Confusione sotto il cieloXi Jinping preferisce un esercito fedele a uno capace di contraddirlo su Taiwan

Negli ultimi tre anni il presidente cinese ha rimosso cinque dei sette membri della Commissione Militare Centrale. Questo accentramento decisionale produrrà report più rassicuranti, ma indebolirà la capacità di valutare i rischi concreti di un’invasione dell’isola

LaPresse

Winston Churchill definì la Russia «un enigma avvolto in un mistero dentro un indovinello», ma solo perché non aveva ancora conosciuto la Cina di Xi Jinping. In molti hanno provato a decifrare l’epurazione dei due vertici militari cinesi Zhang Youxia e Liu Zhenli da parte del presidente. Un colpo a freddo al cuore dell’Esercito Popolare di Liberazione, l’apparato armato del Partito comunista cinese, lo strumento che garantisce la tenuta del potere di Xi Jiping. Alcuni osservatori hanno letto la mossa come l’esito finale di una vasta campagna anticorruzione, accelerata dopo gli scandali che dal 2023 hanno investito la forza missilistica e il sistema degli approvvigionamenti militari. Altri pensano sia una sofisticata prevenzione di un colpo di Stato. Forse entrambe le tesi possono coesistere, visto che difficilmente avremo una spiegazione da Pechino.

Procedendo a tentoni nel buio della politica cinese ci illumina una costante: da quando è diventato Segretario generale nel 2012, Xi Jiping non ha mai governato cercando di tenere insieme gli interessi diversi del partito, ma restringendo progressivamente lo spazio in cui quegli interessi possono nascere, coordinarsi e diventare autonomi. Il suo predecessore Hu Jintao aveva consolidato una leadership collettiva, fondata sull’equilibri tra fazioni e la separazione funzionale tra Partito e Stato. Garantiva stabilità, ma produceva lentezza decisionale, responsabilità diffuse e ampissime zone grigie. Per Xi, quel modello non rappresentava un compromesso accettabile, ma una vulnerabilità strutturale che alimentava lotte di potere e indecisioni, tra veti e controveti 

Con le buone intenzioni della lotta alla corruzione, Xi Jinping ha lastricato la sua strada al vertice sottraendo ai ministeri sempre più potere e centralizzando le decisioni nelle commissioni di partito. Dieci anni dopo, si è concesso un po’ di scena: la rimozione di Hu Jintao dalla Sala del Congresso nel 2022 è stata la pietra tombale delle figure intoccabili; nessun nel regime è stato più al sicuro. 

Xi Jinping non vuole più ambiguità in un Partito storicamente incline all’interpretazione opportunistica, dove per decenni le linee politiche sono state flessibili e adattabili. Per questo motivo nel 2018 ha trasformato la sua dottrina personale in una norma costituzionale, inserendo nella Costituzione e nello statuto del Partito il suo pensiero sul “socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era”.

Guardando da questo punto di vista, si capisce meglio perché le ultime due epurazioni hanno colpito anche figure che non hanno mai mostrato dissenso esplicito. Il problema nella Cina di Xi non è l’opposizione, ma l’autonomia. Un generale, un funzionario o un dirigente economico che gode di prestigio tecnico o di reti proprie diventa pericoloso non perché possa ribellarsi, ma perché può interpretare la linea con margini troppo ampi, rallentando la catena decisionale. 

E una catena decisionale veloce e affidabile serve a Xi Jinping per realizzare il sogno del suo mandato: l’annessione di Taiwan, l’isola di fronte alle coste della provincia cinese del Fujian, dove nel 1949 si rifugiò il governo nazionalista sconfitto da Mao Zedong alla fine della guerra civile cinese. Per Pechino, Taiwan resta un territorio che considera parte integrante della Cina e la cui separazione è vista come una questione storica irrisolta. Farlo nel 2027, lo stesso anno del centenario della nascita dell’Esercito Popolare di Liberazione sarebbe la ciliegina sul regime di Xi.

Le purghe però riducono la probabilità di un’invasione imminente di Taiwan; non perché Xi sia diventato più cauto sul piano tattico, ma perché ha temporaneamente indebolito la Commissione Militare Centrale. Parliamo dell’organo di sette membri ricostituito dopo il XX Congresso del Partito, nell’ottobre 2022 per avere una linea di comando snella. Oltre a Xi, ovviamente presidente, ne facevano parte Zhang Youxia e He Weidong (vicepresidenti), il capo dello Stato maggiore congiunto Liu Zhenli, il responsabile degli armamenti e poi ministro della Difesa Li Shangfu, il direttore del Dipartimento politico Miao Hua e Zhang Shengmin.

