I dazi di Donald Trump non sono l’unico mondo possibile. La politica commerciale schizofrenica, transazionale e aggressiva degli Stati Uniti non deve diventare la cifra permanente del nuovo ordine globale. Il premier canadese Mark Carney vuole dimostrarlo con un progetto diplomatico ambizioso fatto di archi di cooperazione commerciale e industriale tra Americhe, Europa e Indo-Pacifico. L’obiettivo è aggirare le distorsioni tariffarie e la coercizione commerciale di Trump, sfruttando il nodo il partenariato trans-pacifico “Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership” (Cptpp, spesso reso in italiano come accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico, di cui fanno parte Giappone, Canada, Singapore, Australia, Vietnam e altri) per creare percorsi commerciali alternativi e ridurre la leva coercitiva che dazi e minacce possono esercitare sulle economie degli alleati traditi dagli Stati Uniti.
Il ragionamento di fondo è semplice. L’ordine mondiale liberale inizia a vacillare, e sul piano economico le mosse protezionistiche e i ricatti commerciali di Trump hanno tolto all’America il ruolo di principale garanzia economica e strategica per l’Occidente. «Il vecchio ordine non tornerà indietro», ha fatto capire Carney il mese scorso al vertice economico di Davos. Per cui meglio prepararsi a un mondo in cui le regole non sono più date per scontate.
La proposta di Carney, spiegata bene da un articolo di Politico, si articola lungo tre direttrici. La prima è diversificare i partner. Significa ridurre la dipendenza dal mercato statunitense: oggi una quota enorme delle esportazioni canadesi va negli Stati Uniti, ma se Washington alza i dazi o cambia le regole, l’economia canadese ne risente subito. Diversificare vuol dire vendere di più in Europa, in Asia, in America Latina, stringere nuovi accordi commerciali e ampliare quelli esistenti. È un modo per ridurre i rischi in caso di chiusure, dazi e instabilità. Una logica assicurativa applicata al commercio internazionale.
La seconda direttrice è rendere le catene di approvvigionamento più resilienti. Quindi distribuirle su più Stati affidabili, coordinare regole e standard comuni, e permettere che materie prime e componenti prodotti in Paesi diversi possano essere assemblati senza ostacoli burocratici. È un’operazione che riguarda soprattutto le supply chain dei settori critici, quindi semiconduttori, batterie, energia, materiali per la difesa, e serve per ridurre la dipendenza da un singolo fornitore o da pratiche di pressione commerciale.
Infine c’è l’idea di usare le grandezze di scala come deterrente. Questo è un concetto chiave della visione commerciale di Carney, che vuole mettere insieme più “potenze medie o grandi”, come Canada, Unione europea, Giappone, Australia. Se questi agiscono insieme, creeranno un mercato enorme, con centinaia di milioni (o miliardi) di consumatori. Un blocco così grande è più difficile da colpire con misure coercitive, perché reagisce in modo coordinato e ha un peso economico comparabile a quello degli Stati Uniti o della Cina. È il vecchio adagio “l’unione fa la forza” applicato all’economia. È un modo per aumentare il potere contrattuale nei confronti di un attore imprevedibile come Trump, che tanto prima o poi troverà l’innesco per giustificare nuovi dazi.
Lo scorso autunno, Carney ha inviato emissari in Asia, ha visitato alcuni partner dell’Indo-Pacifico Singapore e si è presentato all’Apec (il forum economico regionale dell’Asia-Pacifico) per sondare il terreno per nuove alleanze. Ottawa ha anche siglato nuove intese bilaterali, come la recente apertura di relazioni commerciali più strette con l’Indonesia – primo accordo ufficiale con un Paese Asean. L’obiettivo dichiarato è spingere le esportazioni canadesi verso mercati alternativi e, nel medio termine, raddoppiare il commercio al di fuori degli Stati Uniti, riducendo così la quota che oggi dipende dal vicino meridionale.
Intanto l’Unione europea guarda interessata. In questa fase ridurre la propria esposizione a shock commerciali e a decisioni unilaterali di Washington – senza rompere con gli Stati Uniti ma costruendo alternative credibili – è la miglior soluzione possibile. Per questo un avvicinamento strutturato tra Ue e i Paesi dell’Indo-Pacifico, con la mediazione di Carney significherebbe collegare due aree che insieme coprono quasi un miliardo e mezzo di persone, con economie avanzate, regole relativamente compatibili e un alto livello di integrazione nelle catene globali del valore. Per l’industria europea, questo vuol dire accesso più semplice a componenti, materie prime e mercati finali in tutta quell’enorme regione. Ma soprattutto, sul piano politico, è un messaggio ancora più significativo: significa aggiungere un nuovo tassello in un mondo in cui i blocchi contano ancora più dei singoli Stati – cioè l’esatto contrario di quel che vorrebbe Trump.
È per questo che al vertice con il Giappone della scorsa estate, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di «cambiare insieme le regole dell’Organizzazione mondiale del Commercio» in risposta alla frammentazione prodotta dai dazi americani: se il multilateralismo classico è in crisi, non bisogna abbatterlo, ma aggiornarlo tra partner che credono ancora in un sistema basato su regole chiare anziché la legge del più forte.
I vantaggi per l’Europa sono concreti. L’Ue porta in dote un enorme mercato interno, capitale, standard regolatori avanzati e capacità tecnologica. Il blocco Indo-Pacifico offre crescita, dinamicità produttiva e una forte integrazione nelle catene asiatiche dell’elettronica, dell’automotive, dell’energia e delle materie prime critiche. Collegare queste due sponde, ad esempio armonizzando alcune regole del mercato, permetterebbe alle imprese di sommare componenti prodotti in diversi Paesi senza perdere i benefici tariffari. Tradotto: un’azienda europea potrebbe integrare più facilmente pezzi provenienti da Giappone o Vietnam nei propri prodotti destinati al mercato europeo o nordamericano, rendendo le filiere più flessibili e meno vulnerabili a interruzioni o ritorsioni commerciali.
Ovviamente ci sono anche diversi limiti a questo piano. Dal punto di vista tecnico, armonizzare regole di origine tra accordi di libero scambio già esistenti è complesso. Ogni trattato ha le proprie definizioni, percentuali di contenuto locale, sistemi di certificazione. Servono negoziati dettagliati e, soprattutto, tempo. Dal punto di vista politico, per l’Unione europea ogni passo avanti richiede consenso tra ventisette Stati membri, e spesso anche ratifiche nazionali. Inoltre, un’integrazione più stretta con l’Indo-Pacifico implica scelte delicate su standard ambientali, appalti pubblici, protezione dei settori sensibili.
Al momento nessuno vuole iniziare una guerra commerciale con gli Stati Uniti. Di sicuro non Mark Carney, ben consapevole che non potrebbe vincere. La sua iniziativa è, per ora, solo un modo per ridurre la vulnerabilità di Ottawa e di altri Paesi. In un contesto instabile, è una forma di assicurazione collettiva. La miglior risposta possibile a un autocrate che minaccia fuoco e fiamme anche in economia.