grandi giornali liberal, fin qui assopiti e apatici un po’ per rispetto delle norme professionali sull’imparzialità giornalistica (una deontologia quantomeno bizzarra di fronte a colpi di stato e azioni eversive), un po’ per paura delle conseguenze legali e finanziarie che l’Amministrazione Trump ha già imposto a network televisivi, aziende e studi di avvocati che difendono le cause democratiche.

Ci hanno messo un po’ di tempo, ma ci sono arrivati, del resto il New York Times è il giornale che pubblicò, ne 2020, il famigerato editoriale del senatore repubblicano Tom Cotton intitolato “Send in the troops” che invitava Trump a mandare nelle città americane i soldati per fermare le proteste antifa. Ecco, Trump le ha mandate le truppe a ripulire le strade di americani dissidenti e di chiunque abbia la faccia di una gradazione più scura del bianco Maga, e le ha inviate anche a uccidere i cittadini bianchi che provano a rallentare i rastrellamenti in stile Gestapo.

Come sapete qui scriviamo ogni giorno che Trump è il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti, uno che governa da capo mandamento e che riconosce solo il linguaggio delle cosche. Lo scriviamo quotidianamente da quando è stato rieletto, e personalmente ho cominciato a scriverlo dieci anni fa, a proposito della tendenza Instagram di ripubblicare foto e selfie di cose fatte nel 2016. Benvenuti nel 2026, ma era tutto chiaro già dieci anni fa.

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