Tra il 2023 e due giorni fa, cinque di questi sette membri sono stati progressivamente rimossi o posti sotto indagine, a partire da Li Shangfu e Miao Hua, seguiti da He Weidong, fino alle più recenti epurazioni di Zhang Youxia e Liu Zhenli. Di fatto, Xi ha svuotato il suo comando militare lasciando solo Zhang Shengmin, il garante della disciplina e delle indagini. 

Non sappiamo con certezza le ragioni, ma possiamo intuirlo dalle accuse contro gli ultimi due epurati. La stampa militare ufficiale cinese insiste sul fatto che Zhang e Liu avrebbero messo in discussione il principio secondo cui Xi Jinping esercita il controllo assoluto sull’esercito. Tradotto in occidentale: Xi non era felice delle informazioni che riceveva su Taiwan e temeva che l’invasione sarebbe stata posticipata troppo a lungo o addirittura congelata. 

Negli ultimi anni, le esercitazioni militari sempre più frequenti e complesse attorno all’isola hanno prodotto una grande quantità di dati e valutazioni, non tutte rassicuranti per il governo. Taiwan è separata dalla Cina continentale da uno stretto largo oltre 130 chilometri, una barriera naturale che rende qualsiasi sbarco anfibio un’operazione rischiosa e difficile da coordinare, soprattutto sotto il fuoco nemico. L’isola è preparata a una difesa prolungata e asimmetrica e può contare sul sostegno militare di Stati Uniti, Giappone e Filippine, che bloccano gli accessi marittimi e aerei della regione, limitando di fatto ogni possibilità per Pechino di proiettare liberamente la sua forza verso l’oceano Pacifico. 

Zhang era considerato uno dei pochi militari in grado di riferire a Xi in modo diretto e senza edulcorare i limiti dell’esercito, mentre Liu Zhenli era uno dei pochi ufficiali rimasti con esperienza diretta di combattimento. Senza di lui, si è indebolito notevolmente il Dipartimento di stato maggiore congiunto, che sovrintende alle operazioni militari, all’intelligence e all’addestramento. Dopo le epurazioni arriveranno probabilmente a Xi dei report più rassicuranti e ottimisti, ma il rischio per il leader cinese è compiere lo stesso errore tattico di Vladimir Putin, convinto dai suoi sottoposti fin troppo compiacenti di poter conquistare l’Ucraina in quattro giorni; tra meno di un mese sarà il quarto anno di guerra.

Oltre la questione di Taiwan c’è il solito fattore dei leader solitari: l’ansia da successione. Proprio perché il sistema di Xi è sempre più accentrato, un apparato militare con figure troppo autorevoli potrebbe diventare un arbitro implicito nel momento in cui la questione della successione si porrà, anche solo biologicamente. A complicare tutto c’è un’economia che cresce più lentamente, con una crisi immobiliare ancora irrisolta, fabbriche che producono più di quanto il mercato assorba e una disoccupazione in aumento soprattutto nelle aree interne, dove molti lavoratori migranti tornano nei villaggi senza trovare nuove opportunità. 

Infine c’è un elemento personale che aiuta a capire molte delle scelte di Xi Jinping. Suo padre, Xi Zhongxun, fu uno dei dirigenti storici della rivoluzione comunista, ma venne epurato più volte durante l’era di Mao, accusato di deviazioni politiche e costretto a lunghi anni di isolamento e umiliazione pubblica. Xi Jinping visse da adolescente le conseguenze dirette di quelle purghe, passando da una famiglia dell’élite a una condizione di marginalità e incertezza. Da quell’esperienza ha tratto una convinzione che ritorna spesso nelle sue decisioni: nel sistema cinese, i rapporti personali e la fedeltà passata non garantiscono alcuna protezione quando il potere decide di colpire. 

A differenza di altri leader autoritari che si circondano di cerchie stabili e fedeli, Xi tende a diffidare dei legami duraturi che considera fonti di dipendenza reciproca e quindi di vulnerabilità. Meglio spezzare un rapporto, anche antico, che permettere a qualcuno di sentirsi indispensabile o al riparo dalle conseguenze politiche. Come nel caso di Zhang Youxia, figlio di un generale che aveva combattuto fianco a fianco con il padre di Xi durante la guerra civile, cresciuto nello stesso ambiente dell’élite rivoluzionaria e legato a Xi da una relazione costruita lungo decenni di carriere parallele e fiducia reciproca. Almeno fino a qualche giorno fa.

Nei regimi le purghe non sono anomalie, ma momenti di manutenzione del potere. Ogni amico eliminato riduce il numero di traditori, ma anche quello di consiglieri autonomi in grado di dire i no che fanno crescere un regime. È un modello che può funzionare a lungo, soprattutto in assenza di alternative politiche. Anche Stalin dopo ogni purga guadagnò tempo, ma rimase sempre più solo e paranoico.

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